Democrazia e globalizzazione senza cristianesimo: strumenti del “nichilismo della tecnica”

Intervento del Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

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RECOARO, giovedì, 15 settembre 2005 (ZENIT.org).- Senza il cristianesimo, i suoi fondamenti, la sua concezione della persona, la democrazia e la globalizzazione rischiano di diventare strumenti riduttivi che non aiutano il genere umano a progredire, ma al contrario espressioni del “nichilismo della tecnica”, afferma monsignor Gianpaolo Crepaldi.



Queste in sintesi le conclusioni del Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nell’intervenire a Recoaro Terme, il 9 settembre scorso, in occasione dell’appuntamento annuale dell’ Istituto Rezzara , incentrato per questa edizione sul tema: “Democrazia e Globalizzazione”.

Nella sua relazione intitolata “Dimensioni universali della famiglia umana”, monsignor Crepaldi ha osservato che “la globalizzazione ha fatto emergere come mai in precedenza la forza e il potere della tecnica” e che “l’assolutizzazione della tecnica comporta una specie di ‘nichilismo della tecnica’”, mentre al contrario “la costruzione di una autentica comunità umana mondiale, dovrebbe essere il criterio orientativo per una giusta globalizzazione”.

Facendo riferimento al discorso tenuto a Subiaco il 1° aprile scorso dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, il Segretario del Dicastero vaticano ha ricordato il grande pericolo rappresentato da una ragione funzionale e tecnica che intenda considerarsi assoluta e che quindi recida i suoi legami dall’uomo e da Dio.

“Il nichilismo della tecnica è il più recente e raffinato tentativo della modernità di vivere come se Dio non fosse”, ha commentato, affermando poi che questo tipo di nichilismo rischia di “nascondere e perfino di annullare il significato profondo, autenticamente umano, della dimensione universale della famiglia umana”.

Il presule ha quindi illustrato quanto e come la proposta cristiana sia funzionale all’unità ed al bene comune della famiglia umana.

“Potremmo parlare della incarnazione, perché Cristo, diventando uomo, si è in un certo qual senso unito a tutti gli uomini. Potremmo partire dalla Chiesa e dalla Pentecoste, con gli Apostoli che vengono compresi in tutte le lingue, da tutti i popoli (At. 2,1-14)”, ha detto.

“Potremmo partire dalla missione, con l’invito a portare la buona notizia fino agli estremi confini della terra. Potremmo parlare della Croce e della Resurrezione, ove Cristo si è veramente unito a tutti noi: ‘affinché siano una cosa sola, come noi siamo una cosa sola’” (Gv. 17,11-22), ha continuato.

“Da qualsiasi punto lo assumiamo, il messaggio di Cristo è lì ad attestarci non solo l’uguaglianza tra tutti gli uomini, ma anche la loro fratellanza, la comunione ontologica e di destino: la dimensione universale della famiglia umana”, ha sottolineato Crepaldi.

Affrontando il tema della democrazia, il presule ha rilevato che “non è solo una tecnica per contare le mani alzate in un’assemblea e non è nemmeno il fine ultimo cui tende la vita sociale. Essa è uno strumento a servizio della comunione tra le persone e, per poter svolgere questo ruolo, deve rapportarsi ad altro da sé”.

“La democrazia veramente utile alla maturazione di una comunità universalmente umana – ha continuato Crepaldi – è allora quella che si intende non solo come libertà politica ed elettorale, non solo come pariteticità nel pubblico dibattito, ma anche e soprattutto come tutela e sviluppo della persona”.

Ma “Quale” persona? O meglio: quale concezione di persona? Si è chiesto il Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

“Se l’occidente fa coincidere la persona e la democrazia con il nichilismo della tecnica, o con la dittatura del relativismo propone una concezione di persona e democrazia assai poco inclusive e compatibili solo con una globalizzazione ridotta a ideologia e con una famiglia umana vicina ma non unita”, ha osservato.

“Se invece, rimanendo fedele alla propria storia, che affonda le proprie radici a Gerusalemme, ad Atene e a Roma, l’occidente sa proporre una visione ‘incondizionata’ della persona su cui costruire una democrazia come strumento per la sua tutela e promozione, allora la sua capacità di proposta e di dialogo a servizio della universale famiglia umana sarà positivo e fattivo, senza rinunciare ad essere ‘occidentale’”.

A questo punto monsignor Crepaldi si è posto la domanda: “Può l’occidente fare questo senza il cristianesimo? Se è vera la visione della persona che ho cercato di fare scaturire dall’essenza trinitaria di Dio, se è vera quella apertura, quella relazionalità universale, quella incondizionatezza, risponderei proprio di no”.