Cosa significa essere educatori oggi?

Ricca di ospiti, idee e dialoghi la seconda delle tre giornate del Convegno nazionale degli educatori Acr e del Settore Giovani di Azione Cattolica

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ROMA, sabato, 15 dicembre 2012 (ZENIT.org).- Sono i sentimenti a farla da padrone alla tavola rotonda «Tu chiamale se vuoi… emozioni!», poiché «sono i sentimenti e le emozioni che li veicolano la base del processo di formazione di ogni persona». Per questo, «sentimenti ed emozioni vanno riconosciuti come tali e ricondotti ai bisogni che ne hanno dato origine». A dirlo è lo psicoterapeuta Franca Feliziani Kannheiser. «In ogni momento della nostra vita – aggiunge la Kannheiser - proviamo delle emozioni, che spesso hanno la loro radice nel corpo, nelle sensazioni che siamo portati a provare. Il corpo, gli affetti e la cognitività divengono, dunque, componenti di un unicum, vanno insieme, si integrano e a seconda della nostra età una può prevalere sull’altra. Ma poiché il pensiero si nutre delle emozioni, se ci difendiamo troppo da ciò che proviamo arriviamo a non essere in grado di pensare». E così la noia, ha spiegato, «è un’emozione così piena di emozioni che non riesce a trovare un volto, come accade agli adolescenti». In quest’ottica, «educare vuol dire seguire una persona in cui corporeità, emozioni, pensieri e costrutti mentali sono integrati». Perché vengano »vissute come positive e giustificate», le emozioni devono essere sperimentate «in un ambiente protetto, dove poter esprimere quello che pensiamo e proviamo per capire che non è pericoloso, riconducendolo al bisogno che lo ha provocato». Occorre, infine, che le emozioni siano «riconosciute da qualcuno, per questo parliamo delle madri che contengono le emozioni, e le restituiscono rispecchiate ai figli».

Sul legame tra le emozioni e le mani si è soffermato il teologo don Cesare Pagazzi ricordando che è «con le mani che esprimiamo emozioni. Apprendere, comprendere, riprendere, intraprendere, sorprendere, sono verbi che descrivono il fatto umano e derivano tutti da “prendere”, che nuovamente ci rimanda alla mano». Una mano che quando prende «non è una pinza, ma dice affetto amore, curiosità. Siamo uomini e donne perché abbiamo fatto sì che la mano si lasciasse educare dalle cose». Se la parola realtà «deriva da “res”, la cui radice indoeuropea vuol dire “bene’”, il termine “cosa” proviene dal latino “causa”, perché ogni cosa ci chiama in causa per riconoscere le sue ragioni. Le cose, in breve, ci danno la certezza dell’affidabilità, Dio stesso crea l’uomo con una cosa, con la terra. Ma le cose, al contempo, ci oppongono la loro resistenza. E in tal senso ci limitano. Ponendoci innanzi a ben altro, a ciò che chiamiamo “indisponibilità”. Ed è proprio quando le cose ci dicono no che ci fanno da ostetriche, ci tirano fuori dal grembo che noi stessi ci costruiamo».

Infine di come «sentire e gustare le cose internamente abbia un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e spirituale» ha parlato padre Carlo Chiappini, maestro dei novizi della Compagnia di Gesù: «L’etimologia stessa della parola “emozione” ci svela che si tratta di una forza che muove dall’interno». Dio «parla al cuore e così, in questo luogo intimo e personale nel quale solo Lui entra liberamente, ci fa sentire la sua chiamata». In tal senso, per mettersi in contatto con il «sentire profondo, nel quale risuona la parola che Dio rivolge a ciascuno in maniera unica, serve spesso un lungo processo di purificazione». Non dobbiamo dimenticare che il luogo più concreto e reale in cui si manifesta il mistero di Dio, ci ricorda padre Chiappini, «è la storia: la nostra storia personale, nella quale, attraverso gli slanci, le ferite, il peccato, il perdono, la generosità, la capacità di commuoversi, siamo chiamati a crescere in sapienza, età e grazia».

Cosa significa essere educatori oggi? Come si può essere giovani santi, lieti e coraggiosi che si mettono a servizio di chi ci è Prossimo dando forma e sostanza alla bellezza insita nella scelta dell’educare, che è propria dell’Azione Cattolica? A tracciare un profilo della figura dell’educatore hanno provato questa mattina i partecipanti alla tavola rotonda «Educare: infinito del verbo sognare», movendosi all’interno di un orizzonte immediatamente percepito e condiviso, e cioè quello dell’educazione alla “vita buona”, richiamato dai vescovi italiani negli orientamenti pastorali per il decennio in corso.

Lo psicologo Luigi Russo partendo dalla sua esperienza sul campo ha ricordato come relazione educativa «nasca dal saper riconoscere i bisogni, dal saper dare un nome a questi bisogni e dal saperli soddisfare». Come nell’incontro di Gesù con la Samaritana. Sapendo, però, allo stesso tempo «distinguere tra bisogno e desiderio». Piuttosto all’educatore sta ancora il compito di «coltivare le emozioni poiché queste sono alimento per la vita dei ragazzi e come degli adulti»; cogliendo nelle emozioni quel dato di «movimento» che è tipico e «necessario ad ogni azione educativa».

Una dimensione, quella della “tensione” verso l’altro, anche emozionale, che non è estranea a ciò che i nostri vescovi richiamano nel documento “Educare alla vita buona del Vangelo” che delinea gli attuali orientamenti pastorali. Il vescovo di Aversa e vicepresidente della Cei, mons. Angelo Spinillo ricorda come sia «compito dell’educatore saper essere in dialogo con l’educante, per coglierne la domanda di vita», e come ciò comporti lo «stare a fianco, per identificare i bisogni reali e la domanda di partecipazione che è insita in ogni relazione realmente educativa». Sapendo «attendere i tempi di ciascuno», cioè costruendo - come fece Gesù con gli apostoli -  «una relazione paziente, vera e libera». Poiché solo nel camminare insieme- dell’educatore e dell’educando - l’«educare divine generare: vita e futuro».

Sul ruolo della scuola come agenzia educativa, del suo essere istituzione “educatrice”, è intervenuto Sergio Cicatelli, dirigente scolastico e funzionario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che ha innanzitutto sottolineato come l’«educazione sia più della scuola». Oggi come in passato, la scuola non esaudisce la «domanda educativa delle giovani generazioni», specie se constatiamo quanto «nella scuola ci sia oggi più una domanda di affetto che di cultura», che impone agli insegnanti di «ripensare la loro natura di educatori» spingendoli a «non essere solo degli esperti della loro materia, ma degli “adulti di riferimento”, che sempre più sono chiamati a sostituire gli stessi genitori, le stesse famiglie». Ciò che definiamo come «emergenza educativa» è dunque più «un interrogativo posto agli educatori che agli educanti». È una responsabilità che chiama a dare corso a un mix «sempre più efficace» tra «formazione, istruzione ed educazione». Non si tratta di fornire più nozioni, né è questione di metodologie didattiche. È innanzitutto bisogno di «maggiori relazioni», poiché sono queste ultime che restano nel tempo.

Che tutti siano «chiamati ad essere educatori», lo ha infine sottolineato Chiara Finocchietti, responsabile del coordinamento giovani del Fiac. Per gli educatori di Azione Cattolica questa chiamata ha però un “di più” che la rende speciale. L’educatore di Ac è e deve essere «consapevole di far parte di una grande storia che c’è e ci sarà anche dopo di noi» e che anche lui o lei «c’entra», poiché è una storia «fatta insieme, collettiva». Ancora: l’educatore di Ac «condivide un Progetto formativo che nel solco del servizio alla Chiesa», di una storia vissuta insieme e spesa nell’azione di «evangelizzazione e formazione delle coscienze» come indicato dallo stesso Statuto dell’associazione. Infine, Chiara Finocchietti ci ricorda che «gli educatori sono come gli artisti, come Michelangelo. Chiamati, come scultori, a liberare dalla materia superflua la bellezza che è insita in noi; quella materia superflua che ci impedisce di essere pienamente ciò che siamo». In tal senso «l’educatore è partecipe dell’opera creatrice di Dio» ed è chiamato per agire al meglio a «saper leggere i segni dei tempi e a dare ragione della sua fede», come ci ha chiesto il Concilio Vaticano II di cui quest’anno festeggiamo i cinquant’anni.