Dati scientifici confermano la necessità del sostegno alla famiglia naturale fondata sul matrimonio

Intervista al Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno

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ROMA, lunedì, 15 maggio 2006 (ZENIT.org).- Ricevendo il 13 maggio i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Vita, Benedetto XVI è tornato a distanza di pochi giorni ad esprimere le considerazioni della Chiesa sulla unicità dell’unione umana basata sul matrimonio monogamico eterosessuale.



Il Santo Padre ha parlato di “amore debole”, quale fondamento delle unioni alternative e successivamente di “patrimonio dell’umanità” riferendosi alla famiglia fondata sul matrimonio (cfr. ZENIT, 14 maggio 2006).

Intervistato da ZENIT, il dottor Renzo Puccetti, Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno, ha spiegato che le argomentazioni del Pontefice riflettono esattamente la realtà dei fatti e cioè la debolezza sociale delle convivenze e la solida stabilità fornita dalla famiglia naturale fondata sul matrimonio.

“Il Papa ha semplicemente detto come stanno effettivamente le cose – ha sottolineato Puccetti –. Le convivenze si dissolvono con una frequenza che è del 300-400% superiore rispetto al matrimonio e questo è documentato in tutti i contesti socio-culturali”.

Inoltre, ha continuato, “i livelli di violenza domestica sono nettamente più alti tra i conviventi rispetto agli sposati (Kenney, 2006); negli individui fino a 64 anni si assiste ad una seria compromissione psicologica con frequenza doppia nelle persone che convivono, rispetto agli omologhi sposati (Schoenborn, 2004)”.

Qual è il problema principale delle convivenze?

Puccetti: La precarietà di cui fanno le spese i minori: il tasso di abuso minorile è 20 volte maggiore se il bambino vive con genitori conviventi, anziché con genitori sposati (Whelan, 1994); addirittura il matrimonio costituisce un fattore protettivo nei confronti della gravidanza, che risulta svolgersi con meno problemi medici (Raatikainen, 2005) ed i bambini che crescono in una famiglia con genitori sposati hanno migliori risultati scolastici (Sarantakos, 1996).

Quali i dati relativi alla convivenze omosessuali?

Puccetti: Se confrontiamo le unioni omosessuali, non abbiamo sotto il profilo sanitario dati migliori. Uno studio condotto in Olanda ha evidenziato che le relazioni omosessuali durano in media un anno e mezzo e che i maschi gay hanno mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto principale (Xiridou, 2003).

In un’ampia indagine condotta in Francia che ha coinvolto oltre seimila persone omo/bisessuali, quelle che venivano identificate come “relazioni stabili” sono risultate non essere esclusive nell’ultimo anno in oltre la metà dei casi; un’analoga indagine condotta a Bologna, peraltro pubblicata sullo stesso sito web dell’ARCIGAY, ha fornito numeri ancora superiori (Pietrantoni, Fattorini).

Di fronte a tassi d’infedeltà in un anno che nel matrimonio eterosessuale le varie indagini non collocano oltre il 5% per l’uomo e il 3% per la donna, per le unioni gay si registrano valori del 54,8% (Enquête Presse Gay 2004) e per quelle lesbiche del 14% (Bryant, 1989).

Non è un caso se in Norvegia e Svezia, dove esiste il matrimonio omosessuale, il tasso di divorzio nei matrimoni gay è maggiore del 50% ed in quelli lesbici del 100%; mentre il Dipartimento di Giustizia USA registra un tasso di violenza domestica doppia nelle unioni omosessuali femminili e tripla in quelle maschili.

Di fronte ad un quadro così delineato, quale riflessione può essere fatta?

Puccetti: Non si tratta ovviamente di dare giudizi, né di addossare colpe, ma semplicemente di registrare dati e fatti e trarne le conseguenze. Un recentissimo studio condotto da ricercatori dell’Università di Princeton, secondo cui i genitori non sposati sono affetti in percentuale maggiore da problemi ansioso-depressivi e comportamentali (alcolismo, uso di droghe, incarcerazione e violenza), rispetto agli omologhi sposati, si conclude con l’invito rivolto al governo a promuovere iniziative atte ad incrementare il matrimonio tra le coppie a basso reddito, tenendo in considerazione questi aspetti (Deklyen, 2006).

Nell’interesse generale, in un’ottica di salute, non si può non prendere atto che non solo è utile per la società mettere in atto politiche a favore del matrimonio inteso nel senso tradizionale, ma addirittura è sensato porre in essere disincentivi alle convivenze. Una politica orientata diversamente sembra molto più frutto dell’ideologia, che della ragione, o almeno del suo parente povero: il buon senso.