"Con papa Francesco, la Chiesa vive una nuova primavera" (Seconda parte)

Monsignor Bruno Forte traccia un bilancio del primo anno di pontificato di Bergoglio e ne individua numerose analogie con la stagione del Concilio Vaticano II

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 527 hits

[Leggi prima parte]

Si è molto parlato di un “effetto-Francesco” sui confessionali. Ritiene che il ritorno di così tanti fedeli alla messa e alla pratica sacramentale sia un fenomeno profondo e duraturo?

Mons. Bruno Forte: È un dato di fatto che noi tutti pastori registriamo. C’è un ritorno di tanti alla grazia dei sacramenti, in particolare alla Confessione motivato dal senso di attrazione e di invito ad usufruire della tenerezza e della misericordia di Dio, che ci viene continuamente da questo papa: non abbiate paura della tenerezza di Dio. Quanto questo dato di fatto sia profondo, lo sa solo Dio, tuttavia mi chiedo: il fatto che tante persone ritrovino la via della riconciliazione sacramentale, potrà mai essere giudicato come un fatto superficiale? Nella misura in cui, ci si apre nel profondo al perdono di Dio e lo si chiede, c’è sempre un movimento interiore di grazia e di miracolo dello Spirito che nessun giudizio umano potrà qualificare come banale o superficiale.

È un fenomeno duraturo? Tutto ciò che è umano è soggetto alla caducità e alla provvisorietà, tuttavia sicuramente certe esperienze che cambiano l’anima nel profondo sono anche quelle esperienze che danno alla vita quello spessore e quella bellezza che hanno già un sapore di eternità. Questo ci fa sperare che possa essere l’inizio di un cammino, destinato a diventare stabile, duraturo e profondo.

Siamo dunque in una primavera della Chiesa come già lo fu il pontificato di Giovanni XXIII. A distanza di 50 anni, il Concilio è più che mai vivo. Il messaggio della tenerezza e della misericordia di Dio di papa Giovanni è vivo, perché l’umanità ne ha più che mai bisogno.

Ritiene che anche le riforme strutturali della Chiesa in senso collegiale e sinodale siano nel solco di quanto auspicato dal Concilio Vaticano II?

Mons. Bruno Forte: La Evangelii Gaudium è un manifesto programmatico in tal senso. La grande intenzione di papa Francesco è portare a compimento quello che il Vaticano II ha proposto, tematizzato ed avviato: l’effettiva collegialità ecclesiale sub Petro e cum Petro. Papa Francesco crede nel valore della collegialità, il che significa credere nella santità della Chiesa, nello Spirito Santo che opera nel Popolo di Dio che ispira il sensus fidelium che dunque, in qualche modo, attraverso l’ascolto della chiesa, parla anche ai pastori che devono discernere, giudicare e trasmettere la fede. Credo che siamo veramente in una stagione conciliare, nel senso che quello che il Concilio Vaticano II aveva proposto circa la communio e la collegialità dei vescovi, a cominciare dalla dottrina della sacra mentalità dell’episcopato si stia realizzando. Non sarà facile: non tutto ciò che di bello e di luminoso stiamo mettendo in evidenza, sarà recepito con facilità. È evidente che ci saranno resistenze e paure. Una Chiesa più verticistica e “clericale” è una chiesa che fa comodo a tanti, in quanto libera dalla responsabilità di confrontarsi in prima persona, con i dilemmi e le fatiche delle scelte della vita, della morale. La Chiesa di Gesù è una Chiesa in cui la funzione dei pastori è indispensabile ma in cui ciascuno è chiamato a vivere la propria vita, a fare la propria scelta d’amore e di fede e a morire la propria morte. Tutti i battezzati hanno una dignità che lo spirito sinodale e collegiale così fortemente voluto da questo papa ed ispirato dal grande dono del Vaticano II, certamente promuove e incoraggia.

Un altro aspetto è l’insistenza del Santo Padre sulla povertà evangelica, un valore che lui stesso persegue con coerenza, anche nel governo della Chiesa. Non c’è il rischio che venga fraintesa come pauperismo?

Mons. Bruno Forte: Ci sono due aspetti che vanno evidenziati: il primo è la povertà come stile di vita. Gesù è povero e la sua povertà non nasce dal pauperismo ma nasce dal voler dimostrare con la vita, come il vero tesoro dell’essere umano non è nient’altro che Dio e la ricerca del Suo Regno. La povertà evangelica non è che un volto della fede in Dio, che non vuole garanzie umane, che non vuole mezzi umani ma che si fida, per dirla con San Paolo, della “debolezza di Dio”. Nelle scelte di papa Francesco non c’è mai un pauperismo di maniera. Papa Francesco è autentico, è se stesso. Egli stesso non ha mai detto che l’appartamento pontificio era troppo lussuoso. Ha detto soltanto che voleva vivere a Santa Marta per poter stare con gli altri, per un bisogno di comunione. Ha anche detto, scherzando, che non avrebbe voluto spendere soldi dallo psichiatra… È un Papa che crede nella vita comune, nella fraternità, che è anche un volto della sobrietà, della povertà evangelica. Dall’altra parte c’è la scelta dei poveri e l’attenzione ai poveri, con una precisa denuncia e un preciso annuncio. La denuncia è quella dei “no”, ribaditi nella Evangelii Gaudium: il “no” a una economia della esclusione che emargina i più deboli, il “no” a una tirannia del denaro, che è anche alla base della crisi economica mondiale. Questi “no” molto chiari e netti si congiungono poi a un “sì”: il “sì” dell’impegno alla promozione umana, alla dignità dell’essere umano, a una giustizia nella quale si promuova la convivialità delle differenze, perché ogni persona umana sia rispettata e promossa nella sua dignità e nelle sue possibilità.

L’insistenza di papa Francesco sulla povertà non ha nulla a che vedere con il pauperismo ma è piuttosto una rivisitazione del grande messaggio evangelico che, ad esempio, Francesco d’Assisi aveva rilanciato con la sua vita e con le sue parole nel cuore del Medioevo cristiano.