Concilio Vaticano II: una nuova lettura della fede cattolica

Comunicato della PUSC sul Congresso internazionale svoltosi il 3 e 4 maggio a Roma

| 989 hits

ROMA, venerdì, 4 maggio 2012 (ZENIT.org).- La novità conciliare più incisiva è consistita in “una nuova lettura della fede cattolica, in grado di ripristinare le interrelazioni e le proporzioni adeguate tra tutti gli elementi della tradizione, dopo secoli di accentuazioni unilaterali”. È quanto dichiarato dal prof. José Ramón Villar, dell'Università di Navarra, intervenuto al Congresso internazionale “Concilio Vaticano II: il valore permanente di una riforma per la nuova evangelizzazione”, svoltosi il 3 e 4 maggio a Roma su iniziativa dalla Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce.

“Le novità dottrinali sono sempre relative perché, in qualche modo, devono essere contenute nella tradizione della Chiesa” - ha aggiunto lo studioso spagnolo. Per cui, nel caso del Concilio queste “non sono l’apparizione di qualcosa di mai detto in precedenza o una novità sconosciuta nella tradizione cattolica”. Anzi, “di rigore, la novità è sempre uno sviluppo interno alla tradizione stessa, di aspetti che per diverse circostanze sono compresi meglio in un determinato momento storico”.

Per il prof. Miguel De Salis, dell'Università della Santa Croce, l'evento conciliare non ha rappresentato una sorta di “‘assemblea costituente’, ma una manifestazione della Chiesa che ha radunato i suoi pastori per riflettere sul suo cammino storico e sul rinnovamento necessario per adeguare l’annuncio secondo le necessità dei tempi”. “Nella teologia cattolica - ha proseguito - riforma e aggiornamento significano anzitutto guardare alla conversione personale che avvicina più o meno a Dio”. De Salis ha poi sottolineato che “la riforma è sempre un atto di fede, speranza e carità, al cui interno ci può essere il riconoscimento anche di errori nella Chiesa che conducono alla sua purificazione”.

Riflettendo sulla Costituzione “Sacrosanctum Concilium” e la conseguente riforma liturgica, il docente tedesco di liturgia Helmut Hoping (Universität Freiburg i.Br.) ha parlato di “rinnovamento della pratica liturgica” e della necessità per la nuova evangelizzazione della “formazione liturgica e mistagogica”. Hoping ha aggiunto che l’allora card. Ratzinger aveva auspicato “una riforma della riforma”, considerato il rischio di un “orizzontalismo superficiale della liturgia”. Gli ultimi interventi magisteriali non rappresentano certo “un dietro-front né un ritorno alla vecchia messa”, ma sono espressione della necessità “del ‘ritorno all’adorazione’ essendo la liturgia un ‘accadimento sacro’”.

Commentando la Dichiarazione “Nostra Aetate”, Mons. David M. Jager, OFM, della Pontificia Università Antonianum, ne ha chiarito la sua “motivazione generale, che in effetti giova molto per escluderne alcuna lettura di stampo relativistico”. Infatti, “il rapportarsi alle religioni non cristiane non mira di per sé a nuove scoperte sulla verità o sulla volontà di Dio, ma la Chiesa lo intraprende nel quadro del 'suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli'”.

Tra i frutti più evidenti del Concilio, vi è senza dubbio “la nascita di nuovi movimenti spirituali” e una “nuova fioritura di realtà fondate molto tempo prima”, che si sono sentiti “confermati nella loro spiritualità di santificazione del mondo”. Se ne è detto convinto il prof. Manfred Spieker, dell'Università di Osnabrük, che ha offerto un'analisi della Costituzione pastorale “Gaudium et spes”. Queste nuove realtà ecclesiali “nella ricezione del Concilio si sono orientate e si orientano tutt'ora all'ermeneutica della riforma”,unite “in una fede gioiosa, nella fedeltà alla Chiesa e al magistero del Papa nonché nell'impegno assunto con il battesimo per l'apostolato e nella testimonianza della fede nella società”. Sono anche unite nella convinzione – ha concluso il prof. Spieker – che “la Chiesa non abbia bisogno di riformatori, ma di santi” e che “il Concilio sia stato un dono dello Spirito Santo alla Chiesa, un evento pentecostale che incoraggia i laici a vivere nel mondo e rafforza la loro capacità di rendere conto a tutti della fede e della speranza, di cui sono portatori”.

Il prof. José Maria La Porte, decano della Facoltà di Comunicazione dell'Università della Santa Croce, ha invece offerto una panoramica sulla prassi comunicativa adottata nel corso del Concilio Vaticano II, presentando “alcuni atteggiamenti presenti nei mezzi di comunicazione” nella fase preparatoria dell'evento, le discussioni dei diversi temi dentro e fuori delle aule conciliari e la diffusione posteriore dei documenti approvati dall'Assemblea. Dall'analisi emergono “due ambiti di discussione, molto spesso divergenti tra di loro”. Quello legato propriamente agli specialisti addetti ai lavori e quello sviluppato dai giornalisti nei media: “quest'ultimo ambito sembra aver condizionato in modo decisivo la diffusione e l'accoglienza posteriore dei documenti conciliari”.

Commentando la dichiarazione “Dignitatis Humanae”, il prof. Gerardo del Pozo, dell'Università San Dámaso di Madrid, ha spiegato come questa abbia aiutato “a comprendere meglio la novità della separazione tra politica e fede insegnata da Gesù”. Infatti, “senza guardare alla Croce (e alla Risurrezione) come alla sorgente da cui è nata, la Chiesa non comprende il senso ultimo della propria libertà, della libertà cristiana e della libertà religiosa”. “È soltanto quando non cerca se stessa come istituzione, ma quando cerca Cristo - ha concluso lo studioso -, che la Chiesa può dialogare e servire il mondo intero in modo veramente cristiano”.

Secondo il prof. Johannes Grohe, docente di Storia della Chiesa alla Santa Croce, il Concilio Vaticano II “è, e deve rimanere per la Chiesa cattolica espressione del magistero solenne e supremo della nostra epoca e deve avere in conseguenza anche la corrispondente importanza nel dialogo ecumenico”. Inoltre, “non si può rinunciare alla necessità di una ricezione di questi testi fondamentali, come non si può rinunciare ad una ricezione degli altri concili ecumenici della Chiesa del passato”. Infine, “una professio fidei che abbraccia la tradizione conciliare di Nicea fino al Vaticano II farebbe vedere che l'insegnamento dell'ultimo concilio si inserisce nella lunga e fruttuosa storia del magistero della Chiesa”.

Al congresso, patrocinato dall'Arcivescovo di Monaco di Baviera, Card. Reinhard Marx, hanno partecipato un centinaio di esperti e ricercatori provenienti da diverse università del mondo, che hanno offerto una lettura del Concilio Vaticano II secondo quella “ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa” alla quale fece riferimento Benedetto XVI nel noto discorso di Natale del 2005 alla Curia Romana. Una parte degli interventi ha avuto un taglio prettamente storico-teologico, mentre i restanti hanno riguardato l'approfondimento di ognuno dei documenti approvati dall'Assemblea conciliare. I venti relatori che si sono alternati hanno dunque offerto uno sguardo d'insieme sull'evoluzione redazionale di ciascun testo e sulla ricezione dello stesso nel periodo post-conciliare.

L'attività organizzata dalla Santa Croce si inserisce nel quadro di iniziative in vista del 50º anniversario dell'inizio del Concilio Vaticano II, in preparazione all'Anno della Fede proclamato dal Santo Padre Benedetto XVI e al prossimo Sinodo per la Nuova Evangelizzazione previsto ad ottobre.

*

Per interviste ai relatori ed ulteriori informazioni:
Ufficio stampa (www.pusc.it/press_office/):
Giovanni Tridente, stampa@pusc.it+39 0668164399 - +39 3803463384