Dai medici due buone notizie

Riconoscimento fin dal concepimento, contrari a eutanasia e suicidio assistito

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di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 1° gennaio 2012 (ZENIT.org).- Leggendo la consueta rassegna delle novità in ambito medico-scientifico, mi sono imbattuto in due notizie che ho pensato potessero essere di qualche conforto per i lettori in questo inizio 2012.

La prima ha a che fare con l’inizio della vita. Per i non addetti ai lavori si deve premettere che la potentissima associazione dei ginecologi americani nel 1965 stabilì che il concepimento, e quindi l’inizio della gravidanza, non dovesse essere identificato con l’unione tra lo spermatozoo e la cellula uovo della donna, ma con il momento dell’annidamento dell’embrione nell’utero della madre; anzi, inizialmente non parlavano neppure di embrione, ma di ovulo fecondato. Poiché già in quegli anni l’America costituiva la potenza anche culturale e scientifica di riferimento, ben presto tutte le associazioni mediche, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, finirono per adeguarsi alla nuova terminologia, che non si fondava su alcuna nuova conoscenza scientifica, se non l’interesse a mimetizzare gli effetti endometriali post-fecondativi della spirale e della pillola contraccettiva.

Dove sta la bella notizia? Proprio sul numero di Dicembre della rivista dei ginecologi americani è comparso uno studio condotto da un team dell’Università di Chicago che rendeva conto di un’inchiesta svolta tra 1800 ginecologi degli Stati Uniti ai quali era stato domandato quale fosse l’inizio della gravidanza.La piacevole sorpresa risiede nel fatto che la maggioranza di questi, il 57%, ha risposto che la gravidanza inizia con la fecondazione dell’ovocita da parte dello spermatozoo; si tratta di una percentuale doppia rispetto a quanti hanno invece indicato l’impianto come momento d’inizio della gravidanza.

Nonostante l’appellativo di contraccettivi dato alla spirale e ad una varietà di preparati ormonali, è scientificamente acclarato che il loro uso determini in una percentuale variabile di casi la morte dell’embrione, cioè un aborto, precocissimo, ma pur sempre di un aborto si tratta. Sono molte le donne che non ne sono a conoscenza e grandi sono le resistenze a spiegare con chiarezze la modalità d’azione di questi prodotti, spesso facendo leva proprio su un linguaggio non sincero ricevente l’avvallo autoreferenziale di rappresentanti e dirigenti della comunità scientifica, più diligenti verso l’ideologia che non verso la vera scienza.

L’opinione dei ginecologi americani si salda così con quella delle donne rilevata in almeno cinque pubblicazioni scientifiche; la maggioranza di queste, in Europa come in America, ritengono che la vita inizi al momento della fecondazione e non dell’impianto dell’embrione, non assumerebbero farmaci in grado di sopprimere la vita dopo la fecondazione e se lo stessero facendo, una volta informate li interromperebbero. Tutto si tiene, la buona scienza facilita la buona etica e questa a sua volta conduce alla buona deontologia.

La seconda notizia positiva giunge invece dal Regno Unito. In questo caso gli autori di uno studio pubblicato su Palliative Medicine hanno revisionato la letteratura medico-scientifica di matrice inglese che negli ultimi 20 anni ha trattato il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito. I 15 studi individuati hanno consentito di affermare che la maggioranza dei medici inglesi sono contrari sia all’eutanasia che al suicidio assistito e, cosa ancora più significativa, sono convinti che una tale pratica non abbia nulla a che fare con la professione del medico, trattandosi piuttosto di un ambito che riguarda un mestiere ben diverso.

Anche in questo caso chi afferma che esiste una medicina della vita ed una della morte si dimostra essere rappresentante soltanto di una minoranza dei medici, chiassosa, ma pur sempre minoranza. Notizie come queste non fanno altro che fare conoscere quello che campagne massmediatiche ben orchestrate desiderano oscurare: l’opposizione alla medicina dei desideri, la resistenza della medicina che da Ippocrate in poi è fondata sul bene del paziente, è assai più radicata nella realtà di quanto non si vorrebbe fare credere.

*Docente alla Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum