Credere in Dio significa "uscire continuamente da noi stessi"

All'Udienza Generale, Benedetto XVI elogia la fede di Abramo

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1722 hits

Proseguendo le sue catechesi sull’Anno della Fede, papa Benedetto XVI ha dedicato l’Udienza Generale di oggi al Credo, la “solenne professione di fede che accompagna la nostra vita di credenti”.

L’affermazione “Io credo in Dio”, con cui si apre la preghiera, è “fondamentale” ed “apparentemente semplice nella sua essenzialità”, tuttavia “apre all’infinito mondo del rapporto con il Signore e con il suo mistero”.

Credere in Dio, ha spiegato il Papa, “implica adesione a Lui, accoglienza della sua Parola e obbedienza gioiosa alla sua rivelazione”. L’ascolto della Parola ha, come principale riferimento, la Sacra Scrittura, in cui “la Parola di Dio si fa udibile per noi e alimenta la nostra vita di ‘amici’ di Dio”.

Tutta la Bibbia è piena di “luminose figure” che si sono affidati al Signore, “fino alla pienezza della rivelazione nel Signore Gesù”. Nella Lettera agli Ebrei, San Paolo afferma: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1). Gli occhi della fede sono capaci di “vedere l’invisibile” e chi crede “può sperare oltre ogni speranza”, ha aggiunto il Santo Padre.

La figura di Abramo, rievocata da San Paolo, è l’emblema di colui che obbedisce a Dio, abbandonando tutto quello che ha, anche senza sapere nulla di ciò che lo aspetta. Il suo è “un cammino che chiede un’obbedienza e una fiducia radicali, a cui solo la fede consente di accedere”, ha osservato il Pontefice.

Il viaggio di Abramo verso l’ignoto è però “rischiarato dalla luce di una promessa” e di una futura “vita in pienezza” (cfr. Gen 12,2-3). La benedizione che Dio trasmette al patriarca “si manifesta innanzitutto nella fecondità, in una vita che si moltiplica, passando di generazione in generazione”.

La benedizione è inoltre collegata alla “esperienza del possesso di una terra, di un luogo stabile in cui vivere e crescere in libertà e sicurezza, temendo Dio e costruendo una società di uomini fedeli all’Alleanza”.

Tuttavia nella nuova terra che Dio gli dona, Abramo “è uno straniero e tale resterà sempre, con tutto ciò che questo comporta: non avere mire di possesso, sentire sempre la propria povertà, vedere tutto come dono”. Una condizione che lo accomuna a “chi accetta di seguire Cristo”, partendo anch’egli verso una destinazione ignota.

Il cammino che attende Abramo è “paradossale”, ha osservato il Papa. Egli viene infatti benedetto ma senza ricevere i “segni visibili della benedizione”. In definitiva egli è benedetto perché “nella fede, sa discernere la benedizione divina andando al di là delle apparenze, confidando nella presenza di Dio anche quando le sue vie gli appaiono misteriose”.

Credere in Dio, ha proseguito Benedetto XVI, significa affidarsi totalmente a Lui, non dedicandogli soltanto i “momenti di difficoltà” o “qualche momento della giornata o della settimana”, ma lasciando che la Sua Parola orienti ogni giorno la nostra vita, “nelle scelte concrete, senza paura di perdere qualcosa di me stesso”.

La triplice domanda “Credete?”, che si pone nel battesimo, è un’esortazione a cambiare la propria esistenza, a “convertirsi”, ed ogni volta che si partecipa ad un Battesimo, “dovremmo chiederci come viviamo quotidianamente il grande dono della fede”.

Abramo, da “straniero sulla terra”, ci ricorda che siamo “pellegrini sulla terra” e che il nostro cammino è verso la “patria celeste”. Questo pellegrinaggio ci richiede di andare controcorrente, di “assumere comportamenti che non appartengono al comune modo di pensare” e di farci “portatori di valori che spesso non coincidono con la moda e l’opinione del momento”.

Nonostante i tanti progressi della scienza e della tecnica degli ultimi anni abbiano indotto nell’uomo “un’illusione di onnipotenza e di autosufficienza”, la “sete di Dio” non si estingue e Abramo “continua ad essere padre di molti figli che accettano di camminare sulle sue orme” per ricevere la benedizione del Signore.

Il cammino alla sequela di Gesù Cristo è “talvolta difficile” e “conosce anche la prova e la morte”, tuttavia è aperto alla vita “in una trasformazione radicale della realtà che solo gli occhi della fede sono in grado di vedere e gustare in pienezza”.

Affermare “Io credo in Dio”, quindi, ci spinge “ad uscire continuamente da noi stessi”, portando nella realtà quotidiana la certezza della “presenza di Dio nella storia”. Una presenza che “porta vita e salvezza, e ci apre ad un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto”, ha quindi concluso il Pontefice.