Considerazioni sulla "ricetta" del patriarca maronita per uscire dalla crisi mediorientale

Intervista a monsignor François Eid, Procuratore del Patriarcato Maronita presso la Santa Sede

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 369 hits

La festa di san Marun del 9 febbraio si festeggia quest’anno all’ombra di una crisi regionale a dir poco complessa, i cui effetti peggiori si manifestano nel tragico scenario siriano e nella frantumazione della realtà nazionale libanese la cui inerzia è più distruttiva delle schegge dei bombardamenti.

In un momento in cui pare persa la bussola dell’ottimismo, il patriarca maronita, Sua Beatitudine Mar Bechara Botros El-Rahi, lancia un barlume di speranza con un «Memorandum nazionale» intenzionato a sollecitare la popolazione a non arrendersi all’infinito sprofondare nel baratro del nulla. Una proposta coraggiosa e propositiva che nuota seriamente contro la corrente attuale che vige nella zona fatta spesso di pessimismo, violenza e voglia di fuggire.

In quest’intervista a ZENIT, Monsignor François Eid, Procuratore del Patriarcato Maronita presso la Santa Sede, riflette, al margine del «Memorandum nazionale», sulle sfide, le prospettive, le possibilità e il compito dei maroniti in Medio Oriente e nel mondo.

Mons. Eid è anche rettore del Collegio Maronita a Roma  dal 2012. Già arcivescovo dei maroniti ad Al Cairo dal 2006, e prima ancora Superiore Generale dell’Ordine Maronita Mariamita dal 1999 al 2005.

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Il Libano moderno, noto nella storia come «État du Grand Liban» è nato dagli sforzi del Patriarca Elias El-Huwaïk. Il Patriarca El-Rahi lo ha pure ricordato all’inizio del «Memorandum nazionale» uscito durante questa settimana per l’occasione della festa di san Marun. Questo ruolo maronita è forse giunto al suo tramonto?

Mons. Eid: Il contributo del Patriarca Elias El-Huwaïk è stato il coronamento di tanti sforzi fatti dai maroniti e dai loro fratelli della nazione per giungere all’indipendenza.

Tutto è nato dall’idea di radunare i figli della nazione attorno a un concetto chiaro: “L’indipendenza del Libano e la sua neutralità politica”.

Oggi vediamo che i libanesi sono tornati a trascinare il Libano nei meandri delle lotte intestine regionali privandolo dalla sua indipendenza e neutralità e il risultato è questo: una scissione verticale pericolosa che colpisce il paese.

Il Patriarca maronita ha ricordato i maroniti che i loro antenati e padri hanno contribuito a unificare i libanesi attorno all’idea della “indipendenza dai poli”. Oggi siamo ancora dinanzi alla stessa problematica… e la responsabilità cade soprattutto sulle spalle dei politici maroniti perché non hanno saputo unificare tutte le frazioni della società attorno all’idea della vera indipendenza e della nazione forte e giusta. Invece di unificare, si sono separati tra di loro.

Reputo che il ruolo dei maroniti non è tramontato ancora… Anzi, hanno una responsabilità maggiore di contribuire a unificare i libanesi per offrire alla regione un Libano che è “un paradigma per la sua pluralità culturale” che rispetta l’uomo e i suoi diritti fondamentali.

Soltanto il sistema libanese era, è e rimarrà il modello migliore per governare nel tempo della Jahiliyya (ignoranza) verso la quale i jihadisti ci stanno trascinando. Il patriarca El-Rahi invita i maroniti a non sperperare la grande eredità dei loro padri e che siano all’altezza della loro responsabilità.

Le terre originarie dei maroniti – Siria e Libano – sono diventate simili a terre di esilio dove il desiderio di scappare non è frenato dall’attaccamento alla terra, ma dalla difficoltà di trovare possibilità di emigrazione. Come può il messaggio di san Marun parlare alle aspirazioni profonde e legittime del popolo?

Mons. Eid: Non v’è dubbio che la sanguinaria situazione siriana e il turbamento continuo in Libano spingano tanti maroniti a emigrare. Ma io credo che nel tempo questa situazione non rimarrà così acuta e feroce. E quando i figli della Siria – e non i jihadisti forestieri – governeranno la loro nazione, le situazioni miglioreranno.

I maroniti sono figli della speranza, sono “risurrezioni sit”! Questa terra è la terra della loro storia sacra. Qui hanno vissuto la loro missione in tutti i suoi aspetti. Rinnegheranno questa grande civiltà che hanno costruito con i loro fratelli musulmani? Non credo! Ma so anche che la loro presenza in questa terra ha il sapore del martirio e del sangue.

Il patriarca ci ricorda nel «Memorandum nazionale» che ciò che i libanesi realizzarono durante il periodo della formazione della Repubblica fu una sublime esperienza costituzionale e politica. Cosa ci manca per tornare a vivere a quelle altezze?

Mons. Eid: È vero, ciò che è stato realizzato fu un operato sublime. Guardo alla situazione libanese oggi e la paragono con quella precedente al 1975 e constato un crollo totale, o almeno un approssimarsi all’orlo. I politici maroniti ormai sono degli “annessi” ai partiti e alle dominazioni decisive: sono degli “allegati” alle scelte degli altri e non alle esigenze dell’indipendenza e della rinascita del loro paese.

Ciò che ci manca è che i politici maroniti e tutto il Libano torni alla vera libertà e ai valori dei padri fondatori e al loro dedizione, perché la nazione libera e indipendente è più importante delle poltrone, degli interessi di parte e dei privilegi privati.

Nella quarta parte del Memorandum, il patriarca offre delle piste pratiche per la rinascita nazionale a cui Lei accenna. Di queste 11 piste, quali sono secondo lei quelle fondamentali e prioritarie per permette alla Fenice libanese di risorgere dalle sue ceneri?

Mons. Eid: Credo siano le seguenti:

1. Impegnarsi in una pacifica convivenza tra le diverse fazioni, altrimenti optare per soluzioni di «separazione civile» a un «rivoluzione di velluto» come è successo ad esempio tra la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca.

2. Impegnarsi assolutamente per una nazione forte e giusta. Un impegno che mette fine alla marginalizzazione dei cristiani, provvede ai diritti di tutti, taglia corto con la corruzione istituzionale, libera dal settarismo e dal feudalismo  politico, e bandisce l’armamento “obbligato” sotto qualsiasi slogan, limitandolo all’istanza legittima dell’esercito e delle forze d’ordine.

3. Riaffermare la neutralità del Libano nello scacchiere regionale e mondiale. L’appartenenza principale è alla nazione e non a Wilayat al Faqih [Il governo dei giuristi sciiti, ndr] o a Nusrat al-Umma [Il governo salafita sunnita, ndr].

Sua eccellenza, la lunga guerra siriana ha forse demolito le speranze del Sinodo Speciale per il Medio Oriente? Come potrebbe tale sforzo ecclesiale unico, assieme all’Esortazione Apostolica che ha generato, guidare i nostri passi in questo momento cruciale?

Mons. Eid: Tutte le guerre seminano distruzione, non solo a livello materiale ma anche a livello civile, umano e spirituale. Non disse forse lo storico britannico Arnold J. Toynbee che “le guerre sono le tombe delle civiltà”?

Sì, la guerra siriana e i suoi effetti nefasti in Libano ostacolano l’applicazione degli orientamenti del Sinodo. Ma prima o poi sarà ancora più urgente ascoltare la voce della ragione e l’appello alla riconciliazione e la collaborazione tra le comunità. E sarà altrettanto necessaria la testimonianza dei cristiani orientali e la loro fedeltà alle loro terre, alla loro cultura e alla loro fede… in una parola sarà impellente la convivenza pacifica!

Qual è il consiglio che offre ai maroniti che vivono nella diaspora per conservare la loro tradizione e contribuire alla rinascita dell’area del Levante?

Mons. Eid: La fedeltà alla loro tradizione spirituale e culturale. Li invito a vivere la loro civiltà, civiltà del pluralismo e dell’incontro dovunque si trovassero. Li invito a non portare con sé, nelle nazioni dove si trovano a vivere i loro “idoli politici”. Perché questi ultimi, con la loro testardaggine e il loro egoismo portano la nazione “sull’orlo del precipizio”, come ci ha ricordato il Patriarca El-Rahi.