Condannato l'ex aiutante di camera del Papa

Il Pontefice potrebbe concedere la grazia, anche se l'indagine continua

| 1101 hits

di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 6 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Paolo Gabriele, ex aiutante del Papa, accusato di furto aggravato della corrispondenza privata e documenti riservati del Pontefice, è stato condannato dal Tribunale Vaticano.

Oggi sabato 6 ottobre, alle ore 12,16 circa, il rettore della LUMSA, presidente del Tribunale Vaticano, Giuseppe Dalla Torre, ha detto: “In nome di Sua Santità Benedetto XVI gloriosamente regnante, il Tribunale invocata la Santissima Trinità ha pronunciato la seguente sentenza:

"Visti gli art. 402, 403, n.1 e 404 primo comma n.1 c.p. “dichiara l'imputato Paolo Gabriele colpevole del delitto previsto dall'articolo 404 primo comma n.1 c.p. per aver egli operato, con l'abuso delle fiducia derivante dalle relazioni di ufficio connesse alla sua prestazione d'opera, la sottrazione di cose che in ragione di tali relazioni erano lasciate od esposte alla fede dello stesso, lo condanna pertanto alla pena di anni tre (3) di reclusione".

Il Tribunale ha accettato la richiesta di tre anni di reclusione che erano stati richiesti dal Pubblico Ministero prof. Nicola Picardi, ma ha tenuto conto di alcune attenuanti riducendo la pena a diciotto mesi.

"Visto l'art. 26 della legge 21 giugno 1969 n.1, - ha affermato Della Torre - considerato l'assenza di precedenti penali, le risultanze dello stato di servizio in epoca antecedente ai fatti contestati, il convincimento soggettivo - sia pure erroneo - indicato dall'imputato quale movente della sua condotta, nonché la dichiarazione circa la sopravvenuta consapevolezza di aver tradito la fiducia del Santo Padre, diminuisce la pena ad anni uno (1) e mesi sei (6) di reclusione. Condanna il medesimo al risarcimento delle spese processuali".

L’autorità giudicante ha creduto nella buona fede di Paolo Gabriele, ed ha escluso, almeno per quanta riguarda questa parte del processo, il coinvolgimento attivo di altre persone.

A questo proposito il PM Picardi ha sottolineato di non aver rinvenuto “prove di correità e complicità” con Gabriele da parte di quelle persone con cui si era confidato e che potevano averlo ''suggestionato''.

Nel corso dell'udienza il prof. Picardi ha precisato che il “padre B” come citato nella Requisitoria del 13 agosto, è don Giovanni Luzi della comunità “Madre del buon pastore” di Palestrina.

Sarebbe stato don Giovanni Luzi ad aver ricevuto e poi distrutto le copie dei documenti consegnatigli da Gabriele al giornalista che poi le ha pubblicate.

A presentare don Luzi a Gabriele sarebbe stato don Paolo Morocutti, assistente spirituale dell'Università Cattolica di Roma, e anche lui facente parte della “Madre del buon pastore” di Palestrina.

Don Morocutti è stato il primo padre spirituale di Gabriele.

Il Tribunale non ha accolto la richiesta di interdizione dai pubblici uffici “perpetua ma limitata ai soli uffici che comportano uso di potere" richiesta dal prof. Picardi.

Paolo Gabriele è tornato nella sua casa in condizione di arresti domiciliari. Da quando è stato arrestato vive sotto stretta sorveglianza senza possibilità di contatti con l’esterno, ad eccezione della sua famiglia.

Nel corso della comunicazione che è seguita alla sentenza padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, ha spiegato che “il Papa pensa alla grazia” e che “l'eventualità della grazia è molto concreta e verosimile, anche se non posso prevedere tempi e modi”.

“Il Papa – ha precisato padre Lombardi - può concedere la grazia di sua iniziativa, anche se non c'è richiesta dell'imputato né una sua domanda formale”.

Prima della lettura della sentenza, nella sua arringa difensiva l’avvocato Cristiana Arru aveva sostenuto che Gabriele non avrebbe rubato le carte, piuttosto se ne sarebbe “appropriato indebitamente” con l'obiettivo di “giovare”, e non di “danneggiare”, la Chiesa, mosso da “alti motivi morali”, quasi “costretto dal male che vedeva”.

Durante questa ultima udienza del processo a domanda precisa sulla sua colpevolezza, Paolo Gabriele ha risposto: “la cosa che sento forte dentro di me è la convinzione di aver agito per esclusivo amore, viscerale direi, per la Chiesa di Cristo e per il suo capo visibile. Se lo devo ripetere, non mi sento un ladro”.

Per quanto riguarda gli altri capitoli aperti dalla vicenda, quali il processo per favoreggiamento al tecnico informatico Claudio Sciarpelletti, i risultati dell'inchiesta condotta da tre cardinali su incarico del Pontefice, le modalità di diffusione delle carte trafugate e sull’accusa di “attentato alla sicurezza dello Stato”, padre Lombardi ha spiegato che non sono stati chiusi e che se ci saranno sviluppi si vedrà.