Cristo nasce per morire, muore per risorgere

Il mistero del nostro soffrire secondo il presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo

Roma, (Zenit.org) Salvatore Martinez | 358 hits

San Paolo, nella sua Lettera ai Filippesi, ci consegna una professione di fede che condensa, con rara bellezza e incisività, il “mistero” di Cristo Signore del nostro soffrire: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 5-11).

In queste parole sono ben racchiuse le due nature di Gesù, vero uomo e vero Dio. Con la sua Passione, Gesù-uomo raggiunge il culmine delle sofferenze patibili e subisce la depravazione violenta del genere umano; al contempo, con la sua morte gloriosa, Gesù-Dio manifesta l’onnipotenza divina, il destino eterno di gioia e amore che nessuna sofferenza, nemmeno la morte, potrà impedire a chi crede nel Cristo. Come mai nella storia era accaduto, come mai più dopo l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Gesù potrà accadere, nel Cristo i contrasti sono stati riconciliati: umiltà e maestà; povertà e gloria; debolezza e forza; ingiustizia e perdono; abbandono e amore, tristezza e gioia, naturale e soprannaturale. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

Ecco, nelle parole dell’apostolo Giovanni, la certificazione del Cristo socio dell’Uomo. Ma non se ne può comprendere tutto il valore, la portata, la sfida, il prezzo, il premio senza entrare nella verità di cui il Cristo è venuto a renderci partecipi: Gesù nasce per morire e muore per risorgere. Una verità che risuona in ogni nostro giorno terreno, feria di Pasqua, perché fuori dalla Risurrezione del Cristo Gesù rimarrebbe irrimediabilmente “minoritario” nell’esistere degli uomini e, pertanto, non più indispensabile al suo destino di amore, di gioia, di pace. Gesù è il Signore, in modo inconfutabile e impareggiabile, nel compiersi della Pasqua.

In questo evento tutto il senso è dato: Gesù doveva soffrire, ma non poteva essere vinto dal dolore umano; doveva morire, ma non poteva rimanere morto; doveva stare in mezzo ai suoi, ma non poteva rimanere per sempre con loro. Umanità e divinità; finitezza ed eternità: che sfida per la nostra intelligenza e che benedizione per chi risolve questa tensione “temporale” nella fede: con la Pasqua Cristo è nostro contemporaneo, sempre, per sempre! Uno speciale conforto ci viene da uno scritto del grande padre della Chiesa latina, Agostino: «Questo nostro tempo di miseria e di lacrime viene simboleggiato dai quaranta giorni prima della Pasqua; il tempo che seguirà, tempo di letizia, di pace, di felicità, di vita eterna, di regno senza fine è simboleggiato invece dai giorni pasquali in cui noi eleviamo lodi a Dio. Ci vengono cioè presentati due tempi: uno prima della risurrezione del Signore, l’altro dopo la risurrezione del Signore; uno è il tempo in cui siamo, l’altro è il tempo in cui speriamo di essere un giorno per sempre» (in Discorsi, 254, 4-5).