Decifrare il diritto canonico per i laici cattolici

Pete Vere risponde alle domande più frequenti poste dai fedeli

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OTTAWA, sabato, 11 dicembre 2004 (ZENIT.org).- In seguito alla recente polemica relativa ai politici cattolici pro-aborto che ricevono la Comunione, un avvocato di diritto canonico ha messo in evidenza il rinnovato interesse dei fedeli per il diritto canonico.



Pete Vere, autore di "Surprised by Canon Law: 150 Questions Catholics Ask About Canon Law" (Servant Books), insieme al canonista Michael Trueman, è dottorando di diritto canonico presso la Saint Paul University ed ha lavorato nel ministero giudiziario per gli ultimi tre anni.

In questa intervista con ZENIT, Vere ha voluto condividere il suo pensiero sul ruolo del diritto canonico nella vita quotidiana dei cattolici.

Di solito, in quale contesto i cattolici entrano in contatto con il diritto canonico e con i tribunali ecclesiastici?

Vere: Il principale motivo per cui i cattolici si avvicinano al tribunale ecclesiastico è il divorzio. I casi riguardano sia il desiderio di potersi risposare, sia la volontà di porre definitivamente fine ad un matrimonio fallito, in cui l’interessato farà domanda al tribunale per ottenere una dichiarazione di nullità.

Nel linguaggio comune si parla di “annullamento”, ma la Chiesa non opera in effetti un annullamento del matrimonio, ovvero una cancellazione di un matrimonio esistente. Piuttosto, la Chiesa dichiara il matrimonio nullo.

In altre parole, dopo un’accurata indagine, la Chiesa determina che qualche elemento essenziale al matrimonio non era presente nel rapporto tra i coniugi sin dall’inizio. Di conseguenza, nonostante l’apparenza esteriore del matrimonio e della buona fede di almeno una delle parti, il matrimonio non è mai esistito, nel senso in cui la Chiesa lo intende.

La conseguenza pratica di questa dichiarazione è che la persona è libera di potersi risposare in seno alla Chiesa.

Negli ultimi anni, purtroppo, il comportamento riprovevole tra gli ecclesiastici è diventato la seconda causa principale per cui i cattolici del Nord America si avvicinano ai tribunali ecclesiastici. Inoltre, anche il grave scandalo dovuto ai politici cattolici pro-aborto, ha generato in molti laici un risveglio per l’importanza del diritto canonico.

In che modo questo ordinamento giuridico interno incide sull’operato quotidiano della Chiesa?

Vere: Il diritto canonico tocca ogni aspetto della fede cattolica. Incide sulla funzione di insegnamento della Chiesa, come la catechesi, la predicazione e l’educazione cattolica.

Incide sulla funzione di governo della Chiesa, dall’elezione papale a questioni come la possibilità per le associazioni del rosario di incontrarsi nelle parrocchie locali. E incide sulla funzione santificatrice della Chiesa, come l’amministrazione dei sacramenti e la benedizione degli oggetti.

Quindi, la maggior parte dei cattolici ha a che fare con il diritto canonico senza mai entrare in contatto con i tribunali ecclesiastici. Nel battesimo, ad esempio, che incorpora una persona nel Corpo di Cristo, il diritto canonico stabilisce la necessità che, per i bambini deve esserci il consenso dei genitori, mentre per gli adulti il consenso è quello del diretto interessato.

Il diritto canonico stabilisce anche chi può fare da padrino ad un battesimo dovrà essere una persona cattolica, battezzata e cresimata, che pratica regolarmente la propria fede. Quindi un protestante può essere testimone di battesimo, ma non può essere padrino.

È interessante a questo proposito l’eccezione, specificata dal diritto canonico, per gli appartenenti alle Chiese orientali non cattoliche. Sulla base del nostro comune patrimonio cristiano liturgico e sacramentale, il diritto canonico consente agli ortodossi orientali di fare da padrino ad un battesimo cattolico, qualora l’altro padrino sia cattolico.

Quali sono le domande più frequenti poste dai cattolici sul diritto canonico?

Vere: La domanda più frequente è senza dubbio la seguente: “I miei figli si considerano legittimi se ricevo l’annullamento?”.

Comprensibilmente, le persone sono molto sensibili per ciò che attiene ai propri figli. Proprio per questo, insieme al mio co-autore Michael Trueman, rispondiamo a questa domanda nel libro "Surprised by Canon Law", in modo da dare un contenuto a cui ricorrere facilmente nei casi in cui i lettori trovassero un approccio errato al riguardo.

Certamente la risposta è “no”. Una dichiarazione di nullità dichiara l’invalidità di un matrimonio e non dei propri figli. Pertanto, il canone 1137 riconosce la legittimità dei figli nati nell’ambito di un matrimonio putativo. Un matrimonio putativo è un matrimonio contratto in buona fede da almeno una delle due parti, ma che è stato poi dichiarato nullo dalla Chiesa.

Quali sono gli elementi fondamentali del diritto canonico che nella vita quotidiana di un cattolico, è necessario conoscere?

Vere: Vi sono diversi elementi fondamentali, sia in termini di diritti canonici che di responsabilità canoniche.

Il canone 213 ne dà un buon sunto affermando: “I fedeli hanno il diritto di ricevere dai sacri Pastori gli aiuti derivanti dai beni spirituali della Chiesa, soprattutto dalla parola di Dio e dai sacramenti”. In altre parole, tutti i cattolici hanno il diritto ad un buon insegnamento ed ai mezzi con i quali poter crescere in santità.

Questo è il punto principale che insieme a Michael ho voluto trasmettere attraverso il nostro libro. Il Codice di diritto canonico non è un testo arido di diritto, lontano dalle preoccupazioni quotidiane dei cattolici. È piuttosto un’espressione avvincente della chiamata universale alla santità e all’evangelizzazione, del Concilio Vaticano Secondo.

Pertanto ogni canone, o ogni singola norma, è subordinata all’ultimo canone che figura nel Codice, nel quale si ribadisce un antico principio canonico secondo cui “la salvezza delle anime deve essere sempre nella Chiesa legge suprema”.

Cosa ha da dire il diritto canonico sulla questione dei politici cattolici pro-aborto che ricevono la comunione?

Vere: Ha molto da dire. Purtroppo i canonisti sono divisi tanto quanto i vescovi e i laici su questa questione, tanto che il dibattito è in corso. Spesso, la divisione sembra coincidere con la diversità nell’età.

La mia opinione è abbastanza nota: dovremmo avere compassione per le madri che abortiscono i propri figli e scomunicare i politici. Per questa ragione sono favorevole ad un maggiore impegno perché i politici pro-aborto siano scomunicati o gli venga comunque negata la Santa Comunione. Anche molti canonisti giovani con cui ho parlato condividono la mia stessa idea.

Il canone 1398 è molto chiaro: “Chi procura l'aborto ottenendo l'effetto incorre nella scomunica latae sententiae”. L’aborto è un atto intrinsecamente malvagio e il Catechismo della Chiesa cattolica insegna giustamente al paragrafo 2271 che l’aborto “è gravemente contrario alla legge morale” ed è un “crimine abominevole”.

La mia esperienza di ministro mi ha insegnato che la maggior parte delle donne che abortiscono, agiscono sotto una sorta di costrizione emotiva, mentale o psicologica. Raramente ho visto un aborto scelto liberamente, ovvero, scelto senza una qualche costrizione proveniente esternamente da un individuo o da un’organizzazione.

Pertanto, le mitigazioni e le scusanti specificate nei canoni 1323 e 1324 si applicano alla gran parte delle donne che abortiscono. In altre parole, l’atto è peccaminoso ma alle donne viene risparmiata la pena della scomunica.

Tuttavia, queste donne non sono esperte in diritto canonico. In solitudine e nella vergogna, la percezione della scomunica le porta ad allontanarsi ancora di più dalla Chiesa. Ciò di cui hanno bisogno è il tocco salvifico di Cristo nel confessionale, oltre al sostegno pastorale delle organizzazioni pro-vita come Project Rachel.

Cristo ebbe lo stesso atteggiamento con la donna colta in flagrante adulterio: egli non scusò il peccato, ma non respinse la peccatrice. E la invitò al pentimento e al perdono.

Per quanto riguarda coloro che approfittano - economicamente o politicamente - dell’aborto, il discorso è diverso. È lì che la Chiesa dovrebbe rivolgere la propria censura. Dobbiamo farla finita con i cattolici politici, medici, consultori, infermieri e avvocati che continuano a sostenere e proteggere l’industria dell’aborto.

Rispetto ai medici e gli infermieri, il secondo paragrafo del canone 1329 già dispone della loro automatica scomunica in quanto complici, “se senza la loro opera il delitto non sarebbe stato commesso...”.

La normativa canonica si complica quando si prende in considerazione i politici cattolici. Questi non partecipano direttamente all’aborto; redigono testi legislativi e tutelano le leggi che rendono possibile questo male. Quindi l’automatica scomunica prevista dai canoni 1329 e 1398 non si applicherebbe a loro, in quanto, ai sensi del canone 18, “Le leggi che stabiliscono una pena [...] sono sottoposte a interpretazione stretta”.

Ciò detto, le leggi canoniche offrono tuttavia altri strumenti sanzionatori contro i politici cattolici pro-aborto. Come minimo, la Chiesa può e deve vietare agli avvocati e ai politici di ricevere la Comunione. Alcuni canonisti si oppongono a questo tipo di sanzione, evidenziando che il canone 912 difende fortemente il diritto di un cattolico a ricevere la santa Comunione.

Tuttavia, il secondo paragrafo del canone 223 statuisce: “Spetta all'autorità ecclesiastica, in vista del bene comune, regolare l'esercizio dei diritti che sono propri dei fedeli”.

Risulta difficile condividere l’dea che lasciare indisturbati i politici cattolici pro-aborto possa contribuire al bene comune - sia esso della Chiesa o della società nel suo insieme -, mentre sappiamo che l’aborto distrugge il bene comune in quanto distrugge il diritto alla vita, e che su questo diritto si fondano tutti gli altri diritti, compreso il bene comune.

Pertanto, sono fortemente favorevole ad applicare a questo caso il canone 915, che statuisce: “Non siano ammessi alla sacra comunione [...] [coloro] che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.

Data la crescente intromissione dello Stato nella vita delle persone, oltre alla tendenza a ricorrere alle vie legali, lei vede la possibilità di maggiori conflitti tra diritto canonico e diritto civile, come ad esempio nella questione degli abusi sessuali? Cosa avviene qualora il diritto canonico e quello civile entrano in contrasto?

Vere: Può essere difficile. Io non sono un giurista, ma mio padre lo è. Ed è anche un diacono permanente a cui spesso viene chiesto di fornire una consulenza legale quando emerge una cattiva condotta di carattere sessuale tra il clero. In questi casi ci scambiamo osservazioni dei rispettivi ambiti canonico e civile.

Diritto canonico e diritto civile sono due ordinamenti giuridici diversi. Ciascuno segue i propri principi giuridici e talvolta questi principi entrano in conflitto.

Questo avviene specialmente qui in Canada e negli Stati Uniti dove seguiamo un sistema giuridico basato sul diritto comune britannico. Da qui la necessità di un libro come “Surprised by Canon Law” che introduce il lettore al funzionamento del diritto canonico.
Ad esempio, i precedenti di una causa presso un’alta corte hanno un ruolo importante nella nostra giurisprudenza civile, ma sono meno importanti per il diritto canonico. Anche il concetto di prescrizione è più importante nel diritto canonico.

Ciò che tuttavia mi interessa di più sono i recenti tentativi dello Stato di intaccare l’inviolabilità del segreto confessionale. Conosco, ad esempio, il caso recente in cui un sacerdote del New England è stato detenuto in carcere per un mese. Il tribunale lo aveva dichiarato colpevole di ostruzione di giustizia per essersi rifiutato di divulgare quanto aveva ascoltato nel confessionale.

Divulgare il contenuto di una confessione di un penitente è uno dei delitti più gravi che un prete può commettere. Il canone 1388 scomunica automaticamente un sacerdote che direttamente viola il segreto.

Così, mentre lo Stato ha giudicato criminale questo prete, come avvocato canonico, io lo ammiro per il suo eroismo. Egli è rimasto fedele alla tradizione canonica e sacramentale della Chiesa nonostante la persecuzione legale da parte dello Stato.