Con Gesù nel deserto

Prima predica di Quaresima di padre Raniero Cantalamessa

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) | 655 hits

Riportiamo il testo integrale della prima predica di Quaresima 2014 di padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., predicatore della Casa Pontificia.

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La quaresima inizia ogni anno con il racconto di Gesù che si ritira nel deserto per quaranta giorni. In questa meditazione introduttiva, tenuta in assenza del Santo Padre, vogliamo cercare di scoprire cosa Gesù ha fatto in questo tempo, quali sono i temi presenti nel racconto evangelico, per applicarli alla nostra vita.

1. “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto”

Il primo tema è quello del deserto. Gesù ha appena ricevuto, nel Giordano, l’investitura messianica per portare la buona novella ai poveri, sanare i cuori affranti, predicare il regno (cf. Lc 4, 18 s). Ma non si affretta a fare nessuna di queste cose. Al contrario, obbedendo a un impulso dello Spirito Santo, si ritira nel deserto dove rimane quaranta giorni. Il deserto in questione è il deserto di Giuda che si estende da fuori le mura di Gerusalemme fino a Gerico, nella valle del Giordano. La tradizione identica il luogo con il cosiddetto Monte della Quarantena prospiciente la valle del Giordano.

Nella storia vi sono state schiere di uomini e donne che hanno scelto di imitare questo Gesù che si ritira nel deserto. In oriente, a cominciare da sant’Antonio Abate, si ritiravano nei deserti dell’Egitto o della Palestina; in occidente, dove non esistevano deserti di sabbia, si ritiravano in luoghi solitari, monti e valli remote. Ma l’invito a seguire Gesù nel deserto non è rivolto solo ai monaci e agli eremiti. In forma diversa, esso è rivolto a tutti. I monaci e gli eremiti hanno scelto uno spazio di deserto, noi dobbiamo scegliere almeno un tempo di deserto.

La Quaresima è l’occasione che la Chiesa offre a tutti, indistintamente, per vivere un tempo di deserto senza dovere per questo abbandonare le attività quotidiane. Sant’Agostino ha lanciato questo accorato appello:

“Rientrate nel vostro cuore! Dove volete andare lontano da voi? Rientrate dal vostro vagabondaggio che vi ha portato fuori strada; ritornate al Signore. Egli è pronto. Prima rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo... Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo”[1].

Rientrare nel proprio cuore! Ma cos’è e cosa rappresenta il cuore, di cui si parla così spesso nella Bibbia e nel linguaggio umano? Fuori dell’ambito della fisiologia umana, dove esso non è che un organo del corpo per quanto vitale, il cuore è il luogo metafisico più profondo di una persona; è l’intimo di ogni uomo, dove ciascuno vive il suo essere persona, cioè il suo sussistere in sé, in relazione a Dio, da cui ha origine e in cui trova il suo fine, agli altri uomini e alla creazione intera. Anche nel linguaggio comune, il cuore designa la parte essenziale di una realtà. “Andare al cuore di un problema” vuol dire andare alla parte essenziale di esso, da cui dipende la spiegazione di tutte le altre parti del problema. 

Il cuore di una persona indica così il luogo spirituale, dove uno può contemplare la persona nella sua realtà più profonda e vera, senza veli e senza fermarsi ai suoi lati marginali. È sul cuore che avviene il giudizio di ogni persona, su ciò che porta dentro di sé e che è la fonte della sua bontà o della sua cattiveria. Conoscere il cuore di una persona vuol dire essere penetrati nel santuario intimo della sua personalità, per cui si conosce quella persona per quello che veramente essa è e vale. 

Tornare al cuore significa dunque tornare a ciò che c’è di più personale e interiore in noi. Purtroppo l’interiorità è un valore in crisi. Alcune cause di questa crisi sono antiche e inerenti alla nostra stessa natura. La nostra “composizione”, cioè l’essere noi costituiti di carne e spirito, fa sì che siamo come un piano inclinato, inclinato però verso l’esterno, il visibile e il molteplice. Come l’universo, dopo l’esplosione iniziale (il famoso Big bang), anche noi siamo in fase di espansione e di allontanamento dal centro. Siamo perennemente “in uscita”, attraverso quelle cinque porte o finestre che sono i nostri sensi.

Santa Teresa d’Avila ha scritto un’opera intitolata Il castello interiore che è certamente uno dei frutti più maturi della dottrina cristiana dell’interiorità. Ma esiste, ahimè, anche un “castello esteriore” e oggi constatiamo che è possibile essere chiusi anche in questo castello. Chiusi fuori casa, incapaci di rientrarvi. Prigionieri dell’esteriorità! Quanti di noi dovrebbero fare propria l’amara costatazione che Agostino faceva a proposito della sua vita prima della conversione: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te”[2].

Quello che si fa all’esterno è esposto al pericolo quasi inevitabile dell’ipocrisia. Lo sguardo di altre persone ha il potere di far deviare la nostra intenzione, come certi campi magnetici fanno deviare le onde. L’azione perde la sua autenticità e la sua ricompensa. Il sembrare prende il sopravvento sull’essere. Per questo Gesù invita a digiunare e fare l’elemosina di nascosto e a pregare il Padre “nel segreto” (cf Mt 6, 1-4).

L’interiorità è la via a una vita autentica. Si parla tanto oggi di autenticità e se ne fa il criterio di riuscita o meno della vita. Ma dov’è, per il cristiano, l’autenticità? Quand’è che una persona è veramente se stessa? Solo quando accoglie, come misura, Dio. “Si parla tanto – scrive il filosofo Kierkegaard – di vite sprecate. Ma sprecata è soltanto la vita di quell’uomo che mai si rese conto, perché non ebbe mai, nel senso più profondo, l’impressione che esiste un Dio e che egli, proprio egli, il suo io, sta davanti a questo Dio”[3].

Di un ritorno all’interiorità hanno bisogno soprattutto le persone consacrate al servizio di   Dio. In un discorso tenuto ai superiori di un ordine religioso contemplativo, Paolo VI disse:

“Oggi siamo in un mondo che sembra alle prese con una febbre che si infiltra perfino nel santuario e nella solitudine. Rumore e frastuono hanno invaso pressoché ogni cosa. Le persone non riescono più a raccogliersi. In preda a mille distrazioni, esse dissipano abitualmente le loro energie dietro le diverse forme della cultura moderna. Giornali, riviste, libri invadono l’intimità delle nostre case e dei nostri cuori. È più difficile di un tempo trovare l’opportunità per quel raccoglimento nel quale l’anima riesce a essere pienamente occupata in Dio”.

Ma cerchiamo anche di vedere come fare, concretamente, per ritrovare e conservare l’abitudine all’interiorità. Mosè era un uomo attivissimo. Ma si legge che si era fatta costruire una tenda portatile e a ogni tappa dell’esodo fissava la tenda fuori dell’accampamento e regolarmente entrava in essa per consultare il Signore. Lì, il Signore parlava con Mosè “faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es 33, 11).

Ma anche questo non sempre si può fare. Non sempre ci si può ritirare in una cappella o in un luogo solitario per ritrovare il contatto con Dio. San Francesco d’Assisi suggerisce perciò un altro accorgimento più a portata di mano. Mandando i suoi frati per le strade del mondo, diceva: Noi abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. “Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare”. È come avere un deserto sempre “sotto casa” o meglio “dentro casa”, in cui potersi ritirare con il pensiero in ogni momento, anche andando per strada.

Concludiamo questa prima parte della nostra meditazione ascoltando, come rivolta a noi, l’esortazione che Sant’Anselmo da Aosta rivolge al lettore in una sua opera famosa:

“Orsù, misero mortale, fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni, lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi. Allontana in questo momento i gravi affanni e metti da parte le tue faticose attività. Attendi un poco a Dio e riposa in lui. Entra nell’intimo della tua anima, escludi tutto, tranne Dio e quello che ti aiuta a cercarlo, e, richiusa la porta, di’ a Dio: Cerco il tuo volto. Il tuo volto io cerco, Signore”[4].

2. I digiuni accetti a Dio

Il secondo grande tema presente nel racconto di Gesù nel deserto è il digiuno. “Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt 4, 1). Cosa significa per noi oggi imitare il digiuno di Gesù?  Una volta, con la parola digiuno si intendeva solo il limitarsi nei cibi e nelle bevande e l’astenersi dalle carni. Questo digiuno alimentare conserva tuttora la sua validità ed è altamente raccomandato, quando naturalmente la sua motivazione è religiosa e non solo igienica o estetica, ma non è più il solo e neppure il più necessario.

La forma più necessaria e significativa di digiuno si chiama oggi sobrietà. Privarsi volontariamente di piccole o grandi comodità, di quanto è inutile e a volte anche dannoso alla salute. Questo digiuno è solidarietà con la povertà di tanti. Chi non ricorda le parole di Isaia che la liturgia ci fa ascoltare all’inizio di ogni Quaresima?  

“Il digiuno che io gradisco non è forse questo:

che tu divida il tuo pane con chi ha fame,

che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo,

che quando vedi uno nudo tu lo copra

e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?” (Is 58, 6-7).

Un tale digiuno è anche contestazione di una mentalità consumistica. In un mondo, che ha fatto della comodità superflua e inutile uno dei fini della propria attività, rinunciare al superfluo, saper fare a meno di qualcosa, frenarsi dal ricorrere sempre alla soluzione più comoda, dallo scegliere la cosa più facile, l’oggetto di maggior lusso, vivere, insomma con sobrietà, è più efficace che imporsi delle penitenze artificiali. È, oltretutto, giustizia verso le generazioni che seguiranno la nostra che non devono essere ridotte a vivere delle ceneri di quello che abbiamo consumato e sprecato noi. La sobrietà ha anche un valore ecologico, di rispetto del creato.

Più necessario del digiuno dai cibi è oggi anche il digiuno dalle immagini. Viviamo in una civiltà dell’immagine; siamo diventati divoratori di immagini. Attraverso la televisione, la stampa, la pubblicità, lasciamo entrare a fiotti immagini dentro di noi. Molte di esse sono malsane, veicolano violenza e malizia, non fanno che aizzare i peggiori istinti che ci portiamo dentro. Sono confezionate espressamente per sedurre. Ma forse il peggio è che danno un’idea falsa e irreale della vita, con tutte le conseguenze che ne derivano nell’impatto poi con la realtà, soprattutto per i giovani. Si pretende inconsciamente che la vita offra tutto ciò che la pubblicità presenta.

Se non creiamo un filtro, uno sbarramento, riduciamo in breve tempo la nostra fantasia e la nostra anima a un immondezzaio. Le immagini cattive non muoiono appena giunte dentro di noi, ma fermentano. Si trasformano in impulsi all’imitazione, condizionano terribilmente la nostra libertà. Un filosofo materialista, Feuerbach, ha detto: “L’uomo è ciò che mangia”; oggi bisognerebbe forse dire: “L’uomo è ciò che guarda”.

Un altro di questi digiuni alternativi, che possiamo fare durante la Quaresima, è quello dalle parole cattive. San Paolo raccomanda: “Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Efesini 4, 29).

Parole cattive non sono solo le parolacce; sono anche le parole taglienti, negative che mettono in luce sistematicamente il lato debole del fratello, parole che seminano discordia e sospetti. Nella vita di una famiglia o di una comunità, queste parole hanno il potere di far chiudere ognuno in se stesso, di raggelare, creando amarezza e risentimento. Alla lettera, “mortificano”, cioè danno la morte. San Giacomo diceva che la lingua è piena di veleno mortale; con essa possiamo benedire Dio o maledirlo, risuscitare un fratello o ucciderlo (cf. Gc 3, 1-12). Una parola può fare più male di un pugno.

Nel vangelo di Matteo è riportata una parola di Gesù che ha fatto tremare i lettori del Vangelo di tutti i tempi: “Ma io vi dico che di ogni parola inutile (argon) gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio” (Mt 12, 36). Gesú non intende certo condannare ogni parola inutile, nel senso di non “strettamente necessaria”. Preso in senso passivo, il termine usato nel Vangelo indica la parola priva di fondamento (a = senza, ergon = opera), quindi infondata, calunniosa; preso in senso attivo, esso significa la parola che non fonda nulla, che non serve neppure alla necessaria distensione. San Paolo raccomandava al discepolo Timoteo: “Evita le chiacchiere profane, perché quelli che le fanno avanzano sempre più nell'empietà” (2 Tim 2,16). Una raccomandazione che papa Francesco ci ha ripetuto più di una volta.

La parola inutile (argon) è il contrario della parola di  Dio che è definita infatti, per contrasto, energes (1 Tess 2, 13; Eb 4,12), cioè efficace, creativa, piena di energia e utile a tutto. In questo senso, ciò di cui gli uomini dovranno rendere conto nel giorno del giudizio è, in primo luogo, la parola vuota, senza fede e senza unzione, pronunciata da chi dovrebbe invece pronunciare le parole di Dio che sono “spirito e vita”, soprattutto nel momento in cui esercita il ministero della Parola. Riguarda quindi noi ministri della Parola.

3. Tentato da Satana

Passiamo al terzo elemento del racconto evangelico sul quale vogliamo riflettere: la lotta di Gesù contro il demonio, le tentazioni. Anzitutto una domanda: esiste il demonio? Cioè, la parola demonio indica davvero una qualche realtà personale, dotata di intelligenza e volontà, o è semplicemente un simbolo, un modo di dire per indicare la somma del male morale del mondo, l’inconscio collettivo, l’alienazione collettiva e via dicendo?

La prova principale dell’esistenza del demonio nei Vangeli non è nei numerosi episodi di liberazione di ossessi, perché nell’interpretare questi fatti possono aver influito le credenze antiche sull’origine di certe malattie. Gesù che è tentato nel deserto dal demonio, questa è la prova. La prova sono anche i tanti santi che hanno lottato nella vita con il principe delle tenebre. Essi non sono dei «Don Chisciotte» che hanno lottato contro mulini a vento. Al contrario, erano uomini molto concreti e dalla psicologia sanissima. San Francesco d’Assisi una volta confidò a un compagno: “Se i frati sapessero quante e quali tribolazioni io ricevo dai demoni, non ce ne sarebbe uno che non si metterebbe a piangere per me”[5].

Se tanti trovano assurdo credere nel demonio è perché si basano sui libri, passano la vita nelle biblioteche o a tavolino, mentre al demonio non interessano i libri, ma le persone, specialmente, appunto, i santi. Cosa può saperne su satana chi non ha mai avuto a che fare con la realtà di satana, ma solo con la sua idea, cioè con le tradizioni culturali, religiose, etnologiche su satana? Costoro trattano di solito questo argomento con grande sicurezza e superiorità, liquidando tutto come «oscurantismo medievale». Ma è una fal­sa sicurezza. Come chi si vantasse di non aver alcuna paura del leone, adducendo come prova il fatto che lo ha visto tante volte dipinto o in fotografia è non si è mai spaventato.

È del tutto normale e coerente che non creda nel diavolo, chi non crede in Dio. Sarebbe addirittura tragico se qualcuno che non crede in Dio credesse nel diavolo! Eppure, a pensarci bene, è quello che avviene nella nostra società. Il demonio, il satanismo e altri fenomeni connessi sono oggi di grande attualità. Il nostro mondo tecnologico e industrializzato pullula di maghi, stregoni di città, occultismo, spiritismo, dicitori di oroscopi, venditori di fatture, di amuleti, nonché di sette sataniche vere e proprie. Scacciato dalla porta, il diavolo è rientrato dalla finestra. Cioè, scacciato dalla fede, è rientrato con la superstizione.

La cosa più importante che la fede cristiana ha da dirci non è però che il demonio esiste, ma che Cristo ha vinto il demonio. Cristo e il demonio non sono per i cristiani due princìpi uguali e contrari, come in certe religioni dualistiche. Gesù è l’unico Signore; satana non è che una creatura «an­data a male». Se gli è concesso potere sugli uomini, è perché gli uomini abbiano la possibilità di fare liberamente una scelta di campo e anche perché «non montino in superbia» (cfr. 2 Cor 12,7), credendosi autosufficienti e senza bisogno di alcun redentore. «Il vecchio satana è matto» dice un can­to spiritual negro. «Ha sparato un colpo per distruggere la mia anima, ma ha sbagliato mira e ha distrutto invece il mio peccato.»

Con Cristo non abbiamo nulla da temere. Niente e nessuno può farci del male, se noi stessi non lo vogliamo. Satana, diceva un antico padre della Chiesa, dopo la venuta di Cristo, è come un cane legato sull’aia: può latrare e avventarsi quanto vuole; ma, se non siamo noi ad andargli vicino, non può mordere. Gesù nel deserto si è liberato da satana per liberarci da satana!

I vangeli ci parlano di tre tentazioni: “Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane”; “Se sei Figlio di Dio, gettati giù”; “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Esse han­no uno scopo unico e comune a tutte: distogliere Gesù dalla sua missione, distrarlo dallo scopo per cui è venuto in terra; sostitui­re al piano del Padre un piano diverso. Nel battesimo, il Padre aveva additato a Cristo la via del Servo obbediente che salva con l’umiltà e la sofferenza; satana gli propone una via di gloria e di trionfo, la via che tutti allora si aspettavano dal Messia.

Anche oggi tutto lo sforzo del demonio è di distogliere l’uomo dallo scopo per cui è al mondo che è quello di conoscere, amare e servire Dio in questa vita per goderlo poi nell’altra. Distrarlo, cioè trarlo da una altra parte, in altra direzione. Satana però è anche astuto; non compare di persona con tanto di corna e odore di zolfo (sarebbe troppo facile riconoscerlo); si serve delle cose buone portandole all’eccesso, assolutizzandole e facendone degli idoli. Il denaro è una cosa buona, come lo sono il piacere, il sesso, il mangiare, il bere. Ma se essi diventano la cosa più importante della vita, il fine, non più dei mezzi, allora diventano distruttivi per l’anima e spesso anche per il corpo.

Un esempio particolarmente attinente al tema è il divertimento, il distrarsi. Il gioco è una dimensione nobile dell’essere umano; Dio stesso ha comandato il riposo. Il male è fare del gioco lo scopo della vita, vivere la settimana come attesa del sabato notte o della partita allo stadio della domenica, per non parlare di altri passatempo assai meno innocenti. In questo caso il divertimento cambia segno e, anziché servire alla crescita umana e alleviare lo stress e la fatica, li accresce.

Un inno liturgico della Quaresima esorta a usare più parcamente, in questo tempo, di «parole, cibi, bevande, sonno e divertimenti». Questo è un tempo per riscoprire perché siamo venuti al mondo, da dove veniamo, dove andiamo, che rotta stiamo seguendo. Altrimenti ci può capitare quello che capitò al Titanic o, più vicino a noi nel tempo e nello spazio, alla Costa Concordia.

4. Perché Gesù andò nel deserto

Ho cercato di mettere in luce gli insegnamenti e gli esempi che ci vengono da Gesù per questo tempo di Quaresima, ma devo dire che  ho omesso finora di parlare del più importante di tutti. Perché Gesù, dopo il suo battesimo, si recò nel deserto? Per essere tentato da Satana? No, non ci pensava nemmeno; nessuno va di proposito in cerca di tentazioni e lui stesso ci ha insegnato a pregare di non essere indotti in tentazione. Le tentazioni furono un’iniziativa del demonio, permessa dal Padre, per la gloria del suo Figlio e come insegnamento per noi.

Andò nel deserto per digiunare? Anche, ma non principalmente per questo. Vi andò per pregare! Sempre quando Gesú si ritirava in luoghi deserti era per pregare il Padre suo. Vi andò per sintonizzarsi, come uomo, con la volontà divina, per approfondire la missione che la voce del Padre, nel battesimo, gli aveva fatto intravvedere: la missione del Servo obbediente chiamato a redimere il mondo con la sofferenza e l’umiliazione. Vi andò insomma per pregare, per stare in intimità con il Padre suo. E questo è anche lo scopo principale della nostra Quaresima. Andò nel deserto per lo stesso motivo per cui, secondo Luca, un giorno, più tardi, salì sul monte Tabor e cioè per pregare (Lc 9,28).

Non si va nel deserto solo per lasciare qualcosa –il chiasso, il mondo, le occupazioni -; ci si va soprattutto per trovare qualcosa, anzi Qualcuno. Non ci si va solo per ritrovare se stessi, per mettersi in contatto con il proprio io profondo, come in tante forme di meditazione non cristiane. Essere soli con se stessi può significare trovarsi con la peggiore delle compagnie. Il credente va nel deserto, scende nel proprio cuore, per riannodare il suo contatto con Dio, perché sa che “nell’uomo interiore abita la Verità”.

È il segreto della felicità e della pace in questa vita. Cosa desidera di più un innamorato se non stare da solo, in intimità, con la persona amata? Dio è innamorato di noi e desidera che noi ci innamoriamo di lui. Parlando del suo popolo come di una sposa, Dio dice: “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). Si sa qual è l’effetto dell’innamoramento: tutte le cose e tutte le altre persone arretrano, si collocano come sullo sfondo. C’è una presenza che riempie tutto e rende tutto il resto “secondario”. Non isola dagli altri, che anzi rende ancora più attenti e disponibili verso gli altri, ma come di riflesso, per ridondanza di amore. Oh, se noi uomini e donne di Chiesa scoprissimo quanto è vicina a noi, a portata di mano, la felicità e la pace che cerchiamo in questo mondo!

Gesú ci aspetta nel deserto: non lasciamolo solo in tutto questo tempo.

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NOTE

[1] S. Agostino, In Ioh. Ev., 18, 10 (CCL 36, p. 186).

[2] S. Agostino, Confessioni, X, 27.

[3] S. Kierkegaard, La malattia mortale, II, in Opere, a cura di C. Fabro, Firenze 1972, p. 663.

[4] S. Anselmo, Proslogion, 1, (Opera omnia, 1, Edimburgo 1946, p.97).

[5] Cf. Speculum perfectionis, 99 (FF 1798).