Dalla Cina una storia di perdono cristiano

Padre Matteo Koo, ordinato clandestinamente durante il regime maoista, racconta la sua drammatica esperienza nei campi di rieducazione

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 400 hits

Oggi sacerdote nella diocesi di Shanghai, padre Matteo Koo si è recentemente recato a Roma, dove ha raccontato alla stampa il suo dramma di prigioniero nei campi di rieducazione maoisti. La sua colpa era una sola: essere cattolico.

Tutto inizia nel 1955, quando Koo è un giovane seminarista. L’8 settembre, giorno della festa della natività della Vergine Maria, vengono arrestati decine di sacerdoti, religiosi, seminaristi ed insegnanti di scuole cattoliche.

“Il mio crimine era quello di essere membro della Legione di Maria”, ha raccontato padre Koo, che fu condannato a cinque anni di carcere, senza poter avvalersi di un avvocato e senza una vera sentenza giudiziale.

La Legione di Maria è un movimento fondato in Irlanda nel 1921, per iniziativa di un laico, Frank Duff, che ben presto estese la sua missione in Cina, diventando di fatto uno dei gruppi cattolici più diffusi nel paese.

Con l’avvento del regime di Mao Tse-Tung, inizia una delle più feroci campagne anticlericali della storia, con centinaia di tragici e violenti rastrellamenti di cui fu vittima anche la Legione, considerata dai gerarchi del Partito Comunista Cinese, un movimento “imperialista”, vista la sua inclinazione a non scendere a compromessi con il potere.

Dopo alcuni anni di lavori forzati in un laogai, a Matteo Koo fu prolungata la detenzione soltanto per il fatto di “negato di essere un controrivoluzionario”. Viene quindi condannato a rimanere rinchiuso nel campo di lavoro per altri tre anni a fabbricare mattoni, a piantare buchi in terra e a svolgere altre mansioni di fatica.

Clandestinamente Koo continuava a recitare il rosario assieme ad un altro seminarista. Un giorno i due vengono sorpresi a pregare per il Papa e Koo si ritrova condannato ad altri sette anni di lavori forzati.

Il peggio, però, doveva ancora venire: quando la prigionia di Koo dura ormai da dieci anni, il seminarista viene trasferito in un altro laogai a Qinghai, nel gelido Tibet.

Non abituato alle rigide temperature, Koo patisce al punto di temere seriamente di poter morire di freddo o di fame. La mattina gli mancano le forze non solo per solo per lavorare ma persino per reggersi in piedi. Superato il momento critico, il prigioniero viene condannato a triturare cereali per altri dieci anni.

Tra prigionia e semilibertà, Koo ha trascorso complessivamente trent’anni nei campi di lavoro. Nell’ultima fase della prigionia era nominalmente tornato un cittadino libero, condannato però a lavorare nel medesimo laogai, percependo una simbolica paga.

In quegli ultimi anni, tuttavia, avvenne un incontro importantissimo nella vita di Matteo Koo: quello con il vescovo Fan di Shanghai, anche lui condannato per sovversione controrivoluzionaria, che un giorno lo ordina sacerdote clandestinamente.

Oggi padre Matteo può esercitare il suo ministero sacerdotale a Shanghai, seppure con molte restrizioni. Ha raccontato ad esempio, quanto avvenuto lo scorso anno, quando un altro sacerdote si era recato a celebrare messa in una fabbrica.

La polizia è intervenuta a sospendere la funzione e ad allontanare il celebrante, tuttavia “nessuno è stato arrestato”. Un piccolo ma significativo progresso rispetto a 30 anni fa: “siamo contenti, possiamo parlare con i funzionari”, ha commentato padre Koo.

Purtroppo continuano a verificarsi casi come quello del vescovo ausiliare di Shanghai, Ma Daqin, che, dopo aver lasciato l’associazione patriottica dei cattolici compromessi con il regime, è entrato in piena comunione con la Chiesa di Roma.

Per questa ragione, un paio di anni fa, lo stesso giorno della sua ordinazione episcopale, monsignor Daqin è stato arrestato e costretto agli arresti domiciliari. È quindi impossibilitato a parlare con i suoi sacerdoti, tra cui c’è anche padre Koo.

Mentre negli ultimi giorni si sono riaccese le speranze per una possibile liberazione di Daqin, padre Koo, attende con trepidazione la data dell’8 settembre 2015: quel giorno sarà il 60° anniversario del suo arresto e il sacerdote conta di poter organizzare un meeting tra tutti coloro che condivisero la sua terribile esperienza. Per invocare la libertà religiosa e, soprattutto, per testimoniare il perdono per gli aguzzini del passato.

[Fonte: http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=34892]