"Dalla Consulta una sentenza contro i più deboli"

Il mondo pro-life italiano deplora l'abolizione del divieto di fecondazione artificiale

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 228 hits

All’indomani della sentenza della Corte Costituzionale che abroga il divieto della fecondazione eterologa previsto dalla legge 40/2004, il mondo pro-life italiano continua a manifestare il suo disappunto.

A partire dal presidente del Movimento per la Vita, Carlo Casini, secondo il quale l’ultima decisione della Consulta è “una conferma che la cultura dominante ha deciso di ignorare l'interesse del più piccolo e del più debole”.

Tale cultura dominante “non ha la maggioranza” e, soprattutto, dimostra di avere una scarsa “sensibilità democratica”, dal momento in cui, come ricorda Casini, il referendum del 2005 espresse una maggioranza dell’85% di contrari alla revisione della legge 40, sommando chi votò ‘no’ e chi si astenne.

La medesima cultura dominante si è quindi rivelata “più forte e più velleitaria anche della politica, ed infatti preferisce dare picconate alla legge 40 per interposta persona dei giudici, invece di ingaggiare un dibattito parlamentare aperto e trasparente”, ha aggiunto il presidente del Movimento per la Vita.

La volontà popolare, tuttavia, “in particolare quella delle donne”, ha osservato Casini, si conferma favorevole alla vita e alla tutela dell’embrione, come conferma il “risultato eccezionale dell'iniziativa europea UnoDiNoi che con i circa due milioni di firme raccolte, rappresenta la più popolare e la più sostenuta dai popoli dell'Europa campagna d'opinione finora avviata nella Ue”.

Il presidente del Movimento per la Vita ritiene inoltre “singolare” che proprio alla vigilia dell'avvio della fase politica ed istituzionale di UnoDiNoi sia arrivato dall'Italia un “segnale”, una sorta di “pizzino” alle Istituzioni europee.

Su queste basi diventa impensabile “rifondare il nostro Paese e far ripartire il sogno europeo, costruito intorno ad un umanesimo integrale e ai diritti di ogni uomo, quale che sia il suo sesso, il suo colore o la sua età”, prosegue Casini.

“È necessario un cambio di prospettiva. È necessario che i giudici rinuncino a vestire i panni del legislatore. È necessario che le lobby smettano di lucrare sulla pelle del più povero tra i poveri, come Madre Teresa definiva il non nato”, ha quindi concluso il presidente del Movimento per la Vita.

Secondo il senatore Lucio Romani (PI), già presidente dell’associazione Scienza e Vita, la sentenza della Consulta “dischiude scenari incerti su un settore che la legge 40 aveva contribuito a regolamentare”.

Si tratta di un pronunciamento che “legittima di fatto qualsiasi pratica di riproduzione umana, sulla base di un diritto alla genitorialità, altresì sottomettendola in maniera assoluta alla tecnoscienza", ha aggiunto il parlamentare.

"Nella comprensione della sofferenza che caratterizza le coppie sterili, probabilmente la legge 40 necessita di una riattualizzazione a circa dieci anni dalla sua entrata in vigore”, ha osservato il senatore Romano che ha quindi auspicato “intervento parlamentare” in considerazione della sentenza.

Da parte sua, il vicepresidente dei Giuristi Cattolici Italiano, Giancarlo Cerrelli, ha definito la sentenza della Corte Costituzionale “una scelta tecnocratica” che “si prende gioco di chi nasce”.

Abrogando il divieto di fecondazione eterologa, la Consulta “ha ritenuto più rilevante il diritto all'autodeterminazione di una coppia sterile ad avere un figlio usando gameti altrui, piuttosto che il diritto di chi nasce a crescere con i genitori che lo hanno generato”.

La sentenza, quindi, “apre alla pericolosa deriva di valutare come diritti dei meri desideri”, ha poi concluso Cerrelli.