Cristiani e musulmani: un incontro che è molto più di un "dialogo"

La testimonianza del professore egiziano Wael Farouq, uno dei volti più noti del Meeting di Rimini

Rimini, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 699 hits

Da alcuni anni è uno dei volti più noti ed apprezzati del Meeting di Rimini. Docente presso l’Università Americana del Cairo e visiting professor di lingua araba presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Wael Farouq è stato uno dei fondatori del Meeting del Cairo, di cui è vicepresidente.

A Milano, Farouq anima il progetto SWAP (Share With All People), un think tank di giovani italo-egiziani, con cui quest’anno ha dato vita alla mostra Egitto. Quando i valori prendono vita, conclusasi oggi al Meeting di Rimini, che documenta le storie degli eroi della “primavera” di piazza Tahrir.

Quel processo iniziato quasi quattro anni fa, passando per la breve e controversa parentesi del governo dei Fratelli Musulmani, sta iniziando soltanto adesso a dare i suoi frutti. C’è tuttavia ancora molto da fare, ha dichiarato il professor Farouq a ZENIT, ricordando che l’aspetto più luminoso di questi anni in Egitto non è il cambiamento politico ma il cambiamento dei cuori.

Professor Farouq, come ha conosciuto la realtà del Meeting di Rimini e qual è il più grande insegnamento che ne ha tratto?

Conobbi il Meeting svariati anni fa grazie a uno studente che faceva il dottorato con me all’Università del Cairo. Lo trovai da subito un’iniziativa straordinaria e mi colpì in particolare la grande generosità di queste migliaia di giovani volontari che ogni estate sacrificano parte del tempo delle loro vacanze, pagandosi viaggio, vitto e alloggio per svolgere un servizio molto bello ma anche molto impegnativo, in cui non chiedono nulla per se stessi ma danno l’anima per gli altri. Se parli di questa realtà a chi non è mai venuto in Fiera non ti crede nessuno! È stato anche l’esempio di questi ragazzi che mi ha spinto a tornare più volte negli anni successivi. Così nacque la mia amicizia con queste persone meravigliose che, per amore, fanno cose grandi.

Come è nata l’idea della mostra che avete allestito quest’anno al Meeting?

All’università si è formato un gruppo di studenti di origine egiziana ma tutti nati in Italia: la prima di loro mi aveva seguito al Meeting del 2011, poi, iscrivendosi alla Cattolica, aveva scoperto che ero tra i suoi professori e volle conoscermi. Era rimasta colpita dall’idea di un Egitto unito: musulmani, cattolici, ortodossi, tutti a cooperare per il futuro del loro paese. Alcune di quelle ragazze avevano il velo e si erano sempre sentite isolate rispetto alla società italiana: spiegai loro che ciò che indossavano non doveva essere un ostacolo ma un vantaggio, di cui loro non si erano accorte perché avevano paura.

Un giorno una di loro rimase sconvolta dall’immagine di una bambina di 8-10 crivellata dai proiettili durante la persecuzione anticristiana da parte dei Fratelli Musulmani. Questo episodio ci spinse a cercare l’amicizia e la testimonianza dei cristiani egiziani che avevano subito quegli attacchi. Sono venute fuori, dunque, straordinarie testimonianze di solidarietà reciproca, con famiglie musulmane che avevano ospitato e protetto in casa loro dei cristiani nel momento più drammatico della repressione.

Non voglio negare che la persecuzione dei cristiani esista ma solo sottolineare che c’è dell’altro: nel nostro mondo c’è anche il bene e c’è la nostra amicizia che diventa ogni giorno più forte. La mostra quindi, il cui scopo originario era quello di condannare il male, ha avuto come obiettivo quello di raccontare il bene che è stato fatto, con le storie di personaggi sconosciuti ma eroici, tra cui Gika, morto a soli 16 anni: la sua ed altre testimonianze vale la pena che siano conosciute.

Questa testimonianza è possibile non attraverso il “dialogo” ma attraverso l’incontro. La differenza tra i due concetti è notevole. Io, francamente, non credo nel “dialogo interreligioso”: se un sacerdote e un imam si parlano senza la consapevolezza che dobbiamo amarci reciprocamente è un disastro. Nella realtà dell’incontro, invece, non c’è un dialogo ma un unico racconto che proviene da diverse voci, non due racconti che esprimono due differenti posizioni. Non è così: siamo uniti perché siamo umani. E la presenza di Dio nella vita di un cristiano, di un musulmano o persino di un ateo fa parte della nostra realtà. E i veri credenti devono fare testimonianza di questa presenza di Dio e del bene nella loro vita. Dialogare sulla natura di Dio non serve a nessuno: ciò che conta è testimoniare il bene che vedo nella mia vita e nelle vite degli altri.

A distanza di quasi quattro anni, cosa rimane delle primavere arabe?

Premesso che non amo il termine “primavera” (la primavera da noi non è una bella stagione, arrivano il caldo e le tempeste di sabbia), gli eventi capitati nel nostro paese rappresentano una grandissima novità, un grande cambiamento che però non riguarda il potere. È la persona che cambia. Prima era impossibile per un non musulmano o una donna diventare presidente. Invece 300mila giovani, per lo più musulmani e maschi hanno scelto una donna cristiana come presidente del loro partito: questo è il vero cambiamento, non un cambiamento nel pensiero ma un cambiamento della realtà concreta.

Penso anche a quanto sta succedendo in Iraq, dove migliaia di musulmani hanno cambiato la loro immagine nel profilo di Facebook con la lettera N di Nazareno in segno di solidarietà con i cristiani perseguitati. Non era mai successo nulla del genere nella storia araba.

La nostra vera storia non è la storia del potere ma la storia del cuore. Quando pensiamo all’umanità non pensiamo al presidente o all’esercito ma al vero significato dell’essere umano: questa è la nostra vera storia, che sta capitando ora in Egitto ma alla stampa non interessa…

Ritiene che l’Egitto, anche alla luce dei cambiamenti più recenti, possa diventare un esempio per l’intera regione mediorientale?

Dal punto di vista politico non sono soddisfatto: la nostra speranza è ancora lungi dall’essere realizzata. La cosa più grande che ci ha portato la rivoluzione di piazza Tahrir, comunque, non è stato l’avvento di un nuovo pensiero ma la possibilità di incontrare l’altro, vivere fianco a fianco, proteggersi a vicenda, cristiani e musulmani. Parlare con le persone che abitavano nel tuo palazzo e che per anni avevi ignorato. Questo è il dono che abbiamo ricevuto da questa rivoluzione in cui tanti stereotipi sono falliti.

Anche in Iraq i protagonisti non sono i criminali: ci sono centinaia di migliaia di persone ordinarie e sconosciute che hanno fatto una scelta, la scelta della loro fede. Sanno bene che senza la loro fede, la loro vita non ha significato. Pertanto hanno scelto di lasciare la loro casa, di rischiare la vita, pur di non perdere la fede.

Personalmente la mia vocazione è testimoniare questo bene e questa bellezza che fa parte della nostra realtà. Vediamo solo il male ma io voglio prestare attenzione sopratutto al bene, non perché sia idealista e creda che il male non esista. Però capisco che con la testimonianza del bene questa sofferenza diventa un sacrificio e dà un significato alla nostra vita.