Cristo e le religioni, secondo il Cardinale Paul Poupard

Nuovo Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso

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CITTÀ DEL VATICANO, lunedì, 20 marzo 2006 (ZENIT.org).- Il Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura dal 1982, da sabato 11 marzo scorso è anche Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.



Il porporato, che ha lavorato al fianco di ben quattro Papi, è il più anziano Presidente di Pontifici Consigli della Curia vaticana: è stato giovane collaboratore di Giovanni XXIII nella Segreteria di Stato; responsabile della sezione francese della Segreteria di Stato con Paolo VI; sotto Giovanni Paolo II, Presidente del Segretariato per i Non Credenti, che nel 1980 è stato fuso con il Pontificio Consiglio della Cultura; ed infine Cardinale anziano con Benedetto XVI, il quale gli ha affidato con questo nuovo incarico una ulteriore responsabilità.

Il Santo Padre ha recentemente reso nota (sabato 11 marzo 2006) la sua nomina a Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. La nomina risponde - secondo il comunicato della Sala Stampa - al desiderio “di favorire un dialogo più intenso fra gli uomini di cultura e gli esponenti delle varie religioni”. Eminenza, ci potrebbe spiegare la relazione tra il dialogo interreligioso e il dialogo interculturale?

Cardinale Paul Poupard: “Dialogo interreligioso e interculturale ... è infatti una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro”. Lo ha detto il Papa a Colonia, ricevendo i rappresentanti della comunità musulmana, nel contesto della Giornata Mondiale della Gioventù. Chi conosce profondamente il pensiero di Benedetto XVI capisce la logicità di questa nomina.

In realtà, quando si parla di dialogo interreligioso, si pensa spesso ad una riflessione di tipo dottrinale sui temi religiosi comuni, come l’idea di Dio, il peccato, la salvezza, ecc. Tuttavia, questo dialogo dottrinale richiede sempre una base comune, e non sempre questa esiste con talune altre religioni. Ad esempio, per un buddista, Dio non è persona; per altri, la salvezza consiste nella dissoluzione dell’io, mentre per un cristiano è proprio la persona che viene salvata. Quindi il dialogo è molto difficile. Questo dialogo dottrinale ha senso nell’ambito delle diverse confessioni cristiane, con le quali condividiamo la fede in Gesù Cristo.

D’altra parte, con i credenti di altre religioni è sempre possibile dialogare sulla base della cultura. Questa è l’intuizione che sta alla base del Pontificio Consiglio della Cultura: che la cultura è un terreno comune nel quale possono dialogare credenti e non credenti, o credenti di diverse religioni. Il tema comune che ci unisce - diceva Giovanni Paolo II rivolgendosi all’UNESCO - è l’uomo, e sull’uomo sì è possibile dialogare.

Il Papa Benedetto, pertanto, vuole portare il dialogo con i credenti di altre religioni sul terreno della cultura e dei rapporti fra culture diverse. La cultura del Popolo di Dio, che travalica i limiti nazionali, linguistici, regionali, ecc., entra in dialogo con le altre culture, impregnate in modo vitale da altre religioni. Grazie a questo dialogo avviene un arricchimento reciproco, e il Vangelo, incarnato in una cultura concreta, può sanare e fecondare nuove espressioni culturali.

Alla luce di quanto appena illustrato, quali sono le risposte che il Cristianesimo può dare su questo tema?

Cardinale Paul Poupard: Gesù Cristo è la risposta ai grandi interrogativi dell’uomo: la risposta definitiva. Il Concilio lo dice con parole molto belle: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo” (Gaudium et spes, 22).

Dunque, questo messaggio non cade su tutti direttamente dal cielo: arriva attraverso uomini e donne molto concretI, con una storia concreta e una cultura concreta, che entrano in comunicazione con i credenti di altre religioni. Nel modo di vivere il Cristianesimo, esistono elementi essenziali ed elementi accessori. I primi sono immutabili, mentre i secondi sono contingenti.

Tra gli elementi essenziali, espressi dalla filosofia e dalla teologia, vi è il concetto di persona, immagine della Trinità, la nozione di comunione, di soggetto, il principio di libertà e responsabilità, la sopravvivenza dell’io dopo la morte, la solidarietà tra gli uomini, la dignità comune, ecc. Questi sono valori che si possono e che si devono condividere con i credenti di altre religioni, nella misura in cui ciò è possibile.

D’altra parte anche noi possiamo ricevere molto dai credenti delle altre religioni. Non in quanto ai contenuti della fede, naturalmente, poiché in Gesù Cristo abbiamo la pienezza della rivelazione, bensì in quanto al modo di viverla.

Il volume che lei ha scritto nel 1983, il “Grande dizionario delle religioni”, costituisce un testo obbligatorio nello studio della storia delle religioni. Lei crede che possa esserle di aiuto per il suo nuovo incarico?

Cardinale Paul Poupard: Certamente! Dirigere l’elaborazione di questo dizionario è stata una grande avventura intellettuale e un’impresa editoriale. Come coordinatore ho dovuto leggere tutti gli articoli che mi inviavano gli autori sulle diverse voci, e tra loro vi erano i migliori esperti. Tutto questo mi ha dato una panoramica generale sulle religioni nel mondo, oltre ad una comprensione più approfondita del fatto religioso nell’uomo. Qualche considerazione in merito l’ho scritta in un altro libretto, “Les religions”, pubblicato nella famosa collezione “Que sais-je? ” e tradotto in più di dieci lingue, tra le quali russo, turco, vietnamita e di recente in cinese, da un editore di Pechino.

Nel cuore di ciascuna cultura si trova un avvicinamento al mistero di Dio e dell’uomo. Non esiste cultura che non sia religiosa nella sua essenza. L’unica eccezione a questa regola universale sembra essere la cultura occidentale attuale, come segnala spesso il Papa Benedetto e, già prima, il cardinale Ratzinger.

Lei ha vissuto nel 1993 un evento simile a quello attuale, quando l’allora Giovanni Paolo II ha fuso il Pontificio Consiglio della Cultura e il Segretariato per i Non Credenti. In che modo quello attuale è diverso da quello del 1993?

Cardinale Paul Poupard: Effettivamente qualche similitudine esiste, ma vi sono anche delle differenze. Come è noto, fu Giovanni Paolo II che mi chiamò a presiedere il Segretariato per i Non Credenti nel giugno del 1980, con l’intenzione di studiare la creazione del Pontificio Consiglio della Cultura, istituito poi nel 1982 e del quale mi ha nominato Presidente. Dal 1982 al 1993 sono stato Presidente di entrambi i Dicasteri, i quali tuttavia conservavano la loro autonomia, esattamente come avviene ancora oggi.

Nel 1993, dopo il crollo del muro di Berlino e la scomparsa in Europa dei regimi comunisti, non sembrava più avere senso mantenere il Segretariato per i Non Credenti, che intanto era stato trasformato in Pontificio Consiglio per il Dialogo con i Non Credenti. Così, il 25 marzo 1993, il Papa decise di fondere in un unico ente i due Dicasteri, mantenendo distinte le competenze di ciascuno.

Lei crede che con questa nomina il Papa voglia mantenere in un unica struttura i due Dicasteri del Vaticano?

Cardinale Paul Poupard: Questo non lo sappiamo. L’importante, in ogni caso, non sono le strutture, ma lo spirito che le anima. Le strutture della Curia romana sono solo strumenti per aiutare il Papa a svolgere la sua missione come Pastore universale. Ciò che è chiaro è che dovrà esservi una maggiore collaborazione tra i due Dicasteri che il Papa mi ha chiesto “per ora” di presiedere.

Di recente vi è stato l’anniversario degli attentati di Madrid dell’11 marzo. La Spagna è una nazione con radici cattoliche che ospita quasi un milione di musulmani. Oggi si parla tanto del dialogo. Posto che la missione della Chiesa è quella dell’evangelizzazione e che il dialogo è solo uno strumento, come interpreta l’attuale situazione spagnola rispetto al dialogo interreligioso e culturale? E quale dovrebbe essere, a suo avviso, la risposta dei cattolici?

Cardinale Paul Poupard: Il dialogo è oggetto di molti equivoci. Anzitutto il vero dialogo si instaura tra religiosi e non tra religioni. I credenti sinceri di ogni religione non hanno difficoltà a capirsi poiché si trovano nella stessa dimensione religiosa fondamentale che è comune a tutta l’umanità.

I problemi solitamente sorgono quando entrano in contatto due comunità o gruppi religiosi, e si manifestano proprio sul terreno della cultura. Questo è ciò che provoca le difficoltà per la convivenza, che bisogna risolvere con molta delicatezza. Nel recente caso delle vignette satiriche sul Profeta vi è stata una chiara offesa religiosa, che i musulmani hanno percepito come una bestemmia. Tuttavia, la successiva violenza che si è scatenata in molti Paesi musulmani non è stata una reazione religiosa, ma culturale, palesemente strumentalizzata da interessi oscuri.

In secondo luogo, molti pensano che il dialogo sia un surrogato della missione. E in effetti è così. Gesù Cristo non ha detto “andate e dialogate”, ma “andate e annunciate il Vangelo ad ogni creatura”. Questo mandato continua ad essere responsabilità di ogni cristiano. Il dialogo è solo un mezzo con il quale si annuncia il Vangelo, un mezzo più adatto al nostro tempo, che privilegia il rispetto della persona e le convinzioni personali.

Quando si parla di dialogo con i credenti di altre religioni, parliamo di un atteggiamento interiore che porta a considerare con serietà l’interlocutore e la situazione in cui egli è immerso, e a rispettare i tempi della verità, la quale non ammette pressioni esterne e non può essere imposta ma deve affermarsi per se stessa. Questo non può implicare uno scambio di elementi dottrinali, o un falso rispetto che finisce per tradursi necessariamente in indifferenza rispetto alla verità e pertanto in relativismo.

Per questo il problema principale, di oggi, per gli spagnoli e in generale per l’Europa, è quello della Verità. Gli spagnoli, così come i loro vicini europei, sembrano essersi stancati della verità, come se gli sembrasse qualcosa impossibile da raggiungere. E di conseguenza non si fidano delle identità chiare e forti, abbandonandosi ad un vagabondaggio esistenziale e metafisico. Il mondo musulmano, per contro, collettivamente, non ha alcun problema di identità.

In questo contesto non può esservi un vero dialogo: da una parte una società che rinuncia alla propria identità nazionale e storica; e dall’altra una immigrazione musulmana che cresce e nella quale si infiltrano elementi fondamentalisti che rifiutano tutto ciò che non sia Islam. Ma questo non è dialogo, è un suicidio culturale. Come diceva Romano Guardini nel tragico periodo tra le due Guerre in Germania, il compito più urgente è quello di educare alla verità. Un compito che mi sembra continui ad essere una priorità assoluta ancora oggi.