Crocifissi nella carne per diventare samaritani della vita

L'amore è l'unico tessuto con il quale possiamo asciugare le lacrime di chi soffre. Ce lo insegna il piccolo grande Andrea, volato in cielo dopo due mesi e mezzo di vita

Roma, (Zenit.org) Alessandro Di Matteo | 817 hits

Assurdo. Ma siamo matti? “Non è possibile… solo sei ore fa avevo sentito i suoi vagiti”. Ed ora, invece, avverto tutto il dramma di una vita innocente che sta con un passo verso il baratro.

Nella confusione mi sento anche rimproverare, in modo educato, dall’équipe medica: “Lei è un incosciente. Come le è venuto in mente di far partorire sua moglie in questa struttura?”. Eh già... hanno pure ragione i camici bianchi ma “guardi che noi non ne sapevamo niente di questa cosa!”.

A me nessuno aveva detto niente, in tanti incontri di check-up nelle visite ginecologiche regolarmente effettuate da mia moglie. Intanto la diagnosi è sconosciuta per noi e, comunque, terribilmente comunicata dai medici: “Cuore sinistro ipoplasico. Portiamo vostro figlio urgentemente ad Ancona”. Qui, all’ospedale di Lanciano (CH), ascolto impotente, insieme a mia moglie Daniela. I nostri bimbi, Davide e Cristiana, due e quattro anni, non capiscono: avevano fino a dodici ore prima accarezzato il fratellino attraverso il pancione della mamma, ma adesso dove va l’atteso fratellino appena nato? E quella culletta a che serve?

È il 22 maggio del 2009. Un dramma inaspettato che ti bussa al cuore fracassandolo e turba l’anima, minuti primi protesa verso una gioia, ora infangata. La vita di mio figlio, del piccolo Andrea, è sospesa tra la vita e la morte, la gravissima patologia cardiaca che custodiva già nel grembo ora, con prepotenza, presenta segnali di morte. Quando arrivo in tarda notte, seguendo l’ambulanza, all’ospedale Lancisi-Torrette di Ancona mi confermano la diagnosi (“magari stavolta si saranno sbagliati”… speranza vana!). Per Andrea cinque giorni di vita e due interventi chirurgici, il secondo a cuore aperto. Rivedo, insieme a Daniela, il piccolo Andrea in un “trono di dolore”, avvolto da tubicini, sedato, braccia spalancate come Gesù Bambino nel presepe, ma innocentemente crocifisso. Crocifisso nella carne. Impotenza e lacrime, nessuna sfiducia, né rimpianti. Per quaranta giorni Andrea vive nel reparto di terapia intensiva e solo dopo dieci giorni di vita va in braccio alla sua mamma. Per pochi minuti, gli è precluso ogni sforzo, un colpo di tosse è un problema, tuttavia cresce tranquillo e sereno.

Il tredici giugno Andrea viene battezzato. Il desiderio che appartenga subito alla famiglia di Dio. Lì, nella stanza numero sei, quella “del leone” (è il ritratto che campeggia sulla porta prima di entrare) siamo in pochi, noi genitori, il padrino e la madrina, il diacono. Non ci sono i fratellini, né i nonni, né i parenti, né i nostri amici. Nessuna possibilità di contatti esterni. Per lo Spirito Santo, nel giorno nei quali si diventa “figli di Re” è tollerata l’eccezione. Trascorrono i giorni su e giù tra Lanciano e Ancona: io il fine settimana, Daniela dal lunedì al venerdì. In auto o in treno, non manca la preghiera.

Il 30 giugno per la prima volta Andrea torna a casa. Rientro baciando il pavimento, una gratitudine verso l’Alto per i giorni trascorsi, tra fatiche e disagi. Finalmente la nostra famiglia si riunisce! Davide e Cristiana, che per quaranta giorni sanno di Andrea attraverso i nostri racconti, accolgono felicissimi il “fratellino malato”. Lo coccolano, gli asciugano la boccuccia, litigano per chi deve dargli le medicine. Ah, quante medicine… a tutte le ore. All’inesperienza (mica lo curi così un neonato con cuore sinistro ipoplasico!) si fa fronte con l’amore. Si dorme poco, quando si può dormire…. Per Andrea una serie di divieti: niente nutrizione dal seno della mamma, ma anche succhiare al biberon è uno sforzo troppo forte. Il piccolo Andrea prende il latte tramite un sondino nasale. Ripaga tutti i nostri sforzi con i suoi sorrisi, con i suoi occhi bellissimi, con il suo sguardo sempre presente, con i suoi balbettii, con le sue manine e le sue energiche gambette che crescono ogni giorno di più. Penso al prossimo intervento chirurgico, mentre trascorre l’estate, intervento programmato per fine settembre (“che begli occhioni che hai, campione”... ogni volta così lo accoglie il giovane medico che settimanalmente lo controlla ad Ancona dove andiamo fiduciosi). Il disegno di Dio, mentre noi facciamo progetti, è un altro: il cinque agosto, Andrea è in ospedale per un controllo insieme alla mamma, di notte, gli angeli vengono a prenderlo. Un beffardo rigurgito lo strappa dai suoi affetti più cari.

Daniela, che lo ha tra le braccia, lo rassicura nel momento del passaggio a Vita eterna con un segno di croce in fronte: “Piccino mio, c’è Gesù con te, non ti preoccupare. La Madonna ti accompagnerà da Lui”. E lui se ne va, come una foglia nel vento, il nostro Santo fra gli innocenti della vita… Mischiate alle lacrime c’è una pace che regna con abbondanza. Quella fede accolta, vissuta e testimoniata per anni in parrocchia, tra tanti giovani, ora passa come “oro nel crogiuolo”. Il Signore della Vita ha disposto per il Cielo.

Il 6 agosto ad attendere la bara bianca del nostro Santo c’è una moltitudine di gente ad affollare la chiesa: sono venuti per lui, ed è una festa! Sin da quella notte di crocifissione familiare penso che “chi va in Cielo a giocare tra le braccia di Gesù, chi occupa un posto fra i Santi merita un memoriale gioioso”. Non un lutto, ma un momento di grazia speciale per tutti. In Cielo vive il nostro piccolo Santo, da un trono di dolore passa ad uno di gloria. Il suo cuoricino malato oggi batte nel cuore stesso di Dio. È sanata la sua vita. Né io né mia moglie ci sentiamo genitori sfortunati. E Dio, all’unisono, ci ha fatto dono, come padre e madre, di un bambino prescelto e amato in modo particolare, destinato a vivere per un progetto di amore. Nella nostra incapacità e sofferenza, accudire questa Sua piccola anima è stato un privilegio. Andrea ci ha insegnato il valore della vita. Ci ha istruiti alla vita. Due mesi e mezzo sono come un lampo nella parabola della vita, con la sua presenza è stato come vivere attimi di eternità. Giorni luminosi. Niente depressione, né tristezza, né rancori.

È su internet che scopro un’associazione, “La Quercia Millenaria”, che si occupa dell’accompagnamento scientifico, psicologico e spirituale di chi come famiglia riceve sulle spalle una croce-diagnosi infausta per il feto, scientificamente definito terminale. Prendo il telefono, ricordo ancora oggi quella conversazione improvvisata fra sconosciuti: “Buongiorno... senta, signora, noi non ci siamo mai incontrati, ma credo che abbiamo qualcosa in comune…”. Lei è Sabrina Pietrangeli, presidente che poco dopo mi richiama, dopo aver letto la nostra testimonianza: “Siete dei nostri!”. Ho incontrato una famiglia, quella di Sabrina e Carlo, genitori di tre splendidi figli, e attraverso loro ho scoperto una famiglia di famiglie, tutti genitori, padri e madri, giovani e adulti, attraversati dal dolore ma non prigionieri dello sconforto. Con loro testimoniamo che l'Amore divino vince tutto, l'amore guarisce ogni lacerazione del cuore, l’amore ti permette di rialzarti quando tutto sembra scivolare verso la fine. Ed anche quando è la fine!!!. Soprattutto, mi impegno, a testimoniare e ad annunciare che sin dal grembo materno i bambini, soprattutto se malati, vanno amati. Anche se terminali. Non si può strappare una vita nel grembo materno mentre quella stessa vita innocente, se potesse guardarti negli occhi, chiede solo amore. Accoglienza. Cura.

E quando, come famiglia, lasciamo parlare lui, il piccolo grande Andrea, in un ritiro, in un convegno, in un incontro, dovunque siamo chiamati, ci sono volti rigati dalle lacrime… L’amore può tutto. Ogni sera poi dal lettino dei nostri bimbi risuona l’intercessione dalla loro bocca: “Fratellino Andrea, prega per noi, Gesù ascolta la nostra preghiera!”. È l’educazione alla morte che siamo riusciti a trasmettere ai nostri bimbi mentre in casa ancoraavvertiamo il profumo di innocenza dei suoi pigiamini, sì proprio di lui, del piccolo grande Andrea, lui che è volato, sulle ali dell’amore sofferto, verso il Paradiso per riempirlo di santità. Ciò che è assurdo ora è comprensibile: i “chiodi conficcati nel cuore” non hanno avuto potere su di noi. La croce non è per sempre. L’alba di una vita nuova, rinnovata, ci ha chiamati ad essere “samaritani della vita”. Per amare quelli che sono stati beffardamente bastonati dalla malattia: l’amore, infatti, è l’unico tessuto con il quale possiamo asciugare le lacrime di chi soffre.

Alessandro Di Matteo è coordinatore del Ramo Abruzzo de La Quercia Millenaria Onlus - www.laquerciamillenaria.org. Per eventuali donazioni utilizzare conto corrente postale n. 75690149 o Bonifico Bancario con IBAN: IT 26 J 03069 05118 615268186304. 

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