Conoscenza e accettazione di sé favoriscono la civiltà dell'amore

Riflessione sapienziale di mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, all'inaugurazione dell'Anno Accademico del Camillianum

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di Eugenio Fizzotti

ROMA, martedì, 13 novembre 2012 (ZENIT.org) - Di notevole apprezzamento è risultato ieri mattina l’intervento di Mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense, al termine della manifestazione culturale organizzata in occasione dell’inaugurazione del 25° anno accademico del Camillianum, l’Istituto Internazionale di Teologia Pastorale e Sanitaria, gestito con riconosciuto valore scientifico dall’Istituto dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi.

Il punto di partenza del suo intervento è stato l’antico motto gnôthi seautón (“conosci te stesso”) che, inciso sull’architrave del tempio di Delfi, alcuni secoli prima di Cristo, al completo diceva: “Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’universo e gli dei”.

Con estremo realismo Mons. Dal Covolo ha riconosciuto che «la conoscenza di sé non è un percorso facile e immediato ma è una sfida che, lanciata a ogni persona, invita a passare oltre la solitudine e l’introspezione, ponendosi nella ricerca interiore di verità e di senso attraverso diversi percorsi che aiutano, oltre alla rivelazione di sé a se stessi, alla dilatazione e apertura di sé agli altri, cogliendo la propria unicità e l'unicità degli altri e permettendo di vivere la differenza e l'interdipendenza con gli altri».

Ciò vuol dire, ed è ampiamente riconosciuto come valore straordinario di una visione esistenziale della persona, che «la relazione con se stessi porta tutti i segni della propria storia evolutiva, in positivo e in negativo, e diventa la base e il filtro per tutte le altre relazioni interpersonali, tese ad abbracciare il mondo».

Desideroso di approfondire in chi vive con profondità e coerenza la propria esistenza l’impegno di collaborare a costruire la civiltà dell’amore,Mons. Dal Covolo ha dichiarato che «l’amore non può imprimersi nel cuore del bambino se non viene espresso tra il padre e la madre, e tra i genitori e gli altri figli, per cui va affermato che la propria capacità di amare deriva direttamente dal fatto di aver sperimentato l’amore».

Essenziale e significativa è «l’esperienza dell’amare se stessi per sentirsi amati, con la conseguenza di sentire e apprezzare l’amore degli altri nei propri confronti e mettere in atto le dinamiche del dare e del ricevere».

Infatti l’amore crea legami di affetto che introducono all’esercizio della gratuità relazionale, alla focalizzazione e all’apprezzamento della diversità, senza cercare di “omologare” le differenze. E riconoscendo la positività della propria vocazione salesiana con un riferimento al sistema educativo di Don Bosco, Mons. Dal Covolo ha invitato tutti i presenti a riconoscere «la necessità e l’urgenza di educare ad amare, di essere capaci di insegnare l’amore, di crearlo, di testimoniarlo: perché, con una specie di slogan, potremmo dire che amare vuol dire anche (e soprattutto!) tradurre in pratica, con i fatti più che con le parole». E apprezzata è stata la citazione di una frase di don Bosco, secondo la quale «è importante che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati».

E apprezzato è stato anche il riferimento alla responsabilità che presenta l’educatore sia come modello di umanità e come esempio di testimonianza d’amore e sia come capace di riconoscere la diversità delle personalità coinvolte nel rapporto educativo.

Trattandosi di una grande risorsa in un contesto non particolarmente semplice ma ricco di crisi e di conflitti, l’educazione risulta essere «un atto di amore attivo, appassionato, spesso eroico, verso gli altri, per cui non solo vengono riconosciuti e accolti, ma sono aiutati anche ad essere sempre più profondamente se stessi, vale a dire coscienti, liberi, coerenti».

E con notevole entusiasmo Mons. dal Covolo ha riferito che l’amore pedagogico è «sostanziato di cultura, di corresponsabilità e di solidarietà e va inteso come amore alto, che si esprime nel desiderio di elevare gli altri, e di rendere libera la persona che si educa e si ama».

Non diversamente si è espresso il Papa Benedetto XVI che nella sua Enciclica Deus caritas est ha parlato della confluenza e della reciproca interdipendenza dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo, dell’eros e dell’agape e nel n. 6 ha affermato che l’amore tra le persone è «esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio».

Ed è risultato molto comprensibile il richiamo indispensabile, fatto da Benedetto XVI nell’Angelus del 3 luglio 2011, ad «abbandonare la via dell’arroganza, della violenza utilizzata per procurarsi posizioni di sempre maggiore potere, per assicurarsi il successo ad ogni costo.

Anche verso l’ambiente, bisogna rinunciare allo stile aggressivo che ha dominato negli ultimi secoli e adottare una ragionevole “mitezza”. Ma soprattutto nei rapporti umani, interpersonali, sociali, la regola del rispetto e della non violenza, cioè la forza della verità contro ogni sopruso, è quella che può assicurare un futuro degno dell’uomo».

Un’ulteriore riflessione effettuata da Mons. Dal Covolo e particolarmente apprezzata riguardava l’essere umano che «appartiene alla cura, nella quale si manifesta la sua umanità e si disvela il soggetto come essere-nel-mondo, impegnato nella crescita armonica della propria personalità attraverso la modalità dell'essere-con e, nella logica del dono, diventare sempre di più un essere-per.

E avviandosi alla conclusione ha sottolineato che una tale prospettiva richiama il progetto esi­stenziale di ciascuno che «in termini fenomenologici si chiama cura e nel discorso personalista pren­de il nome di relazione io-tu», così come si era espresso il filosofo Martin Heidegger per il quale «la relazione con le cose prende la forma del “prendersi cura”…

Sono due le possibilità “estreme” dell’aver cura. La prima consiste nel “sollevare gli altri dalla cura”, sostituendosi a loro…, intromettendosi al loro posto». La seconda “presuppone” gli altri nel loro «poter essere…, non già per sottrarre a loro stessi la “cura”, ma per inserirli autenticamente in essa».