Dal concepimento fino ai diritti umani

Il diritto alla vita è fondante per la civiltà umana perché ogni uomo è un valore massimo nellordine del creato. Diritto alla vita e dignità umana sono le due facce di una medesima medaglia

Roma, (Zenit.org) Carlo Casini | 450 hits

Da Socrate in poi l’uomo si è interrogato sul significato della giustizia. Che cosa distingue la legge dal comando del più forte e lo Stato da una associazione per delinquere ben organizzata? Per stabilire una linea di difesa di fronte alla prepotenza dei più forti e delle loro leggi-comandi fu elaborata la dottrina del diritto naturale, secondo la quale esistono norme non scritte, ricavate dalla natura, che consentono di distinguere le leggi giuste dalle leggi ingiuste.

Ma che cosa è la giustizia? Ciò che qualcuno ritiene giusto può essere dichiarato ingiusto da altri. Se gli uomini sono autorizzati a comportarsi secondo le proprie personali opinioni la società cade nel caos e l’ingiustizia diviene la regola, perché una condizione essenziale del diritto perché sia diritto è che esso sia uguale per tutti. Per questo l’idea del diritto naturale è stata abbandonata. In quanto non certo, esso non è in grado di impedire l’arbitrio. Così per molti anni nelle Università si è insegnato che il solo diritto è quello positivo, scritto, pubblicato nelle gazzette ufficiali, reso noto a tutti i cittadini, certo.

Ma nella prima metà del secolo scorso è avvenuta la catastrofe: “tutto ciò che credevamo saldo e sano si è messo a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto” (Huringa). La prepotenza, l’assassinio, la discriminazione sono avvenute con la forza delle norme scritte.

Perciò in mezzo alle rovine ancora fumanti tutti i popoli della terra sono tornati a proporre la domanda di Socrate: “Che cosa è giusto?” Né diritto naturale, né diritto positivo erano stati strumenti capaci di impedire la più grande ingiustizia. Come trovare un criterio di giustizia per giudicare le leggi scritte senza cadere nel soggettivismo e quindi nell’arbitrio? La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 è stata la risposta.

Nel suo preambolo si dice che la storia ha sperimentato il dolore e la morte tutte le volte che è stata calpestata la dignità umana. Bisogna dunque scegliere come criterio universale di giustizia, intangibile, la dignità umana. Perciò le prime parole della Dichiarazione del 1948 sono: “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo consiste nel riconoscimento della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana e dei suoi uguali ed inalienabili diritti”. Queste parole sono state successivamente ripetute in centinaia di atti giuridici solenni, da trattati internazionali a Costituzioni e leggi nazionali. Il criterio di giustizia è stato trasferito dall’oggetto (la regola) al soggetto (l’uomo). Un autorevole giurista italiano, Alberto Trabucchi ha esclamato un suo testo “l’uomo: ecco il diritto!”. Del resto già nel diritto romano si trova qualcosa di simile: “hominum causa omne ius constitutum est”.

Diventa dunque decisiva la domanda: l’uomo chi è? Se non lo conosciamo tutta la dottrina dei diritti umani è come un quadro privo di un appiglio per essere affisso ad una parete. La questione della titolarità dei diritti umani è dunque decisiva per individuare un solido criterio di giustizia. Occorre concentrare lo sguardo su ciò che l’uomo è e non su ciò che l’uomo ha. Con una sorta di esperimento di laboratorio bisogna purificare l’essenza umana da tutto ciò che la circonda (bellezza, salute, ricchezza, capacità etc), considerarlo in una nudità assoluta che mostri esclusivamente l’appartenenza alla umanità.

Nell’arco dell’esistenza individuale questo si manifesta nella fase iniziale della vita: il figlio concepito e non ancora nato, nel seno materno o in una provetta di laboratorio, è uomo e basta. Non ha nessuna altra qualità. Se neghiamo la sua umanità per il fatto che egli attraversa una condizione di povertà assoluta, tutta la dottrina dei diritti umani è falsificata. Infatti verrebbe contraddetto alla radice quel principio di eguaglianza, che è la immediata conseguenza della dignità riconosciuta come “inerente” alla umanità in quanto tale.

Nella cultura dei diritti dell’uomo la dignità non è una qualità che si aggiunge alla esistenza umana nel senso che può esserci o non esserci a seconda delle condizioni dell’esistenza. Le argomentazioni in favore dell’eutanasia proprio questo sostengono: che, cioè, la vita umana possa perdere la dignità. In tal caso essa non sarebbe più meritevole di rispetto. Insomma si potrebbe distinguere tra vite umane degne di esistere e vite umane non degne di esserci. Ma questa visione è contraria alla dottrina dei diritti dell’uomo perché la dignità è conseguenza dell’umanità e non viceversa. Essa è dichiarata “inerente”, cioè è indissolubilmente collegata con la vita umana.

Ne deriva il principio di eguaglianza. Se ogni vita umana in quanto tale è degna non è possibile alcuna discriminazione sull’uomo. Per questo la modernità riconosce – almeno concettualmente – anche se i fatti tradiscono spesso le idee – l’eguale dignità del Presidente della Repubblica e del mendicante, del Premio Nobel e del malato di mente, del vincitore delle olimpiadi e del disabile in carrozzella. Non conta l’apparenza né la funzione o la capacità di fare. È l’uomo in quanto tale, per la sua essenza di uomo, che è egualmente degno. C’è indubbiamente un mistero dietro all’eguaglianza, perché i sensi sperimentano la diversità, ma la discriminazione sull’uomo è impedita dalla forza della dignità umana. È questa forza che ha liberato gli schiavi e i neri, che afferma oggi l’eguaglianza degli uomini e delle donne, che pretende la solidarietà tra i popoli e in genere verso i più deboli. Essa incontra oggi la questione della titolarità dei diritti umani, incontra, cioè, l’essere umano non ancora nato.

La questione dell’inizio della vita, cioè del concepimento, è, perciò, essenziale per restituire verità ai diritti umani. Lo ha detto molto bene Giovanni Paolo II nell’Enciclica Evangelium vitae: “giunge ad una svolta dalle tragiche conseguenze un lungo processo storico, che dopo aver scoperto l’idea dei “diritti umani” – come diritti inerenti ad ogni persona e precedenti ogni Costituzione e legislazione degli Stati – incorre oggi in una sorprendente contraddizione: proprio in un’epoca in cui si proclamano solennemente i diritti inviolabili della persona e si afferma pubblicamente il valore della vita, lo stesso diritto alla vita viene praticamente negato e conculcato, in particolare nei momenti più emblematici dell’esistenza ,quali il nascere ed il morire”.

Abbiamo visto che il diritto naturale non può evitare l’arbitrio se è immaginato come un sistema completo e chiuso di regole definite fino agli ultimi dettagli. Invece il riferimento all’uomo sembra escludere una diversità di opinioni e la dignità umana come essenza dell’umanità sembra restringere i diritti dell’uomo ad un nucleo piccolo, ma inderogabile ed indiscutibile, evidente, di diritti, per i quali non è possibile una diversità di opinioni.

Si può dire, perciò, che il diritto alla vita di ogni essere umano non è soltanto il primo fra tutti i diritti, ma quello che fonda ogni altro diritto, perché si identifica con la dignità umana. Ogni uomo è un valore massimo nell’ordine del creato, per il solo fatto di esistere. Dire che ha la dignità umana e dire che ha il diritto alla vita è la stessa cosa. Diritto alla vita e dignità umana sono le due facce di una medesima medaglia. Man mano che gli altri diritti si allontanano da questo nucleo essenziale possono essere gravati da una crescente differenza di opinioni, ma il diritto alla vita non può essere messo in discussione.