Cristiani in Terra Santa, sentinelle della pace

Appello del Patriarca della Chiesa di Gerusalemme ai cristiani della Terra Santa, d’Israele, Palestina e Giordania a farsi segno visibile di speranza e pace

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GERUSALEMME, 16 dicmebre 2003 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per intero il documento firmato dal Patriarca della Chiesa latina di Gerusalemme, Michel Sabbah e inviato il 3 dicembre scorso ai leader delle altre religioni.





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Riflessioni sulla Presenza della Chiesa nella Terra Santa
Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21, 11)

Preambolo

1. Noi cristiani della Terra Santa, d’Israele, Palestina e Giordania, condividiamo le speranze e le aspirazioni del nostro popolo in mezzo alla violenza e alla disperazione. Qui siamo stati chiamati in svariati modi a riflettere con la fede sui problemi concreti che affrontiamo. Insieme abbiamo la responsabilità di testimoniare, con parole ed atti, le Buone Notizie e ad aiutarci reciprocamente a condurre la nostra vita quotidiana alla maniera dei discepoli di Cristo. Così diverremo un segno più visibile di unità, speranza, pace e carità in questa Terra lacerata da guerra ed odio.

2. Presento a voi oggi, fratelli e sorelle, questo documento frutto di una riflessione comune, scritta insieme con i membri della nostra Commissione Teologica diocesana, preti e religiosi. Il documento tratta problemi che concernono la nostra Chiesa Locale così come quella Universale, alla luce dell'importanza della Chiesa di Gerusalemme e degli eventi che stanno avendo luogo in questo momento storico. Naturalmente la nostra riflessione scaturisce dall'insegnamento ufficiale della chiesa Cattolica Romana riguardo ai problemi che noi viviamo quotidianamente. È alla luce di questo insegnamento e del nostro contesto specifico nella Terra Santa che noi indirizziamo questo documento a voi per aiutarVi a vedere più chiaramente dentro le difficoltà della vita quotidiana. Fra gli aspetti molteplici delle nostre vite, ci concentreremo qui su tre punti principali: la violenza e il terrorismo, i nostri rapporti con le persone di fede ebraica e con i musulmani nella Terra Santa.

3. È probabile che queste considerazioni siano anche all’attenzione dei nostri fratelli e sorelle nelle Chiese in tutto il mondo. Noi vogliamo riflettere insieme con voi tutti, e pregare insieme, mentre viviamo queste situazioni difficili e complesse ogni giorno. Noi cerchiamo di trovare in questa riflessione e comunione di preghiera il coraggio per rimanere fedele alla nostra vocazione in questa Terra che è di Dio. Nella nostra vita come membri delle diverse società da cui veniamo e all'interno delle nostre Chiese, esiste il pericolo continuo di semplificare e generalizzare. La preghiera sincera e la nostra presenza insieme di fronte a Dio c'aiuteranno a divenire più consapevoli delle diverse prospettive e anche della verità che deve essere scoperta daccapo giorno per giorno nella complessità delle nostre circostanze.


Violenza e terrorismo

Condanna del terrorismo

4. Noi abbiamo condannato sempre e continuiamo a condannare tutti gli atti di violenza contro individui e società [1]. Noi abbiamo condannato e continuiamo a condannare soprattutto il terrorismo, atti di estrema violenza spesso organizzata, che intende ferire ed uccidere l'innocente, come se tale terrorismo appoggiasse la causa di qualcuno. Noi chiaramente affermammo in un documento precedente: Il "terrorismo è illogico, irrazionale ed inaccettabile come mezzo per risolvere un conflitto [2] ". Effettivamente, il terrorismo è sia immorale che peccaminoso.

Contesto di disperazione
5. Siamo dolorosamente consapevoli, tuttavia, delle ingiustizie, dei loro mali disumani e del clima che condiziona questi atti di violenza, soprattutto l'occupazione. Noi abbiamo affermato: "Nel caso del terrorismo ci sono due parti colpevoli: prima, quelli che eseguono tale azione, quelli che progettano e coloro che li supportano; ed in secondo luogo, quelli che creano situazioni di ingiustizia che incitano al terrorismo [3] ". Questo clima di violenza non conosce confini; non distingue tra israeliano e palestinese. Fra entrambi, vulnerabili, la frustrazione e la disperazione provocano emozioni di rabbia e vendetta in una spirale perenne di violenza. La legittima autodifesa è un mezzo sproporzionato e cattivo, e specialmente sotto forma di punizioni collettive o l'appoggio all'occupazione, sotto le sembianze di assicurare sicurezza o la libertà. Speranze che sono realistiche per la vera pace attraverso la giustizia, il perdono e l’amore, sono stati identificati come illusioni di facile ottimismo. Esse sono state sostituite dalla paralisi del fatalismo cinico. I muri poi sono eretti nel paese e nei cuori dei suoi abitanti. La Speranza è ridotta ad una mera sopravvivenza quotidiana. Alcuni arrivano a dire che La Terra Santa non è più santa.

La nostra ragione per avere speranza
6. Proprio in questa Terra Dio ha donato umanità col Figlio di Dio, il Cristo. Lo spargimento del suo sangue dall'atto violento di crocifissione ci ha riconciliati con Dio e tra noi si sono rotti i muri dell'ostilità. La sua risurrezione ha sconfitto l’odio, la violenza e la morte. "Lui è la pace tra noi e ha fatto di due popoli uno solo" (cf. Ef 2, 13-16; Rm 5, 10-11).

Una pedagogia della non-violenza
7. Dio sta chiamando i discepoli di Gesù Cristo per essere sempre comunità di riconciliazione [4]. Nella comunione dello Spirito Santo, noi siamo chiamati ad essere i portatori profetici delle buone notizie della pace a quelli lontani, e a coloro che sono a portata di mano (cf. 2 Cor 13, 13, Ef 2, 17; Is 57, 19). Noi non completiamo questo attraverso atti della violenza ma attraverso gesti concreti di operazioni di pace che si oppongono alla cultura di morte ed offrono la cultura della vita. Questo Dio-dato e la vocazione difficile della Chiesa e dei suoi membri richiede una specifica pedagogia o un processo di istruzione da un Vangelo attivo, che crea non-violenza nei nostri atteggiamenti, nelle nostre parole e nelle nostre azioni. Fare la pace non è una tattica ma uno stile di vita.

Ebrei, giudaismo e Stato dell'Israele

Insegnamento della Chiesa
8. In comunione con la Chiesa intera, l'insegnamento ufficiale della chiesa Cattolica Romana riguardo agli ebrei ed il giudaismo è anche il nostro insegnamento. Con tutta la Chiesa noi meditiamo sulle radici della nostra fede nell’Antico Testamento che abbiamo in comune con gli ebrei, e nel Nuovo Testamento che è scritto su Gesù di Nazareth per la maggior parte da ebrei [5]. Con la Chiesa intera noi ci pentiamo degli atteggiamenti di disprezzo, dei conflitti e dell'ostilità che hanno caratterizzato la storia delle relazioni fra ebrei e cristiani.





Il nostro contesto
9. Noi cerchiamo di applicare e vivere l'insegnamento della Chiesa cattolica e mondiale all'interno del nostro particolare contesto [6]. Diversamente dai nostri cristiani fratelli e sorelle in Europa, nella Terra Santa la nostra storia come cristiani è stata la storia di una comunità di minoranza (un status nel quale abbiamo condiviso con gli ebrei il Medio Oriente) in mezzo ad una civiltà che è prevalentemente mussulmana. Noi non siamo stati una maggioranza dominante sulle persone di fede ebraica come per molti secoli è stato il caso dell'Occidente.

10. Il nostro contesto contemporaneo è unico: noi siamo l'unica Chiesa Locale che incontra le persone ebree in un Stato che è definito come ebreo e dove gli ebrei sono i dominanti e ricoprono i poteri della maggioranza, una realtà che si data dal 1948. Inoltre, il conflitto in corso tra lo Stato di Israele ed il mondo arabo, ed in particolare tra israeliani e palestinesi, vuole dire che l'identità nazionale della maggior parte dei nostri fedeli è bloccata dal conflitto con l'identità nazionale della maggioranza degli ebrei.

11. Noi siamo chiamati all’unità, alla riconciliazione e all’amore all'interno della nostra Chiesa locale. Proprio in mezzo alla nostra Chiesa, e pienamente membri, vi sono cattolici che parlano ebraico che sono giudei o che hanno scelto di vivere in mezzo a l popolo ebraico [7]. Il Santo Padre ha appena chiamato un vescovo ausiliare per questa comunità. Inoltre alla ricchezza della Chiesa di Gerusalemme si aggiungono anche molti cattolici da altre terre che hanno fatto la loro casa a Gerusalemme. Cercando di essere insieme in comunione, arabi, ebrei e quelli dalle altre nazioni, la Chiesa di Gerusalemme impara ad essere un segnale visibile dell'unicità di tutta l'umanità. Nella nostra ricerca continua per dialogo coi nostri fratelli e sorelle ebrei, noi non possiamo non tener conto di questo contesto.

La realtà
12. Come Chiesa, noi testimoniamo la continua occupazione militare israeliana delle terre palestinesi e la violenza di sangue tra i due popoli. Insieme con tutti gli uomini e le donne di pace e di buona volontà, tra cui molti israeliani, musulmani della Palestina, cristiani ed ebrei, tutti siamo chiamati ad essere da ambo le parti la voce della verità ed una presenza di salvezza. La Chiesa cattolica e mondiale insegna che il dialogo con gli ebrei è distinto dalle scelte politiche adottate dallo Stato dell'Israele. Inoltre, “l'esistenza dello Stato di Israele e le sue scelte politiche non dovrebbero essere immaginate in una prospettiva propriamente religiosa ma in rapporto ai principi comuni di legge internazionale” [8]. La Chiesa è chiamata ad essere una testimonianza profetica nel nostro particolare contesto, testimone che osa immaginare un futuro diverso: libertà, giustizia, sicurezza, pace e la prosperità per tutti gli abitanti della Terra Santa che è innanzitutto di Dio [9].

Prospettive
13. Affrontando questa responsabilità pesante e questo compito difficile, la Chiesa di Gerusalemme sta lottando, imparando, si sta sforzando; lei conta su tutti i fedeli, arabi, ebrei e quelli dalle altre nazioni, affinché l’aiutino a discernere la volontà di Dio e la fedele sequela di Cristo. Noi siamo già impegnati a scoprire i nostri fratelli e sorelle ebree attraverso un dialogo fecondo nel nostro specifico contesto - quello di una Terra tristemente lacerata da guerra e la violenza. Il nostro fedele in Israele viva in dialogo permanente, un dialogo in evoluzione con i loro vicini di casa ebrei, un dialogo della vita e d'amicizia. Nei territori palestinesi, le nostre istituzioni cattoliche (il seminario diocesano, l'Università Cattolica di Betlemme, ecc.) istruisca i nostri fedeli sugli ebrei e sulla loro eredità. La nostra commissione diocesana per le relazioni con gli ebrei è un organo attivo all'interno della vita della nostra Chiesa, dato che aiuta ad imparare di più sugli ebrei ed sul giudaismo. Come Chiesa, noi osiamo sperare che la nostra preghiera e la nostra testimonianza favoriscano la giustizia, il perdono, la riconciliazione e la pace e, nel favorire questi, contribuiscano anche al dialogo fraterno che può e deve svilupparsi tra ebrei e cristiani in Terra Santa all'interno del contesto specifico che noi condividiamo.

Musulmani, Islam e società araba

Il nostro contesto
14. Noi siamo realistici di fronte alle possibilità di dialogo e di collaborazione con i nostri fratelli e sorelle mussulmani, e conosciamo le difficoltà che incontra un tale progetto. La concreta realtà della società araba è diversa da paese a paese: qui noi parliamo dalla nostra esperienza, della realtà in Terra Santa, dove cristiani e musulmani vivono insieme da pressoché 1400 anni. Questa società ha conosciuto molti giorni felici e altrettanti infelici ed oggi ha anche affrontato importanti sfide nella sua ricerca di equilibrio, di fronte alla modernità: il pluralismo, la democrazia e la ricerca di pace e giustizia. Comunque, il nostro atteggiamento è radicato nell'insegnamento positivo della Chiesa riguardo ai musulmani fin dal Concilio Vaticano II [10].

Due principi
15. Due principi animano le relazioni tra musulmani ed arabi cristiani nella Terra Santa [11]. In primo luogo quelli che di noi siamo arabi, sia cristiano o musulmano, appartiene ad un unico popolo, che ha in comune una lunga storia, la lingua, la cultura e la società. In secondo luogo, noi come arabi cristiani siamo chiamati ad essere testimoni di Gesù Cristo nella società araba e musulmana. Noi siamo chiamati similmente ad essere testimoni anche nella società israeliana ed ebrea.

La realtà
16. Nella vita quotidiana, anche se le relazioni tra cristiani e musulmani sono generalmente buone, noi siamo del tutto consapevoli che ci sono delle difficoltà e delle sfide che devono essere confrontate. Tra queste la reciproca ignoranza, un’autorità carente che produce insicurezza, la discriminazione e quella tendenza all’islamizzazione di certi movimenti politici che mettono in pericolo non solo i cristiani ma anche molti musulmani che desiderano una società aperta [12]. Quando l’islamizzazione costituisce un pericolo alla libertà del cristiano, noi dobbiamo insistere perché la nostra identità e la nostra libertà religiosa siano rispettate. Questa complessità è sfruttata qualche volta per il fine politico di dividere la società. Comunque, attraverso il dialogo ed altre diverse iniziative, cristiani e musulmani sono chiamati a collaborare l'un con l'altro nella costruzione di una società comune, fondata su principi di rispetto reciproco e di responsabilità.

Una pedagogia
17. In questa situazione, noi cerchiamo di aiutare l’arabo cristiano che è la maggioranza del nostro gregge all’integrazione e a vivere la complessità di avere identità cristiana, ma come arabi e come cittadini, in Giordania, Palestina e l'Israele. Il fatto che i cristiani sono statisticamente una piccola comunità non li condanna, in alcun modo, all'irrilevanza o alla disperazione. Noi incoraggiamo tutti nostro fedeli ad occupare il proprio posto nella vita pubblica ed aiutare lo sviluppo di una società in tutta la sua proprietà [13].

Conclusione: Con musulmani ed ebrei - Una vocazione

18. Noi siamo profondamente consapevoli della vocazione della Chiesa di Gerusalemme ad essere una presenza cristiana in mezzo alla società, sia essa araba musulmana sia ebreo-israeliana. Noi crediamo di essere chiamati ad essere lievito, contribuendo alla positiva soluzione della crisi attraverso la quale stiamo passando. Noi siamo una voce all'interno delle nostre società di cui condividiamo storia, lingua e cultura. Noi cerchiamo di essere una presenza che promuove riconciliazione, nell’aiutare tutto il popolo verso un dialogo che promuova comprensione e che in ultimo condurrà alla pace in questa Terra. "Se non c'è speranza per il povero non ci sarà speranza per chiunque, neanche per il cosiddetto ricco" [14].

19. Dato che ci avviciniamo al Natale, fratelli e sorelle, vi indirizziamo i nostri saluti festivi. È probabile che questa festa sia una fonte di pace nei Vostri cuori e nelle Vostre anime. Buon Natale! Durante questa stagione di festa, ci sia permesso di pregare Cristo il Messia, Principe della pace: è probabile che lui faccia di ciascuno di noi un artigiano di pace, che viva e comunichi la pace che è cantata dagli angeli nei cieli della nostra Terra. Dio è il Creatore e Redentore di noi tutti, e nel mistero di questa figliolanza divina portata a realizzarsi in noi, noi siamo tutti fratelli e sorelle, chiamati a praticare la giustizia e a vivere nella vera pace che Dio dà su quelli che lo cercano.

Il 3 dicembre 2003
Firmato dal S.B. Patriarca Latino di Gerusalemme
+ Michel Sabbah

e membri della Commissione Teologica diocesana

+ G. Boulos Marcuzzo, Auxiliary Bishop
Frans Bouwen pb
Gianni Caputa sdb
Peter Du Brul sj
D. Jamal Khader
D. Maroun Lahham
Frédéric Manns ofm
David Neuhaus sj
Jean-Michel Poffet op
Thomas Stransky csp