Da cecchino dell'IRA a maestro di pace

Era un cecchino pieno di odio. In prigione ha incontrato un prete, a Medjugorje Maria gli ha aperto il cuore. Si è riconciliato con il protestante che gli ha distrutto la casa e adesso è un maestro che insegna la pace ai bambini

Roma, (Zenit.org) Redazione | 332 hits

In questi tempi di conflitti armati e di persecuzioni, la storia di un cecchino dell’Ira (Irish Republican Army - Esercito Repubblicano Irlandese), che ora fa il maestro educatore di ragazzi è la prova di come la misericordia e l’amore di Dio possano sciogliere i cuori e far nascere cose buone anche dove il male miete le sue vittime. La testimonianza di Marc Lenagham è stata resa 4 anni fa, anche se la trascrizione del suo intervento gira da pochi giorni nei social network.

Ve la riportiamo così come è stata trascritta da Franco Sofia sul giornale online Medjugorje tutti i giorni.

Il mio nome è Marc Lenagham. Vengo dall’Irlanda, da Belfast. È un privilegio per me essere venuto qui, per condividere con voi una parte della mia storia. Voglio ringraziare la Madonna perché mi ha guidato verso il suo Figlio Gesù. La mia storia è iniziata quando ero un bambino piccolo, nell’Irlanda del Nord. La mia famiglia era una famiglia cattolica praticante. Siamo andati sempre alla Messa la domenica. Ma verso la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, nell’Irlanda del Nord è sorto un movimento per i diritti umani. Molti cattolici cercavano i loro diritti umani: di poter lavorare, di poter votare, di avere una casa. La mia famiglia ha vissuto in una zona piuttosto protestante, non-cattolica. E quando nell’Irlanda del Nord è iniziata la guerra, la mia famiglia era molto ferita, perché siamo stati attaccati dalle bande protestanti. Loro temevano che i cattolici si sarebbero impossessati di quel territorio dell’Irlanda che apparteneva all’Inghilterra.

All’inizio degli anni ’70 la nostra casa è stata attaccata da un gruppo di barboni che hanno buttato una bomba. Non è successo nulla di grave, ma eravamo tanto impauriti. Un po’ dopo, un gruppo di persone sono entrate a casa nostra e ci hanno cacciato fuori. Abbiamo perso tutto. Abbiamo perso la nostra proprietà, tutto ciò che ci apparteneva, tutto ciò che possedevamo, e siamo diventati profughi. Ero un ragazzo giovane, e questo ha avuto tanto influsso su di me. E ho cominciato a sentire gli inglesi come nemici. Centinaia di altri ragazzi come me erano pieni di amarezza; eravamo pieni di rabbia per tutto ciò che stava succedendo. Come giovane adolescente ho deciso di lottare contro gli inglesi e come adolescente ho cominciato a fare parte dell’Ira, dell’esercito repubblicano irlandese. Questa organizzazione ritiene che gli inglesi comprendano solo la violenza.

Ero amareggiato, arrabbiato per tutto quello che hanno fatto. Ho cominciato a leggere la storia irlandese, e ho visto che lo stesso modello di comportamento da parte inglese si ripeteva nei secoli. Ho cominciato a far parte dell’Ira, questo esercito irlandese repubblicano, e facevo parte della loro polizia. Noi che eravamo giovani facevamo controlli come poliziotti: era un atteggiamento abbastanza brutale. La polizia inglese non era accettata dal popolo, e allora la nostra polizia svolgeva il loro ruolo. Invece di lottare attraverso avvocati e tribunali, noi abbiamo lottato in modo diretto: la nostra giustizia consisteva nello sparare sugli uomini e nel picchiarli. Era tutto abbastanza brutale, violento. Chiunque commettesse un qualsiasi atto criminale veniva trattato dalla nostra polizia così. Ma con tutto ciò non ero contento. Volevo far parte dell’altro ramo di questa organizzazione: quel ramo che possedeva le armi e le bombe. Allora ho fatto la richiesta di far parte del ramo degli adulti di questa organizzazione che lottavano seriamente contro l’esercito inglese. Mi hanno detto che se lo volevo veramente dovevo stare molto attento e dovevo essere certo di ciò che volevo fare, perché mi sarei potuto trovare in diverse situazioni, come morte, ferimenti gravi oppure la vita in prigione. Io ho risposto: “Si, sono pronto ad accettare tutte queste realtà”.

Sono andato in un campeggio dove facevano allenamento i militari, lì mi hanno allenato a fare il cecchino. Ci hanno insegnato ad usare vari tipi di armi. E quando erano soddisfatti della nostra preparazione, ci mandavano a Belfast per lottare contro l’esercito inglese. Nel mio gruppo eravamo dieci tra uomini e donne; possedevamo armi pesanti: pistole, bombe, mitragliatrici, bombe pesanti. Per mesi stavamo nascosti aspettando l’esercito inglese. Era un periodo molto stressante: per l’Ira abbiamo fatto molti sacrifici, abbiamo addirittura digiunato, abbiamo perso tante notti per la nostra causa. Ci succedeva di spendere anche dieci giorni nel preparare un’operazione dell’organizzazione dell’Ira.

E un giorno qualcosa cominciò ad andar male. Mo stavi preparando a sparare ad un gruppo di soldati. Ho messo le cartucce al posto giusto, e ho sparato tre cartucce su un gruppo di militari. Ci hanno insegnato che se volevamo sparare a qualcuno sulla testa, dovevamo prendere di mira il petto. Ho sparato tre cartucce, ma ho sbagliato! Ho sparato, non a un militare, ma a un civile. Con i miei colleghi abbiamo cercato di scappare, ma abbiamo incontrato un gruppo di soldati inglesi. Un soldato ha testimoniato che voleva spararmi addosso, ma in quel momento la motocicletta, sulla quale stavamo, ha fatto un incidente, non si muoveva più. Mi hanno preso e mi hanno giudicato per cinque tentativi di omicidio.

A questo punto devo parlare di mia madre. La mia povera madre era una donna molto coraggiosa. Lei intuiva che stava per succedere qualcosa di molto grave, ma non riuscì a fermarmi. Allora mia madre si è rivolta alla Madonna, (questo me lo ha detto tanti anni dopo), dicendoLe: “Madonna mia, io non posso aiutare mio figlio: lo lascio a Te”. Mia madre metteva le immagini della Madonna e i rosari nelle mie tasche. Metteva le immagini sacre sotto il mio letto. Nelle mie tasche trovavo i rosari: era mia madre a metterli.

Sono finito in prigione. Ero ancora un militare “consacrato” all’esercito irlandese. Ho vissuto una vita doppia. Andavo all’università e studiavo la lingua russa, e quando mi hanno arrestato, mi mancavano gli ultimi tre mesi per finire gli esami universitari. Tutta la mia vita è stata distrutta in quel momento. Sono andato in prigione, condannato a 12 anni. Davo la colpa alla Chiesa cattolica. Consideravo la Chiesa cattolica una parte del sistema: il nemico. Avevo smesso di andare a Messa. Consideravo la Chiesa una parte del sistema inglese. Ma un giorno un certo prete è venuto in prigione: il suo nome è Paddy Kelly. Lui mi ha detto che aveva visitato un luogo che si chiama Medjugorje. Nella stanza si sono radunati 50 prigionieri dell’Ira, di questa organizzazione, e, la domenica, questo prete è venuto per celebrare la Messa. Ma noi non l’abbiamo ascoltato.

Ci scambiavamo l’un l’altro le sigarette, i messaggi segreti, e abbiamo lasciato che il prete facesse le cose sue. Quel giorno padre Paddy ci ha provocati: ci ha letto un brano del profeta Isaia: “Se i tuoi peccati fossero rossi, li farò diventare bianchi come la neve” (Isaia 1,18). E ci ha detto che a Medjugorje la Madonna appare a 6 veggenti e che ha un messaggio per noi in quella prigione, in quella stanza: “Questo è il tempo della grazia e della misericordia”. Quel messaggio non mi è piaciuto per niente. Dopo la Messa mi sono avvicinato al sacerdote e gli ho detto: “Padre, non mi piace per niente questo messaggio. Lei non può capire”. E lui ha risposto: “Ma vuoi spiegarmi qualcosa? Cosa vuoi dirmi?”. E allora ho detto a me stesso: “Adesso io converto questo prete. Voglio convertire questo prete per farlo partecipare alla guerra”. Ma padre Paddy aveva un’altra idea, e mi ha detto: “Se ritorno la settimana prossima in questa prigione, possiamo parlare di questo argomento?”. Io ho risposto: “Sì, va bene, padre, lo faremo”. E così, una settimana dopo l’altra, padre Paddy veniva nella prigione. Mi ha portato un libro di Medjugorje, dicendomi: “Vuoi leggere questo libro?”. Ho risposto: “Si, va bene”.

E man mano che le settimane passavano, questo libro di Medjugorje, quest’opera di Medjugorje, mi interessava sempre di più. Qualcosa stava succedendo. Io non comprendevo che cosa fosse la grazia, non comprendevo cosa fosse la misericordia, la bontà di Dio: ma qualcosa stava succedendo. All’improvviso mi sono trovato a Messa ad ascoltare veramente. Di nascosto nella mia cella portavo il foglietto delle letture domenicali. E così mi sono trovato nella situazione di leggere la Sacra Scrittura. Prima per me era una cosa senza significato: erano favole, storie per me.

E all’improvviso hanno cominciato a colorarsi, come se queste storie fossero diventate tridimensionali, personali; e ho visto me stesso nella storia. L’uomo paralizzato nel Vangelo che era stato trasportato vicino a Gesù attraverso il tetto, quel paralitico ero io: ero paralizzato dai peccati, dalle tenebre; e sentivo le sue parole, le parole di Gesù, il quale diceva: “Alzati, i tuoi peccati sono perdonati”. Ho letto la storia di Lazzaro, morto nella sua tomba, e io ero quel cadavere. La mia tomba erano i miei peccati, e ho sentito le parole di Gesù che mi diceva: “Esci!”. E ho meditato la morte di Gesù sulla croce. Ho visto Gesù sulla croce, ferito, distrutto; come sudava sangue, e ho compreso che io sono quel soldato sotto la croce, con le armi, quel soldato che ha trafitto il cuore di Gesù: questo soldato ero io. Ma le parole di Gesù, nella Sacra Scrittura, dicono: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. E appena io cominciavo a leggere la Sacra Scrittura, questa diventava per me parola di vita: “Io sono la via, la verità e la vita”, “Io sono venuto perché abbiate la vita in pienezza”; “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna… non vada mai perduto”. E durante le settimane successive, mesi successivi, il mio viaggio ha preso un’altra strada. Dio ha svegliato qualcosa dentro di me, molto profondamente. Dio mi ha provocato, mi chiamava a cambiare. La Madonna mi chiedeva, mi cercava, voleva la mia conversione. La Madonna mi cercava perché andassi a confessarmi.

E una domenica il prete è venuto nella prigione. Io avevo la possibilità di andare a una riunione dell’Ira oppure di andare a confessarmi. Ho fatto la scelta: ho deciso di andarmi a confessare. Lode al Signore! Sono andato a confessarmi, e mi sono liberato da tutti quei lunghi anni di tenebre. Ho sentito qualcosa di strano che non avevo mai sentito prima: ho sentito la gioia, la pace. E durante le settimane e mesi successivi ho cominciato a pregare di più. Ho scoperto il Rosario. Ho letto le apparizioni di Lourdes e Fatima. Ho letto vite dei santi. Ho letto la vita di Padre Pio. E questo mi ha ispirato: la vita di questi uomini mi ha ispirato, mi ha stimolato, erano i veri vincitori. Noi credevamo di essere vincitori, ma non lo eravamo. Ed era una esperienza talmente profonda, che sentivo di doverlo condividere con gli altri nella prigione. Ho cercato di trasmettere questa mia esperienza ad alcuni prigionieri, e alcuni mi hanno risposto con il loro “Si”.

Ho lasciato la prigione dopo aver trascorso lì 12 anni di condanna. Ho cominciato a capire quale fosse la volontà di Dio per me, il progetto di Dio per me. Mi sembrava che Dio mi dicesse di lavorare con i giovani nelle scuole. E così sono diventato maestro di catechismo nelle scuole. Quando sono venuto a Medjugorje per la prima volta, mi sembrava di morire e di andare direttamente in cielo. Qui vedi queste facce degli uomini: gli uomini sembrano risorti. Un giorno qualcuno mi ha detto: “C’è una persona che vuol parlare con te”. Era qui, vicino alla chiesa di san Giacomo. Ho incontrato quell’uomo che mi ha detto di essere un militare inglese, quel militare inglese che si trovava a Belfast nello stesso tempo in cui io ero militare dell’Ira; era nella stessa zona in cui lottavo io. E anche lui ha avuto la stessa esperienza di conversione. Io, l’ex militare dell’Ira; e lui, un l’ex militare dell’esercito inglese. Eravamo insieme, fianco a fianco, nella chiesa di san Giacomo: ci siamo abbracciati e ci siamo riconciliati, qui accanto alla chiesa di Medjugorje. Nulla è impossibile a Dio! Amen!

Ho incontrato anche l’uomo che aveva attaccato la nostra casa, lui era nel gruppo dei protestanti che hanno distrutto la mia casa. Ho sentito la sua testimonianza e la sua storia. Lui e io lavoravamo insieme. Abbiamo parlato della pace, abbiamo parlato del perdono, di Gesù. Dio ha un senso strano del gioco. La scuola dove io insegno è a fianco della prigione, a circa un centinaio di metri dalla cella della mia prigione. E dalla mia classe posso vedere la cella dove ho trascorso 12 anni. E mi ricordo che quando mi trovavo in prigione sentivo le voci dei bambini che giocavano; e adesso capisco che dieci anni dopo, con la grazia di Dio, io sono con questi ragazzi le cui voci ascoltavo dalla prigione. Adesso a questi bambini insegno il catechismo. Lode a Dio!

Sono tanti anni che lavoro come maestro di catechismo e cerco di portare ai ragazzi un po’ della mia esperienza di Medjugorje, della Madonna. Voglio trasmettere questo ai ragazzi nella scuola. Dico ai ragazzi che Dio li ama, che loro sono figli e figlie di Dio Onnipotente. Sono la pupilla degli occhi di Dio: Gesù li ama immensamente. Lui è il dio delle promesse, della benedizione, Dio dell’amore. Questo è il Dio che io ho incontrato attraverso la Madonna qui a Medjugorje.

Desidero concludere con una breve preghiera. Spero che possiate questa preghiera quando tornate a casa. Sono cinque parole. Quando ritornate alle vostre case, nei momenti difficili, quando vi allontanate da Dio, quando vivrete nel peccato, quando vi troverete nell’insuccesso, nelle paure, pronunciate queste cinque parole di questa bellissima preghiera: “Signore, io oggi comincio daccapo”. Dio vi benedica. Grazie a Gesù! Grazie a Maria!

(Trascrizione di Franco Sofia)

Fonte: http://gloria.tv/?media=389293