Dalla saggezza di Buddha alla follia di Cristo

Al Meeting di Rimini la testimonianza della dissidente cambogiana Claire Ly

Rimini, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 686 hits

Claire Ly è una cambogiana convertita al cattolicesimo dal buddismo, dopo essere sfuggita alla tragedia del genocidio degli khmer rossi. Durante la dittatura di Pol Pot (1975-1979), in cui fu sterminato un quarto della popolazione cambogiana, anche Ly, ai tempi giovane professoressa di filosofia, ha visto morire molti dei suoi familiari più stretti.

Il suo pensiero fu: “perché proprio a me?”. Ma il dolore per l’offesa subita, l’ha portata a una profonda trasformazione personale che l’ha convinta ad abbracciare il cristianesimo, l’unica religione davvero in grado di dare un senso anche alle tragedie più immani: l’amore come unica risposta possibile alla sofferenza.

La testimonianza della dissidente cambogiana è stata resa ieri pomeriggio in un incontro al Meeting di Rimini, moderato dal direttore di Tracce, Davide Perillo.

A margine della conferenza, Claire Ly ha raccontato a ZENIT, alcuni risvolti drammatici e, al tempo stesso, luminosi, della propria storia personale.

Nella tragedia del genocidio in Cambogia, quale ritiene sia stato il suo momento più drammatico?

Claire Ly: Il momento più drammatico è stato quando ho perso tutto, sono stata portata alla risaia, ho perso tutti i miei punti di riferimento, ho perso i miei amici e la mia vita aveva acquisito un altro senso. Quando si perdono i punti di riferimento non sappiamo più chi siamo: la perdita dell’identità è la perdita più difficile.

Quali sono state le tappe del suo avvicinamento al cristianesimo dal buddismo?

Claire Ly: Nella mia prima tappa presi a insultare quotidianamente il Dio degli occidentali, ritenendo l’Occidente sostanzialmente responsabile della mia tragedia. Fino al giorno in cui nella risaia calò un silenzio che, per la prima volta mi ha fatto percepire che il mio dolore era anche quello degli altri.

La seconda tappa si è compiuta nel 1980, quando ero ormai in Francia come rifugiata politica: iniziai a leggere il Vangelo e scoprii che Gesù Cristo era un mendicante come me. Questo mi ha dato molto coraggio.

La terza e definitiva tappa è stata la scoperta dell’eucaristia. Fissai lo sguardo sull’ostia e sentii la chiamata di Dio, in ginocchio davanti alla mia debolezza di donna. In quel momento ho detto: ‘sì, voglio essere discepola di Gesù’. Il 1983 è stato l’anno del mio battesimo.

Lei ha dichiarato di essere stata conquistata dal cristianesimo per l’idea di un Dio che si abbassa e soffre con noi. Condivide questo punto di vista ancora oggi?

Claire Ly: Non sono stata io a scegliere il cristianesimo, è Gesù Cristo che mi ha chiamata. L’unica cosa che ho fatto è stata rispondere alla chiamata di Gesù Cristo. Il punto più forte della nostra religione è questo Dio che è venuto a incontrarci. La nostra fede cristiana è fondata sull’Incarnazione, su Dio che si è fatto uomo: è questo che fa la specificità della religione cristiana ma tanti cristiani hanno dimenticato questo fatto.

È riuscita a perdonare chi li ha fatto del male?

Claire Ly: Si fa molta fatica a perdonare gli khmer rossi! Partirò da un fatto vissuto con mia figlia: andammo sul luogo dove i miei fratelli, mio padre e mio marito erano stati uccisi. Mia figlia non ha conosciuto suo padre: ero incinta di due mesi quando è successa la tragedia. Siamo state accompagnate su questo luogo da amici buddisti, che hanno recitato l’insegnamento di Buddha, dicendo che i fatti malvagi saranno puniti ma, al tempo stesso, bisogna che gli atti stessi si compiano. Io e mia figlia abbiamo recitato il Padre Nostro: “Padre perdonaci come abbiamo perdonato chi ci ha offeso”. E in quel momento ci siamo chieste se avevamo perdonato i khmer rossi: la nostra risposta fu no. Come abbiamo potuto dire no, essendo discepole di Gesù Cristo e visto che il perdono è il cuore della vita cristiana? Allora ho detto a mia figlia che dovevamo guardare Gesù sulla croce. Lui non ha detto: “Io li perdono” ma ha detto: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. Io e mia figlia ci siamo allora rivolte al Padre e abbiamo detto: “Padre, eccoci, siamo donne deboli, siamo incapaci di perdonare i khmer rossi ma li mettiamo nelle Tue mani”. Offriamo quindi le nostre debolezze e i nostri persecutori nelle mani del Padre, perché pensiamo che ogni crimine contro l’umanità è un crimine contro Gesù Cristo. Per me il perdono è un dono di Dio, un dono che va al di là di me stessa. Quindi devo accogliere il perdono di Dio, prima di perdonare gli altri. Il perdono è una grazia che bisogna accogliere non è un mio bene che posso distribuire a chiunque. Bisogna prima riceverlo dal nostro Dio.

Lei ha abbracciato la fede cattolica in Europa, tuttavia l’Europa sta abbandonando la sua identità cristiana. Lei che tipo di testimonianza offre, dinnanzi a questa Europa e questa Francia secolarizzate?

Claire Ly: Non credo che la Francia stia abbandonando la fede cristiana. Quello che non c’è più in Francia è la “religione sociologica”, secondo la quale, io vado in Chiesa perché tutti ci vanno. I francesi stanno vivendo una fede come adesione a Gesù Cristo: questo fatto ci fa uscire dalla religione sociologica, andando verso la religione di massa. Cristo ci ha chiamati ad essere il “sale della terra”. Allora, quando uno si occupa di cucina, mette il sale per dare gusto: se se ne mette troppo, però, non si può più mangiare. Dunque, i cristiani sono il sale, devono rialzare il gusto della società.

Ho tenuto varie conferenze in Francia, incontrando molte persone che vivono la fede in modo sincero, magari non vanno a messa tutte le domeniche ma il Vangelo c’è e loro provano ad amarsi con la Buona Novella. La Chiesa francese è chiamata ad essere il sale della società francese: bisogna che essa accetti l’idea di non poter più governare, perché il nostro è un Dio debole, non è più un Dio onnipotente, è un Dio che accompagna come fa Gesù sulla strada di Emmaus. La vocazione cristiana è essere compagni di strada, non di andare dall’altro e forzarlo a credere come se stessi. Bisogna ci sia un cammino per costruire l’uomo vero e qui l’umanesimo francese ha qualcosa da dirci: è un po’ quello che ha fatto Benedetto XVI con il Cortile dei Gentili.