Concordia, il cardinale Bagnasco commemora le vittime

A Santa Maria degli Angeli la messa di suffragio a un mese dalla tragedia

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di Angelo Bagnasco

ROMA, domenica, 12 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Riportiamo di seguito l’omelia del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, durante la messa di suffragio per le vittime del naufragio della nave Costa Concordia, celebrata stamattina presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli.

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Sig. Presidente della Repubblica,
Sigg. Presidenti del Senato e della Camera,
Sig. Presidente del Consiglio,
Autorità,
Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore,

La nostra preghiera si eleva al Signore per le vittime della Nave Concordia, recentemente arenata sugli scogli dell’isola del Giglio. Affidiamo le loro anime immortali alla misericordia di Dio perché le accolga nella luce che non tramonta, e preghiamo per i dispersi, per i naufraghi di quella tragedia, per i familiari di tutti, affinché la forza e la consolazione dello Spirito stemperi i tragici ricordi e ritorni presto la serenità della vita.

Nel momento in cui l’intera Nazione fa pubblica memoria, e si stringe nella fede a quanti  sono segnati dalla sciagura, non vogliamo dimenticare coloro – persone e istituzioni – che hanno fatto il proprio dovere in modo ammirevole per competenza e dedizione, e i molti volontari che – come sempre nelle circostanze del maggiore bisogno – si sono prontamente offerti e prodigati per concorrere all’urgente  soccorso. Tra questi, in prima fila, gli abitanti dell’Isola del Giglio.

A tutti l’Italia guarda con stima e gratitudine: in loro riconosciamo l’anima profonda del nostro popolo, ricco di intelligenza e di cuore, sempre capace di grandi cose senza perdersi d’animo. Che la luce del Signore aiuti a fare verità e giustizia, a sanare le ferite, a rafforzare la fiducia e – insieme - il coraggio per il futuro. È possibile e doveroso.

Il Vangelo, che abbiamo appena ascoltato, ci aiuta a vivere il nostro cammino di uomini e di discepoli di Cristo Gesù: cammino nel quale si innestano le vicende liete e tristi dell’esistenza. Nel malato di lebbra che si accosta al Signore, infatti, è facile vedere in contro luce ciascuno di noi: sì, perché se siamo sinceri con noi stessi, riconosciamo che tutti siamo un poco malati.

Distorsioni concettuali, schematismi manichei, pregiudizi ostinati, ferite antiche e nuove, ci rendono poco o tanto come il lebbroso bisognoso del medico, quello dell’anima. L’uomo colpito dalla malattia si accosta a Cristo chiedendo la guarigione del corpo, ma – ottenutala – si rende conto che il Maestro lo ha sanato non solo fuori ma anche dentro, nella profondità del suo essere. Gli ha ridato quella salute interiore senza la quale anche una vita efficiente e piena di successo non regge al giudizio di una coscienza retta e vera; potremmo anche dire, non regge di fronte allo scorrere inesorabile del tempo, alle asperità e ai colpi della vita che si abbattono sui singoli come sulle comunità e sul mondo.

Non si tratta – lo sappiamo – solo delle circostanze infelici o difficili che punteggiamo il cammino di ognuno, ma della condizione di universale fragilità che è l’impasto stesso dell’essere umano e del cosmo,  la sua costitutiva finitezza, l’impossibilità di essere fine a se stessi e bastevoli per la propria felicità.

Il Vangelo ci ricorda, dunque, l’affascinante paradosso umano che si intreccia di nobiltà e di miseria, di forza e di debolezza, di temporalità e di tensione all’eterno, di vita e di morte. Il mistero, e a volte il tormento che siamo, sospinge lo sguardo dell’umanità verso l’alto, si fa voce e – come il lebbroso del Vangelo – invoca la salvezza, e quella felicità che cerchiamo disperatamente senza riuscire a trovarla appieno e per sempre.

Cari Fratelli e Sorelle, siamo qui per pregare per quanti sono segnati dalla sciagura; ma anche per riflettere e diventare più pensosi circa l’ umana condizione, la nostra finitezza, e così crescere nella sapienza del cuore e della vita. Il Signore Gesù tocchi l’anima di tutti e, mentre conforta i tribolati, ci doni la sua luce.