Convegno a Roma sul ruolo e l’attualità della confessione

Intervista al Vescovo reggente del Tribunale della Penitenzieria Apostolica

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di Antonio Gaspari

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 gennaio 2009 (ZENIT.org).-  Quanto e come il sacramento della confessione è praticato? Quali sono le proposte per far capire ai fedeli l’importanza della confessione? Quali sono i compiti e le funzioni della Penitenzieria Apostolica?  Perché la Penitenzieria era così importante nei secoli passati ed oggi è quasi sconosciuta?


Per rispondere a queste e altre domande, il più antico Dicastero della Curia Romana, ha organizzato per il 13 e 14 gennaio un Simposio sul tema: “La Penitenzieria Apostolica e il Sacramento della Penitenza. Percorsi storici-giuridici-teologici e prospettive pastorali”.

A 880 anni dalla sua fondazione la Penitenzieria Apostolica ha organizzato a Roma presso il Palazzo della Cancelleria (piazza della Cancelleria) il primo evento pubblico dal carattere accademico al fine, non solo di far conoscere la natura, la struttura e le funzioni del Dicastero, ma soprattutto per offrire una più ampia ed accurata comprensione sacramentale del Sacramento della Penitenza.

Al Simposio interverranno diversi teologi e canonisti cattolici esperti in materia. I lavori si concluderanno con una tavola rotonda, nella quale prenderanno la parola rappresentanti delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, per il Culto Divino e per il Clero e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Per conoscere le finalità e gli obiettivi del simposio, ZENIT ha intervistato monsignor Giovanni Francesco Girotti, Vescovo reggente del tribunale della Penitenzieria Apostolica.

Quali sono le ragioni che stanno alla base di questo simposio?

Mons.Girotti:  In primo luogo vi è lo scopo di offrire un’informazione adeguata sulle funzioni e sui compiti della Penitenzieria Apostolica che, pur essendo il più antico Dicastero della Santa Sede (quest’anno ricorrono gli 830 anni della sua costituzione) è poco conosciuto perfino dalla grande parte del clero. Le varie riflessioni in ambito storico, teologico sacramentale e giuridico contribuiranno senza dubbio ad una più obiettiva comprensione dei legami che uniscono la Penitenzieria con il sacramento della penitenza.

A partire dagli anni Settanta il sacramento della confessione è stato meno praticato. In alcune parti del mondo è stato quasi cancellato. Qual è la situazione oggi?

Mons. Girotti: Credo doveroso tener presente che la pastorale della confessione, attraverso gli anni successivi al Concilio di Trento è stata sempre molto accurata e sono state sempre operate scelte ben precise dentro l’alveo determinato da questo Concilio.

E’ bene ricordare anche che questo Concilio è stato il Concilio che ha esposto con chiarezza e in forma organica la dottrina e il pensiero della Chiesa Cattolica sul sacramento della penitenza. La riforma di “mentalità” sul sacramento della penitenza e sull’atteggiamento penitenziale in genere è avvenuta grazie ad alcuni documenti emanati dalla Santa Sede in seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II. Ne accenno solo alcuni: ad esempio la Costituzione Apostolica “Paenitemini” del 17 febbraio 1966, la Costituzione Apostolica “Reconciliatio et paenitentia”, emanata da Giovanni Paolo II nel 1984, che costituisce la sintesi delle riflessioni effettuate dal Sinodo dei Vescovi proprio sul sacramento della riconciliazione.

Tutti questi documenti segnano indubbiamente un’epoca decisiva per gli orientamenti nuovi dati in seguito al Concilio, e sono contemporaneamente al limite di un’epoca di profondi mutamenti non sono ecclesiali, ma di mentalità, mutamenti che hanno profondamente inciso sulla pratica del sacramento della riconciliazione.

E’ del tutto indubitabile che nella Chiesa d’oggi la posizione del sacramento della penitenza non è delle migliori né sul piano della pratica, né sul piano della comprensione.

La riforma preconizzata dal Vaticano II e attuata negli ultimi anni, si riferisce prevalentemente al rito, e parrebbe che non sia riuscita a ridar vita né alla comprensione teologica né alla fede di questo sacramento. Anche se non sono mancati tentativi e sforzi da parte di più Conferenze episcopali che hanno tentato soluzioni, raccomandando soprattutto una moltiplicazione delle forme della penitenza. In più parti si è tentato e si tenta di promuovere l’interesse per la confessione.

Alcune diocesi hanno promosso campagne per incoraggiare il ricorso a questo sacramento. Purtroppo, è pur vero, ai nostri giorni questo sacramento, così fondamentale per la salute e la santificazione delle anime, pare investito da una preoccupante crisi. Si tratta di un fenomeno che non riguarda semplicemente la generalità dei fedeli poco istruiti in religione. Volendo fare una rapida diagnosi di disistima e disamore verso questo sacramento, mi limiterei a segnalare:

a)      Un certo calo della comprensione sacramentale del pensiero sacramentario preso in complesso, cioè il calo di ciò che è sacramentale. E’ stato scritto di recente che molte persone non conoscono i fondamenti teologici che potrebbero far maggiormente comprendere e apprezzare la confessione. Da sempre la confessione è un sacramento notevolmente impegnativo e faticoso, è un sacramento che nel suo sviluppo esteriore e nella sua formazione ha subito maggiori mutazioni.

b)     Un aspetto fondamentale, che genera novità nell’amministrazione del sacramento della penitenza è certamente il modo nuovo di concepire il peccato, l’affievolirsi del senso del peccato. Vi è una perdita del senso del “peccato morale”. Già Pio XII aveva affermato: “Forse il più grande peccato nel mondo di oggi è proprio quello di aver perso il senso del peccato”

c)      Il senso del peccato viene innanzitutto perché manca il senso dell’offesa a Dio; in un mondo secolarizzato la sua presenza non è ritenuta rilevante;

d)     In base ad alcune affermazioni della psicologia, emerge la preoccupazione di non colpevolizzare e di non porre freni alla libertà.

Nel corso della storia la Penitenzieria ha svolto un ruolo molto importante nella Curia romana. E oggi?

Mons. Girotti: Se si considera l’ampiezza delle attribuzioni esercitate dalla Penitenzieria tra la fine del Medioevo e gli inizi dell’età moderna, il suo ruolo è stato molto rilevante. Nata come ufficio a coadiuvare il Pontefice e nell’esercizio della sua giurisdizione in foro interno, la Penitenzieria, attraverso i secoli, è andata ampliando le proprie competenze a molte materie riguardanti anche il Foro esterno.

La vastità delle sue attribuzioni, tanto in Foro interno, quanto in Foro esterno, è davvero rilevante, per esempio nella prima metà del ‘500. Basta scorrere l’elenco: dispense matrimoniali dagli impedimenti derivanti dai vari gradi di consanguineità e di affinità, licenze per la promozione agli Ordini Sacri in deroga alla normativa vigente; assoluzioni per omicidio volontario, preterintenzionale o commesso per legittima difesa con eventuale dispensa per la promozione agli Ordini, assoluzione per percosse a chierici, per simonia…l’elenco non è certamente esaustivo. Dai documenti noti della Penitenzieria si ricava che essa estendeva le proprie competenze anche nei riguardi dei non cristiani e specificatamente degli ebrei.

Quali sono gli obiettivi che intendete perseguire con questo simposio?

Mons. Girotti: Essendo di fatto la Penitenzieria un Dicastero che solitamente non finisce sotto i riflettori e per molti appare un Dicastero molto misterioso, si desidera farlo conoscere più adeguatamente evidenziandone le funzioni e i compiti che, come già detto, sono finalizzati esclusivamente per il bene delle anime. Nel contempo si vuole anche ridar vita e promuovere un maggiore interesse verso il sacramento della confessione che, ai nostri giorni, appare investito da una preoccupante crisi.