Comunicare al mondo la propria esperienza dell'incontro con Cristo (Prima parte)

L'esperienza di don Giussani ricordata da Roberto Fontolan

Roma, (Zenit.org) | 558 hits

Riportiamo la prima parte del testo dell’intervento di Roberto Fontolan, direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione, al Convegno internazionale sulla missione dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità nella formazione e nella diffusione della fede, che si è svolto il 16 maggio all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. 

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1. La comunicazione come riverbero dell’esperienza.

«Se non proponete […] ciò che vi rende liberi, prima di tutto vuol dire che non l’avete tanto a cuore»1. Così nel 1975, Don Giussani, parlando ai suoi ragazzi, li sfidava su un punto estremamente provocatorio: quanto è importante per voi ciò che avete incontrato? Se conta davvero, dovete dirlo a tutti. Come ricordava Benedetto XVI, «affermare “Io credo in Dio” ci spinge […] a partire, ad uscire continuamente da noi stessi, proprio come Abramo, per portare nella realtà quotidiana in cui viviamo la certezza che ci viene dalla fede: la certezza, cioè, della presenza di Dio nella storia,[…]»2.

Ciascuno di noi che viva un fatto, un’esperienza fondamentale della propria vita, ha, non solo la capacità, ma il dovere di dirlo. La comunicazione non è una questione da “addetti ai lavori” – non c’è qualcuno nella società che abbia il compito di comunicare, e gli altri no- perché ognuno di noi è destinato alla comunicazione. Siamo fatti per comunicare, esattamente come siamo fatti per essere amati e per amare. Nessuno può permettersi di evitare questo punto di consapevolezza: dirsi all’altro è nella nostra natura.

Qual è il problema? Che molto spesso, noi cristiani, ci concentriamo sulla prima parte della frase di Giussani – proporre ciò che ci rende liberi – per dimostrare che è vera la seconda – che l’abbiamo a cuore. Perciò tante volte il problema di comunicare la nostra esperienza si riduce ad un’ansia del far conoscere, al trovare la strategia più adatta, al saper usare le nuove tecnologie, all’ “essere sintonizzati” con i nuovi linguaggi. Senza nulla togliere alla rilevanza, anche importante, di tutti questi particolari, francamente il punto è un altro.

Come nasce una “comunicazione efficace”?

È interessante il fatto che un esempio di questo ci arrivi proprio da un testo, scritto non tenendo conto di una particolare strategia, ma semplicemente con la preoccupazione di «annunciare» quello che si era visto con i propri occhi e che si era toccato con le proprie mani.

C’è un bellissimo commento del grandissimo studioso e filologo della Letteratura occidentale Eric Auerbach all’episodio del tradimento di Pietro, che coglie in maniera acuta il cuore della questione.

Dice Auerbach, parlando di quel racconto: «Si tratta, guardando le cose dal di fuori di un’operazione di polizia e delle sue conseguenze, la quale si svolge in tutto e per tutto tra persone comuni del popolo. Qualche cosa del genere avrebbe fatto agli antichi pensare tutt’al più a una farsa o a una commedia. Ma perché non fu così? Perché suscita la partecipazione più seria e commossa?

Perché rappresenta quanto non è stato mai rappresentato dalla poesia, né dalla storiografia antica, la nascita di un movimento spirituale nelle profondità della vita spirituale del popolo […] davanti ai nostri occhi si risvegliano un cuore e uno spirito nuovi»3. Continua poi Auerbach, e paragona l’impostazione narrativa dei Vangeli con la modalità descrittiva degli autori più in voga del tempo : «[…] quasi tutto il Nuovo Testamento è stato scritto nel mezzo degli avvenimenti e immediatamente per ciascuno. Qui non si ha visione razionalmente ordinata dall’alto, né intenzione d’arte: il sensibile e il concreto che qui appaiono non sono imitazioni consapevoli e, di conseguenza, sono di rado resi completamente; sensibile e concreto appaiono perché sono insiti nei fatti da riferire, si manifestano nei gesti e nelle parole nascendo dall’intimo degli uomini, senza il minimo sforzo di elaborazione.[…]. Tacito e Petronio vogliono renderci sensibili e concreti, l’uno avvenimenti storici, l’altro un certo ceto sociale, e ciò dentro i limiti di una determinata tradizione estetica. L’autore del Vangelo di San Marco non ha quest’intenzione e nulla sa di questa tradizione e, quasi senza suo intervento, puramente per un moto intimo di quello che dice, quello che dice appare davanti ai nostri occhi e ciò che vien detto si rivolge a tutti: ognuno è incitato, anzi costretto a decidersi in favore o contro. Anche la sola indifferenza è una presa di posizione»4.

Mi sembra che Auerbach descriva bene il punto che dobbiamo mettere a fuoco. Perché se viviamo un’esperienza come quella degli apostoli, se viviamo la stessa convivenza con Cristo che loro hanno sperimentato, ci sorprenderemo di come questo fatto contenga in sé la forza, una forza enorme, e questa forza enorme si chiama comunicazione. Esattamente come nell’esempio dei Vangeli, il racconto avviene non per una tecnica, non per uno stile, non per una retorica, non per la padronanza degli strumenti. E nemmeno per qualcosa che viene dopo, che si aggiunge, come se la questione fosse prima vivere e poi porsi il problema di dirlo. La comunicazione avviene perché l’esperienza di un fatto contiene in se stessa il suo racconto e – come nota acutamente Auerbach – questa narrazione è già retorica, è già stile, è già un vero e proprio mezzo di comunicazione. Allora, quand’è così, s’impone, irrompe sulla scena del mondo con una forza inedita e imprevista, magari anche rovesciando regole e canoni, comunque senza preoccuparsene.

Allora, per tornare alla frase di Giussani con cui abbiamo cominciato, il fatto che ci stia a cuore quello che ci rende liberi, non deriva da un nostro impegno o sforzo, ma, come nell’esempio che abbiamo letto, da uno stupore così grande che ridesta tutta la nostra vita, fino al punto che di fronte agli altri non possiamo tacere. Ma questo genere di stupore può essere suscitato – esattamente allo stesso modo in cui lo fu per l’autore del Vangelo di Marco - solo da una presenza eccezionale e contemporanea.

2. Un uomo colto dei nostri giorni può credere?

Ma questo è possibile anche oggi? Verrebbe da chiedersi con Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?»5

Ogni individuo, infatti, viene al mondo dentro il contesto storico di un popolo, che possiede una sua cultura, cioè un suo particolare modo di guardare e concepire la realtà, e ne viene inevitabilmente condizionato. Cosa dice di noi la realtà in cui siamo immersi? Dice che siamo uomini per cui i presupposti della fede - e di conseguenza anche la fede stessa – non sono più scontati. Se questo non si traduce necessariamente in un rifiuto esplicito di essa, tuttavia è desolatamente evidente che venga concepita come irrilevante per la vita “concreta”. Tutt’al più può essere ridotta a “valori etici”, a pietismo, a ritualismo, ma quando si tratta della relazione tra l’uomo e il reale – che poi vuol dire tra l’uomo e l’amore, il dolore, il lavoro, la politica - molto spesso siamo proprio noi cristiani i primi a metterla da parte. Come se con certe questioni la fede, in fondo, non c’entrasse.

Ma allora, tornando nuovamente alla domanda con cui abbiamo aperto, come può starci a cuore qualcosa che non c’entra con gli aspetti più stringenti della nostra vita?

Questa scollatura tra fede e cultura va rinsaldata se vogliamo che il nostro annuncio torni ad essere credibile. Il mondo non potrà riscoprire la convenienza del Cristianesimo se non attraverso qualcuno che gliela testimonia.

3. La natura profonda del desiderio dell’uomo.

E qual è la convenienza del Cristianesimo oggi?

Innanzitutto, il far riscoprire all’uomo la natura vera e profonda del proprio desiderio. L’attuale crisi, infatti, prim’ancora che religiosa è antropologica. Secondo George Steiner, uno tra gli uomini più acuti e colti del nostro tempo «è plausibile che l’homo sia divenuto sapiens e che i processi cerebrali si siano evoluti al di là del riflesso del mero istinto, quando sorse la questione di Dio [...]: Noi siamo le creature abilitate ad affermare o negare l’esistenza di Dio. Siamo – il famoso ergo sum – nella misura in cui ci sforziamo di pensare l’essere, il non essere (la morte) e la relazione di queste polarità con la presenza o l’assenza, la vita o la morte di Dio»6.

Chiunque, anche una persona non di fede, si misuri lealmente con la struttura umana, non può non riconoscere il fatto che l’uomo al fondo sia mosso da un desiderio d’infinito che non può mai essere completamente appagato. Don Giussani chiama “senso religioso” questa capacità della ragione di esprimere la propria natura profonda nell’interrogativo ultimo, interrogativo inevitabile per ciascuno. Ogni cuore umano ha dentro di sé delle esigenze incancellabili – Felicità, Bellezza, Giustizia, Verità – che non sono altro che flessioni della domanda su Dio: chi mi ha voluto? Perché mi ha voluto?

A qualunque latitudine, in qualunque epoca storica gli uomini hanno cercato risposte alle stesse inesorabili domande. Siamo fatti della stessa stoffa, dello stesso cuore, della stessa ragione, della stessa inquietudine.

Il primo passo che noi cristiani siamo tenuti a compiere nel comunicare l’esperienza del nostro incontro con Cristo oggi è riscoprire –noi per primi, perché abbiamo visto che è un problema che ci riguarda direttamente- e dire poi a tutti, che con Lui nulla della nostra umanità deve essere censurato. Che attraverso di Lui scopriamo veramente la nostra statura umana più profonda:

«Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo»7, diceva Mario Vittorino.

Prima di qualsiasi messaggio e contenuto è necessaria la rinascita di un soggetto umano consapevole, che utilizzando la ragione secondo tutta la sua ampiezza, si metta al lavoro allertato, mobilitato da quelle esigenze fondamentali e universali.«Non sarebbe possibile rendersi conto di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo. Cristo, infatti, si pone come risposta a ciò che “io” sono e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza quella di Gesù Cristo diventa un puro nome»8.

Ma è possibile questo? È possibile per un uomo plasmato da questa cultura, in cui tutto sembra cospirare per far tacere delle sue domande più profonde, riscoprire la parte più vera che lo costituisce, questo desiderio d’infinito che non può essere messo a tacere?

(La seconda parte verrà pubblicata domani, domenica 19 maggio) 

NOTE 

1 L. Giussani, Dall’utopia alla presenza (1975-1978), BUR, Milano 2006, p. 39

2 Benedetto XVI, Udienza generale, Aula Paolo VI, 23 gennaio 2013

3 E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, Torino 2000

4 Ibidem

5 Cfr. F. M. Dostevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni”, a cura di E. Lo Gatto, Sansoni, Firenze, 1958, p.1011

6 G. Steiner, Dieci (Possibili) ragioni della tristezza del pensiero, Garzanti, Milano 2007

7 MARIO VITTORINO, In epist. ad Ephesios, libro II, cap. 4, v. 14, in Marii Victorini Opera exegetica, ed. F. Gori, Vindobone 1986, II 16

8 L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p.3