Davanti al nostro grido di dolore, Dio è sempre presente

All'Udienza Generale, la catechesi di Benedetto XVI sulla preghiera di Gesù in Croce

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 8 febbraio 2012 (ZENIT.org) – Il ciclo di catechesi di papa Benedetto XVI sulla preghiera di Gesù è culminato stamattina, durante l’Udienza Generale, con una riflessione sulla preghiera di Cristo dinnanzi alla morte imminente.

Il Santo Padre ha attinto dai vangeli di San Matteo e San Marco che forniscono particolari significativi nella ricostruzione delle fasi della crocifissione di Nostro Signore. Marco in particolare spiega che “erano le nove del mattino quando lo crocifissero” (Mc 15,25).

Durante le prime tre ore dalla crocifissione, ha osservato il Papa, “si collocano le derisioni di diversi gruppi di persone che mostrano il loro scetticismo, affermano di non credere”. C’è chi lo insulta (cfr. Mc 15,29), e tra questi ci sono anche i due ladroni crocifissi accanto a lui (cfr. Mc 15,32), mentre sacerdoti e scribi si fanno beffe di lui (cfr. Mc 15,31).

Da mezzogiorno fino alle tre, si fa buio su tutta la terra. “Anche il cosmo prende parte a questo evento: il buio avvolge persone e cose, ma pure in questo momento di tenebre Dio è presente, non abbandona”, ha proseguito il Santo Padre.

Il buio è sia “segno della presenza e dell’azione del male”, sia segno “di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra”, come già testimonia l’esperienza di Mosè nell’Antico Testamento (cfr. Es 19,9/20,21; Dt 4,11/5,23).

È proprio in quell’oscurità che Gesù morente conserva ancora la forza di gridare la propria sofferenza al Padre “che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di Sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall’alto”.

A differenza di altri episodi come il battesimo nel Giordano (Mc 1,11) o la Trasfigurazione (Mc 9,7), la voce del Padre tace, in quanto il suo “sguardo d’amore” è “fisso sul dono d’amore del Figlio”.

Gesù grida al Padre “perché mi hai abbandonato”, richiamando la tensione del salmista (cfr. Sal 22,3-4) “tra il sentirsi lasciato solo e la consapevolezza certa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo”.

Non solo nelle situazioni più difficili e dolorose “non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore” ma non dobbiamo nemmeno “aver paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace”, ha affermato Benedetto XVI.

Il grido di Gesù crocefisso “non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte, e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato”. È piuttosto il grido di chi sta prendendo su di sé “non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso”, nella certezza della Resurrezione.

Gesù invoca il Padre, anche se questo sembra assente e la sua affermazione di abbandono da parte di Dio, è in realtà la manifestazione del dolore per la separazione dell’umanità da Dio a causa del peccato, quasi come se Cristo gridasse al Padre in vece nostra (Catechismo della Chiesa Cattolica, n°603).

Al momento culminante della Passione, Gesù lascia emergere non solo il suo dolore ma anche “il senso della presenza del Padre e il consenso al suo disegno di salvezza dell’umanità”.
Noi stessi, ha osservato il Papa, “ci troviamo sempre e nuovamente di fronte all’«oggi» della sofferenza, del silenzio di Dio” ma, al tempo stesso, possiamo trovarci “di fronte all’«oggi» della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre sofferenze”.

La preghiera di Gesù morente deve quindi insegnarci a “superare le barriere del nostro «io» e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri” e a “pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto”, ha poi concluso il Santo Padre.