Cristiani e Indù: educare i giovani ad essere operatori di pace

Il messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso agli Indù in occasione della festa di Deepvali

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CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 novembre 2012 (ZENIT.org) - La festa di Diwali è celebrata da tutti gli indù ed è conosciuta come Deepavali ossia "fila di lampade ad olio". Simbolicamente fondata su un’antica mitologia, essa rappresenta la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, del bene sul male. La celebrazione vera e propria dura tre giorni segnando l’inizio di un nuovo anno, la riconciliazione familiare, specialmente tra fratelli e sorelle, e l’adorazione a Dio.
Quest’anno la festa sarà celebrata da molti indù il 13 novembre.

Per l’occasione il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha inviato agli indù il messaggio sul tema: "Cristiani e indù: formare le giovani generazioni ad essere operatori di pace", in diverse lingue tra cui: bengalese, birmano, hindi, indonesiano, kannada, konkani, nepalese, portoghese, tamil, urdu.

Questo il testo del Messaggio, a firma del Presidente del Pontificio Consiglio, Em.mo Card. Jean-Louis Tauran, e del Segretario, P. Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.J.

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Cari amici indù,

1. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso è lieto di presentarvi cordiali auguri e felicitazioni in occasione delle celebrazioni di Deepavali di quest’anno. Possano l’amicizia e la fraternità illuminare sempre più le vostre famiglie e comunità.

2. In questo tornante della storia umana, in cui varie forze negative, in molte regioni del mondo, minacciano le legittime aspirazioni ad una pacifica coesistenza, vorremmo avvalerci di questa preziosa tradizione per condividere con voi la riflessione sulla responsabilità di indù, cristiani ed altri nel fare tutto il possibile per formare le persone, specialmente le giovani generazioni, ad essere operatori di pace.

3. La pace non è la semplice assenza di guerra, non è un patto o un trattato che assicuri una vita tranquilla; piuttosto è essere completi ed intatti, un recupero dell’armonia (cfr. Benedetto XVI, Ecclesia in Medio Oriente, 9) ed un frutto della carità. Genitori, insegnanti, anziani, capi politici e religiosi, operatori di pace, tutti coloro che sono impegnati nel mondo delle comunicazioni e che hanno a cuore la causa della pace sono chiamati ad educare le giovani generazioni, e sono invitati a far crescere tale integrità.

4. Formare i giovani ad essere operatori e costruttori di pace è un appello pressante ad un impegno collettivo e ad un’azione comune. Per essere autentica e duratura, la pace si deve fondare sui pilastri della verità, della giustizia, dell’amore e della libertà (cfr. Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 35) ed è necessario che ad ogni giovane si insegni soprattutto ad agire sinceramente e rettamente nell’amore e nella libertà. Inoltre, in ogni educazione alla pace, le differenze culturali si dovrebbero certamente considerare come una ricchezza, e non una minaccia o un pericolo.

5. La famiglia è la prima scuola di pace ed i genitori sono i principali educatori alla pace. Con il loro esempio e i loro insegnamenti, essi hanno il privilegio unico di formare i figli a valori essenziali per una vita pacifica: reciproca fiducia, rispetto, comprensione, ascolto, condivisione, altruismo e perdono. Nelle scuole, nei collegi e nelle università, man mano che i giovani maturano attraverso le relazioni, lo studio e la collaborazione con altri di diverse religioni e culture, i loro insegnanti e gli altri responsabili della loro formazione hanno il nobile compito di assicurare un’educazione che rispetti e celebri l’innata dignità di ogni essere umano e che promuova amicizia, giustizia, pace e cooperazione per uno sviluppo umano integrale. Ponendo i valori spirituali e morali a sostrato dell’educazione, anche prevenire negli studenti ideologie che possono causare discordia e divisione diviene per loro un imperativo morale.

Mentre gli Stati ed i singoli capi in ambito sociale, politico e culturale hanno in generale il loro importante ruolo da svolgere nel rafforzare l’educazione dei giovani, i capi religiosi in particolare, in ragione della loro vocazione ad essere guide spirituali e morali, devono continuare ad ispirare le giovani generazioni a camminare sul sentiero della pace e a divenire messaggeri di pace. Poiché i vari mezzi di comunicazione influenzano considerevolmente la maniera di pensare, di sentire e agire della gente, coloro che sono impegnati in questi campi devono contribuire al massimo a promuovere pensieri, parole ed opere di pace. In verità, i giovani stessi dovrebbero ravvivare gli ideali che propongono agli altri con un uso responsabile della libertà e la promozione di relazioni cordiali, per creare una cultura di pace.

6. Evidentemente, quella completezza che la pace trasmette darà forma ad un mondo più fraterno e ad "un nuovo tipo di fraternità" fra le persone, nella quale prevarrà "il senso comune della grandezza di ogni persona" (cfr. Benedetto XVI, Viaggio Apostolico in Libano, Incontro con i membri del Governo, delle istituzioni della Repubblica, con il Corpo Diplomatico, i capi religiosi e rappresentanti del mondo della cultura, 15 settembre 2012).

7. Possa ciascuno di noi, sempre ed in ogni luogo, aderire all’imperativo morale e religioso di ispirare i giovani a sforzarsi di divenire operatori di pace.
Vi auguriamo un felice Deepavali !