Comunicare una diagnosi, comunicare una speranza

La scarsa umanità dei ginecologi nel comunicare ai genitori eventuali malformazioni al feto e lo scarso valore riconosciuto al nascituro ha assunto livelli allarmanti

Roma, (Zenit.org) Sabrina Pietrangeli | 931 hits

"Mi dispiace, questo bambino non ha speranza di vita". Lapidaria e spesso con tono scarsamente partecipe, questa frase è terribile da ascoltare, da parte di due genitori in attesa di un bambino, in attesa della vita.

Sicuramente non tutti i ginecologi fanno contemporaneamente un corso in psicologia o tecnica della comunicazione, al momento di laurearsi in ostetricia, ma la scarsa umanità a cui si assiste negli ultimi anni, e soprattutto lo scarso valore che viene riconosciuto al "feto", al bambino dentro la pancia, ha oramai assunto livelli davvero preoccupanti.

Le malformazioni fetali sono in aumento, in primis per il procrastinarsi della scelta di diventare mamme oltre un limite accettabile per il corpo di una donna, la cui età d'oro per accogliere la vita va dai 20 ai 30 anni. E poi anche per l'aumento dell'inquinamento ambientale, che coinvolge tutto quanto respiriamo, mangiamo, beviamo, nonché le abitudini di vita errate legate all'abuso di sostanze quali nicotina, droghe, alcool, farmaci. Manca anche una educazione sul preconcezionale: quasi nessuna coppia fa delle analisi specifiche prima di mettere in cantiere un bebè.

Tutto viene lasciato al caso... Molte patologie invece potrebbero essere prevenute, curandole in anticipo, risparmiando alla coppia la sofferenza per un aborto spontaneo o altro, anche semplicemente regolando una terapia farmacologica su una mamma che ha una malattia cronica in trattamento, oppure vaccinandola adeguatamente contro la rosolia, qualora non l'avesse contratta nell'infanzia.

E così arriva il giorno dell'ecografia. I genitori trepidanti partono armati di cd per registrare tutto, sognano il nome da dare al piccolo, sperano o almeno si aspettano che tutto vada bene, e invece incontrano un medico che dinanzi ad una imperfezione, anche trascurabile, pur di non rischiare la denuncia per "non aver visto", o perchè le cose viste sembravano meno gravi di quelle che poi si riveleranno, seccamente, in modo asciutto trasforma il "bambino" in un "feto malformato", quella gravidanza in un "incidente" e l'omicidio in una "interruzione terapeutica". Tutto purchè evitare ritorsioni legali: si chiama medicina difensiva, ed oggi sembrerebbe essere diventato il perno del giuramento di Ippocrate.... da "primum, non nuocere" si è passati a "primum, sàlvati dalla denuncia".

E cosa resta? Due genitori spaventati e confusi, che presi dalla smania di risolvere presto un "increscioso incidente", convinti del fatto che "tanto ne avrete altri", e che "tanto il feto non sente dolore", vanno a mettersi in un buco nero che molte volte non ha vie di uscita, se non quelle del dolorosissimo tragitto della sindrome post-abortiva.

Nome un pò vago, ma che contiene un vero inferno di conseguenze, dalle depressioni, agli attacchi di panico, costosi percorsi di psicoterapia, gravosi farmaci antidepressivi, pesanti ritorsioni sul rapporto di coppia, sulla capacità di generare nuovamente figli,  sulle difficoltà di rapporto con quelli che già erano presenti, e che da quel momento in poi vivranno di riflesso una curiosa "sindrome del sopravvissuto" (del tipo "meno male che io ero sano, se no mi facevate fuori. Ma se mi dovessi ammalare, cosa mi succederà?").

La consulenza da fare ad una coppia che si trova a gestire un evento imprevisto e sgradito come quello dell'apprendere che il proprio bambino è poco meno che perfetto, richiede un amore spropositato per la vita. Quell'amore che muove associazioni, movimenti, spesso anche religioni, con l'unico scopo di gridare al mondo che la vita è bella comunque, che vale la pena rischiare, che tutto quanto apparentemente si presenta come male incartato, sempre regalo rimane.

La capacità di mettersi in gioco, di accettare il rischio che non tutto sia semplice, resistere alla ingannevole tentazione di voler pianificare ogni cosa (ma si può, poi, pianificare tutto?), aggiunge sale alla vita e rinforza nel carattere. Ecco che allora l'alleanza terapeutica che un diagnosta può stringere con la coppia di genitori disposta a vivere davvero la vita fino in fondo, diventa la roccaforte su cui costruire quella nuova vita, che spesso viene donata a particolari genitori, perchè proprio a loro serve di imparare a vivere così, per avere più pienezza. La fede nella vita, in effetti, è proprio credere fermamente in questo. E quando si riesce a farlo, tutto diventa una bellissima avventura, persino la malattia di un figlio.

Sabrina Pietrangeli è fondatore e presidente de La Quercia Millenaria Onlus

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