Come uscire dalla crisi...

L'economia civile è la via per affrontare i cambiamenti strutturali e rendere civile i mercati e il lavoro

Roma, (Zenit.org) Carmine Tabarro | 666 hits

Prima della crisi endogena ed esogena del capitalismo finanziario, c'era una precisa visione dell'economia globale: ovvero che la crescita delle economie occidentali fosse fondata sull’innovazione. Ciò permetteva un vantaggio competitivo a questi Paesi.

I Paesi emergenti riuscivano a crescere più rapidamente di quelli avanzati grazie alla diffusione dello sviluppo tecnologico delle economie del mondo avanzato. E le fabbriche del mondo diventavano 'macchine' senza nessun interesse per la dignità umana e l’impronta ecologica.

Un simile impianto economico non può non generare squilibri (global imbalances) che possono essere parzialmente riequilibrati (magari con variazioni del tasso di cambio) oppure finanziati da mercati efficienti che ricollocano le risorse dove gli investimenti sono più elevati dei risparmi. Parzialmente perché i danni alla dignità umana e all’ambiente sono difficilmente recuperabili.

Secondo questa cultura economica, gli squilibri globali sono 'utili e necessari'. Difatti una ricollocazione facilitata dai mercati finanziari comporta nel breve periodo un innalzamento del tasso di crescita che beneficia i Paesi nella misura in cui adottano politiche di apertura e di stabilizzazione macroeconomica.

Gli ideologi di questa visione notavano con soddisfazione come il saldo delle partite correnti dell'Europa fosse sostanzialmente in equilibrio, contrariamente al caso degli Usa e della Cina. La zona euro sembrava quindi solida, anche se avrebbe dovuto accelerare le riforme strutturali per sostenere la crescita.

Con lo scoppio della crisi e tutta la devastazione creata, ancora non si è affermata una nuova visione condivisa del modello di crescita. L’economia civile potrebbe proporne alcuni. Un primo elemento riguarda la finanza: i mercati finanziari, se lasciati senza controlli e governati solo dall’azzardo morale non possono non condurre a squilibri crescenti e attività speculative, oltre che alimentare conflitti d’interessi e investimenti non finalizzati al bene comune. Inoltre, una cattiva finanza produrrebbe squilibri “cattivi” e quindi generare instabilità morale, sociale e democratica.

Un grande economista civile come Minsky, riabilitato dopo un lungo periodo di esilio del mainstream neoliberista, aveva avvertito come proprio nei periodi di prolungata stabilità si può nascondere il formarsi endogeno di squilibri. Secondo Minsky, dopo un ciclo di crescita-euforia subentrerebbe un ciclo di panico-crisi, come dimostrano i grafici di oltre cento anni di storia economica.

Un secondo elemento è il ruolo della diseguaglianza. Nonostante le difficoltà dell'economia mondiale dal 2007 ad oggi, gli studi evidenziano che l'1% delle persone detiene circa il 40% della ricchezza mondiale e le 358 persone più ricche al mondo, nel 2002, hanno una ricchezza pari a quella del 45% più povero della popolazione mondiale: circa 600 milioni di persone. In Italia, ogni ricco ha il reddito di cento poveri e il 10% possiede quasi il 45% della ricchezza totale.

In altre parole, il capitalismo finanziario ha fatto aumentare la diseguaglianza che, all'interno dei paesi, era andata crescendo significativamente già prima dello scoppio della crisi. Per molti versi ne è stata un fattore determinante: basti pensare alla rincorsa ai mutui immobiliari dove il naturale desiderio di molte famiglie a basso reddito di acquistare una casa le ha spinte nelle braccia di intermediari finanziari senza scrupoli che hanno favorito l'accumularsi di debito insostenibile. 

Il capitalismo finanziario ha inoltre dato vita ad una nuova figura sociologica-economica: i top  managers che hanno accumulato una ricchezza spropositata. Allo stesso tempo, in molti Paesi, la perdita di ricchezza della classe media ne ha visto svalutare il capitale umano e civile, il valore del lavoro e dell'investimento in formazione, aprendo di conseguenza la strada ad un indebolimento dei principali fattori di crescita.

Terzo elemento: la crisi ha messo in evidenza la responsabilità della cultura del riduzionismo economicista che puntava sulla crescita dei Paesi avanzati solo attraverso l’ingegneria finanziaria e l’innovazione tecnologica.

Parafrasando un recente articolo dell’economista Robert Gordon, la crescita dei Paesi avanzati è destinata a declinare sia per la crisi sistemica del capitalismo finanziario, sia per l'esaurimento delle possibilità di innovazione “radicale” alla base della crescita del PIL nei due secoli passati. Se questa lettura è esatta, l'economia globale si trova di fronte alla concreta possibilità di una stagnazione da cui sarà difficile uscire. Tuttavia, nuove fonti di crescita della produttività potrebbero venire dalla “crescita dell’economia verde” e dalla innovazione che questa richiede. Così come dallo sfruttamento del capitale immateriale che, negli Stati Uniti, è il maggiore motore di crescita della produttività.

Quarto elemento: dare vita ad un nuovo modello di sviluppo economico. Nel senso che d'ora in poi, dovremo muoverci dall’ homo oeconomicus come misura del successo (il reddito pro capite) a una visione multidimensionale, in cui contano anche altre componenti  come la stabilità, la fraternità, il cum-petere (cercare insieme), la sostenibilità ambientale, la diseguaglianza, il benessere, la felicità.

Una prima iniziativa in questa nuova direzione è la costruzione di indici di benessere, già avviate in diversi paesi nel mondo (l'Italia in questo campo è all'avanguardia con l’indice Bes – Benessere equo e sostenibile) e da organizzazioni internazionali (come l'Ocse). La seconda iniziativa richiede azioni di politica economica indirizzate a facilitare il raggiungimento di obiettivi multidimensionali.

La durata e la gravità delle tre recessioni che hanno colpito le economie avanzate dal 2007, stanno mostrando tutte le macerie sociali, democratiche, morali, ambientali, rendendo complicato uscire da questo tunnel per imboccare un nuovo sentiero di crescita sostenuta e sostenibile. Tutto questo oltre a riflettere la profondità della crisi, pone in evidenza l’impotenza della scienza economica nel determinare li fattori della crescita.

Una cosa deve essere chiara: non ci sono scorciatoie e soprattutto queste non posso essere trovate nei vari populismi. La crescita è conseguenza di un insieme di fattori macro, micro, tangibile e intangibili, istituzionali e di carisma.

Ad esempio, nel caso Italia, il nostro Paese ha bisogno di riforme strutturali e queste favoriscono il funzionamento dei mercati, del lavoro e dei prodotti, sostengono l'innovazione facilitando la crescita. Ma per liberare tutta la sua forza, le riforme hanno bisogno di un ambiente macroeconomico, finanziario, fiscale, giuridico favorevole, e la recessione non aiuta.

Come più volte affermato dal governatore della BCE, Mario Draghi, è necessaria una nuova politica dei redditi che deve convergere verso l'alto, non verso il basso. Il credito deve affluire all'economia reale. La regolazione finanziaria deve favorire l'investimento a lungo termine ed evitare che attività speculative inquinino le fonti dell’economia reale.

Per andare in questa direzione c'è bisogno di dare piena applicazione della “regola di Volcker” che limita drasticamente l’attività speculativa delle banche di deposito: queste non possono investire capitali propri in transazioni in borsa, investimenti in derivati e partecipazioni in hedge fund al di sopra del 3%. Così facendo si vuole scongiurare un nuovo crack bancario, proteggendo le famiglie e l’economia reale dagli effetti tossici della finanza speculativa.

Ma tutto questo non basta, come a ricordato nell’ultima prolusione il Cardinale Bagnasco, c’è bisogno di istituzioni forti: una amministrazione pubblica efficiente, una giustizia amministrativa che faccia rispettare i contratti, una efficace lotta alla corruzione e all’evasione fiscale.

In tal senso sono interessanti i dati emersi da una recente ricerca effettuata dall'Ocse che mostrano come le riforme strutturali abbiano effetti multipli anche se pensate per obiettivi singoli. Riforme pensate, ad esempio, per stimolare la crescita, hanno effetti sull'eguaglianza, sulla sostenibilità ambientale, sulla stabilità e su altre dimensioni del benessere.