Con Pupi Avati il cinema italiano abbraccia il Papa

Intervista al regista, tra i 60 artisti in mostra per Benedetto XVI

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di Chiara Santomiero

ROMA, lunedì, 4 luglio 2011 (ZENIT.org).- “Lo splendore della verità, la bellezza della carità” è il tema della mostra che verrà inaugurata il 4 luglio, a Roma, nell’atrio dell’Aula Paolo VI dove sono state allestite le opere di 60 artisti, uno per ogni anno di sacerdozio di Benedetto XVI.

Unico cineasta tra gli artisti scelti dal Pontificio Consiglio per la cultura per realizzare questo nuovo incontro tra il mondo dell’arte e il Santo Padre dopo l’“arrivederci” con il quale si era concluso quello del 21 novembre 2009 nella Cappella Sistina è il regista italiano Pupi Avati, intervistato da ZENIT.

Come ha immaginato questo omaggio al Papa?

Avati: Ho cercato di esprimere, in cinque minuti, l’abbraccio di tutto il cinema italiano, e non solo mio personale, al Santo Padre. La soluzione è stata attingere laddove è custodita la memoria della filmografia del nostro Paese e cioè la cineteca nazionale. Coinvolgendo in questo progetto gli alunni del Centro sperimentale di cinematografia che hanno aderito con un entusiasmo per niente scontato in dei giovani. Il risultato è una selezione delle opere più significative – secondo me – del cinema italiano cui abbiamo unito, con l’aiuto di H2onews, un filmato specialissimo: quello originale dell’ordinazione sacerdotale di Joseph Ratzinger nel 1951. E’ il nostro modo di unirci alla festa e ringraziare il Santo Padre per il suo insegnamento.

Cosa la colpisce di più di questo insegnamento?

Avati: Da subito, dai suoi primi pronunciamenti, Benedetto XVI ha affrontato il problema del relativismo etico, un male che ha intossicato l’Occidente. Ognuno ha una morale pret a porter che non ha riscontro nella dottrina della Chiesa. Sono anziano ormai e con il trascorrere del tempo ho assistito a una trasformazione delle coscienze. Nel mondo in cui sono cresciuto io, bastavano i dieci comandamenti per fare non solo un buon cristiano ma anche un bravo cittadino. Oggi invece ognuno ha una coscienza incline all’autoassoluzione, che non si assume responsabilità e vede negli altri la causa del proprio fallimento, degli insuccessi. Questo aspetto della cultura attuale tossico, insinuante, è diffuso in tutti i contesti e nella stessa Chiesa. Ci si può definire credenti e cattolici e sottoscrivere certe scelte del mondo occidentale verso grandi temi della vita che sono opposte ai dettami fondamentali sui quali si è fondata la nostra educazione. Forse è una questione d’età ma, per quanto io sia aperto a considerare tutti gli aspetti di una questione, resto convinto che esista un bene e un male, una differenza tra giusto e ingiusto. Quando questi limiti vengono superati, occorre dirlo e rassegnarsi ad essere considerati anacronistici, non alla moda.

In che modo l’omaggio al Papa, per quanto breve, si inserisce nel suo percorso cinematografico?

Avati: Di solito i protagonisti dei miei film, i contesti in cui si muovono, le loro storie mi assomigliano in modo imbarazzante…il mio egocentrismo mi ha spinto a mettere me stesso al centro della narrazione. Invece, per la prima volta con questo omaggio, dichiaro esplicitamente le mie passioni cinematografiche, senza togliere nulla, ovviamente, a chi non è citato. Attraverso 40 autori ricordo il cinema che mi piace e mi ha formato, primo fra tutti quello di Federico Fellini. Senza il film “8 ½” non avrei capito le possibilità del cinema come mezzo espressivo. Ha cambiato la mia vita: ero amico di Fellini e negli ultimi anni della sua vita gli ricordavo la sua responsabilità per la mia scelta scellerata!

Lei scrive libri e poi spesso ne trae dei film: cosa offre ciascun mezzo espressivo all’altro?

Avati: si tratta di due mezzi espressivi diversi che aiutano a completare l’incursione in un ambito al centro dei tuoi interessi. Gli indugi nella scrittura, le possibilità che ti offre per approfondire, soffermarti, andare oltre la scarna trama del racconto, il film non te lo permette, scorre implacabile a 24 fotogrammi a secondo. Però il film ha una maggiore capacità di adesione all’autore. Perché il lettore rimane spesso deluso dai film tratti da un romanzo? Perché l’immaginario del regista, reso visibile nel film, tradisce quello del lettore che ha costruito una sua visualizzazione della vicenda raccontata. L’atto creativo più autentico è comunque quello della scrittura: non c’è film che non nasca da una pagina scritta.

Scriverebbe un libro, e poi ne trarrebbe un film, su un Papa o un periodo della storia della Chiesa?

Avati: è difficile raccontare la spiritualità e la trascendenza. Ho girato un film, “Magnificat”, ambientato nel Medioevo, epoca nella quale non si poteva immaginare di vivere senza Dio e tutto era sacro, anche gli oggetti, gli strumenti di lavoro. Al contrario di oggi. Sono solito regalare agli amici delle piastrelle sulle quali c’è scritto: vocatus atque non vocatus, Deus aderit (invocato o meno, Dio verrà). E’ una frase che era scritta sulla porta della casa svizzera di Jung, uno dei fondatori della psicanalisi. Questa definizione della divinità mi convince perché si affranca dalla necessità di essere creduta. Oggi l’esistenza di Dio viene stabilita dalla capacità dialettica di chi interviene nei dibattiti televisivi. Invece avvicinarsi ad essa richiede rispetto, pudore, senso di reverenza, quasi di inibizione. Ciò che si prova, in qualche modo, nell’avvicinarsi alla creatività artistica: entrare nel percorso di un genio della musica come Mozart o il jazzista Bix, ai quali ho dedicato un film, è come penetrare nel sancta sanctorum. La grande creatività, infatti, ha risonanze nel sacro e i dipinti, le opere d’arte, la musica rappresentano un tentativo di tradurre questa sorta di contatto con il divino.

Questo appuntamento del 4 luglio è un esempio del ripetuto tentativo della Chiesa di riprendere il dialogo con gli artisti dopo la frattura della modernità: cosa ne pensa?

Avati: è un tentativo nobile, ma molto difficile da realizzare nel nostro tempo perché manca un linguaggio comune. Cosa significa oggi essere artisti? Qual è il senso, la responsabilità, il ruolo? Cosa offre l’artista alla società? Secondo una teoria sull’arte, questa deve servire ad intenti di carattere sociale. In base a questa visione il mio film “Una sconfinata giovinezza”, incentrato su una coppia nella quale il marito si ammala di Alzheimer, dovrebbe essere utile a parlare di un tema sociale che in Italia interessa oggi settecentomila famiglie. E’ un approccio ma anche un limite: obbedisce alla mente ma non al cuore. Invece l’arte più alta dovrebbe, in qualche modo, essere utile solo di riflesso. Quando mi commuovo, mi emoziono per un verso e non so perché, io vivo una gratitudine e una rassicurazione, mi ritrovo in un mondo che riconosco mio e non mi fa paura. La bellezza così, ha prodotto una riappacificazione con il contesto esterno. Qui le funzioni sociali smettono di esistere ed è verso quest’arte che dovremmo tendere, pur consapevoli dei nostri limiti. L’opera d’arte non deve essere utile, è qualcosa che ti arricchisce in modo misterioso, ha a che fare con l’ineffabile. Come nell’amore. Se riesci ad elencare una serie di ragioni per le quali la persona che hai al fianco è giusta per te, forse non si tratta della persona che dovevi incontrare. Quando invece non sai dire perché ami una persona, allora è quella giusta. L’arte, come l’amore, sfugge alle definizioni ma riempie la vita di bellezza.