Dal mondo un appello a "guarire dalla corruzione"

La Chiesa di Venezuela e Honduras esorta ad un sistema economico e politico che miri al bene comune e non si lasci ingannare dai traffici disonesti. Gli stessi che in questi giorni rallentano il flusso di donazioni nelle Filippine

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 325 hits

Sono passati poco più di dieci giorni da quando Papa Francesco nell’omelia dell’8 novembre a Santa Marta, aveva lanciato un forte appello contro la corruzione. Riprendendo alcune sue riflessioni da cardinale del 2005, raccolte poi nel volume “Guarire dalla corruzione”, il Pontefice si scagliava contro i devoti della “dea tangente” che davano “pane sporco” ai loro figli. Ovvero tutti quei “guadagni frutto di tangenti e corruzione”, che – diceva il Papa – “sono come la droga”.

Evidentemente le dure parole del Santo Padre hanno toccato un ‘nervo scoperto’ del mondo attuale. Tanto che, in questi giorni, da tutto il mondo è risuonato un forte appello a “guarire dalla corruzione”: sia essa della politica, dell’economia, ma soprattutto dell’animo umano.

Domenica scorsa, ad esempio, la Conferenza Episcopale venezuelana ha pubblicato una dichiarazione in cui, analizzando la situazione economica del paese, ha affermato che “dovrebbe crearsi un clima di fiducia per consentire la riattivazione della produzione e la crescita socio-economica per il bene della comunità, specialmente per i poveri e i più vulnerabili". A tal proposito, l’episcopato venezuelano condanna fermamente i mali della corruzione, dell'usura, della speculazione, “qualunque sia la loro origine”. E sottolinea la “necessità di una lotta permanente” contro questi cancri del mondo odierno, proponendo il suo contributo per la promozione di "migliori relazioni tra i diversi settori della società”.

La stessa necessità è stata espressa dalla Chiesa cattolica in Honduras, che ad una settimana dalle elezioni generali di domenica 24 novembre, ha ribadito che il Paese ha bisogno di "servitori pubblici che siano fedeli, trasparenti e onesti". L’agenzia Fides ha riportato, in particolare, le parole di padre Carlos Rubio, vicario della cattedrale di Tegucigalpa, il quale, durante l’omelia nella medesima cattedrale, ha esclamato: “Il futuro del Paese è nelle mani di Dio e della popolazione votante. La popolazione non vuole politici pigri. Chi non si impegna a governare con giustizia e rettitudine, deve rinunciare subito”. Chi fa politica, fa un servizio alla comunità, ha rimarcato il sacerdote, che ha esortato la popolazione a “non permettere che la menzogna vinca in Honduras, e neanche i bugiardi, né i demagoghi che hanno rovinato la politica, né tantomeno i corrotti”.

Il “pane sporco” della corruzione rischia infatti non solo di inquinare la politica o l’economia di una nazione, ma mette a repentaglio la vita stessa di una popolazione da poco devastata da una tremenda calamità naturale. Nelle Filippine, il problema della corruzione sta facendo rallentare infatti le donazioni per le vittime del tifone Hayian. Lo ha dichiarato a Fides padre Francis Lucas, segretario della “Commissione per le Comunicazioni Sociali” nella Conferenza Episcopale filippina, affermando: “Il flusso di denaro che arriva nelle Filippine può costituire una ghiotta occasione per i corrotti”.

Già negli ultimi mesi, il Paese ha dovuto affrontare la questione del “Pork barrell”, il contributo dello Stato ai parlamentari per lo sviluppo nelle regioni, fatto spesso oggetto di pesante frode e speculazione. E il 7 novembre, un giorno prima del tifone, nella nazione risuonava lo scandalo dell’imprenditrice Janet Lim-Napoles, organizzatrice di un piano per rubare milioni di dollari di fondi pubblici, destinati a progetti per alleviare la povertà. Casi come questi hanno fatto balzare le Filippine al 105° posto della classifica dei 176 paesi più corrotti, stilata nell’ultimo rapporto globale sulla corruzione della Ong Transparency International.

“La corruzione è endemica nel Paese” ha affermato padre Lucas, e i fondi per le vittime del tifone “possono essere una fonte che la alimenta”. Il problema non riguarda tanto la fase iniziale post-catastrofe, in cui gli aiuti si traducono più che altro in cibo, acqua e rifornimenti. Piuttosto nella fase della ricostruzione, quando vengono sborsate ingenti somme di denaro. E finora si contano circa 270 milioni di dollari di aiuti internazionali per le vittime di Hayan. Secondo padre Lucas, “nuove tecnologie come i social network possono essere strumenti da mettere a servizio della trasparenza e del monitoraggio degli aiuti”.

La Chiesa ha fatto sentire più volte la sua voce sul problema della corruzione, denunciandola come il “cancro del paese”. Il cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, l’ha definita “un pugnale puntato verso i nostri cuori”, e i vescovi hanno dedicato al tema diversi messaggi. Anche il Presidente della Conferenza episcopale delle Filippine, mons. Socrates Villegas, - riferisce la Radio Vaticana – insiste spesso sul fatto che “il problema non è solo la corruzione dei funzionari governativi, ma la moralità”. Il presule ha infatti invitato la popolazione a “un sussulto di etica, di credibilità e di integrità morale, basato sul Vangelo”. Anche il presidente Benigno Aquino jr, ha fatto della lotta alla corruzione una priorità di Governo, tanto da aver creato recentemente un sito web - Tranparency Hub - che mira a monitorare i fondi forniti da donatori stranieri per le vittime del ciclone.