"Dentro le cose, verso il mistero", di Massimo Camisasca

Il viaggio interiore di uno spirito lombardo alla ricerca dei valori universali

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di Antonio D’Angiò

ROMA, sabato, 3 marzo 2012 (ZENIT.org).- Qualche mese addietro ci eravamo soffermati sul libro di Massimo Camisasca “Amare ancora”, leggendolo come un viaggio nei tempi della vita di una famiglia, un viaggio che peraltro sarà ripercorso sino al 31 marzo su Radio Vaticana ogni giovedì, venerdì e sabato dalle 14.30 con la lettura e l’approfondimento di ogni capitolo.

Ora, con quest’ultima opera edita dalla BUR Rizzoli (pp. 154, € 8,90) dal titolo oseremmo dire dantesco, “Dentro le cose, verso il mistero” Camisasca racconta ai lettori, tramite un tragitto interiore, come costruisce i suoi pensieri e il suo credere.

Don Massimo Camisasca, sacerdote sessantacinquenne nato a Milano, fondatore e superiore generale della Fraternità San Carlo Borromeo, tra i molti incarichi ricevuti ha ricoperto, in ambito accademico pontificio, agli inizi degli anni ’90 quello sugli studi del matrimonio e della famiglia, ed è docente universitario a Roma e Milano.

Nel paragonare la vita a un albero, Camisasca ci rende manifeste le proprie radici (ovvero i valori essenziali), la composizione dei rami (e cioè la formazione storica, filosofica, letteraria, artistica e religiosa) e i fiori da raccogliere, cioè l’abbraccio con il bello, la verità, il bene.

Anche questa volta è il giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo a curarne la prefazione e a fornirci una delle chiavi di interpretazione del testo, quando scrive: “Dovessi indicare i tre valori di riferimento di queste pagine e della visione del mondo di Don Massimo, direi la fraternità, la paternità, la Chiesa”.

A noi è piaciuto leggere questo libro, invece, come il racconto di un percorso in cui i luoghi geografici della vita vissuta e quelli dell’anima della vita intellettuale sono un tutt’uno per esaltarne ancor di più, come scrive l’autore, quel legame profondo tra “la parola scritta, la parola pronunciata e la parola pensata”.

Dove, nel caso di Camisasca, i luoghi geografici sono soprattutto i richiami alle esperienze lombarde, non come forma di localismo ma come la ricerca di quei fattori fondanti di ogni comunità e di ogni persona.

E già nell’introduzione Camisasca ricorda una notte di maggio del 1968, all’interno di un vagone rosso della metropolitana milanese, inaugurata da pochi giorni, quando scrive: “Ho avuto l’impressione, allora, che tutta la mia vita sarebbe stata un viaggio”; mentre leggeva un libro di Madeleine Delbrêl, laica francese che ha svolto si attività di diffusione del Vangelo ma anche di assistenza alle famiglie povere di operai nelle periferie parigine.

Così, dopo i primi anni trascorsi nella campagna lombarda, affascinato dalla natura e dai colori cangianti del Lago Maggiore, è nel capitolo dedicato alle parole che l’autore ne racconta l’ importanza, con il delicato ricordo della maestra elementare Maggiorina Castoldi, scrittrice di poesie e fiabe per bambini, nonché grande educatrice socialista che “ha segnato profondamente la mia vita, che da allora in poi è stata sempre accompagnata dai libri, dagli autori e perciò dalle parole”.

Così come non potevano mancare i riferimenti alle esperienze con due importanti realtà milanesi. Nel capitolo dedicato a “Il Volto”, c’è il ricordo di un articolo di Saverio Vertone del 1989 pubblicato sul Corriere della Sera (che ancora conserva) che parla del volto di Silvana Mangano, attrice che per Camisasca “aveva un volto particolare, di una bellezza che è andata maturando con gli anni”, a simbolo di quanto l’unicità del volto rappresenti anche l’unicità di ogni individuo.

Anche molto particolare per l’autore è l’esperienza raccontata nel capitolo dedicata al Silenzio, come momento di raccoglimento per raggiungere importanti risultati, che Camisasca ha vissuto accanto all’allenatore di calcio Arrigo Sacchi dal 1986 al 1991, nella veste di cappellano della squadra milanista.

Ma è nelle pagine dedicate all’importanza del lavoro che Camisasca esprime i passaggi più intensi, quando racconta di quei viaggi in treno che sia la mamma come maestra elementare che il padre per anni dal paese sul Lago Maggiore a Milano, hanno affrontato e che hanno dato il senso di quella operosità e di quell’amore per il lavoro, esempio al fine di poter “ricreare nei nostri ragazzi la gioia di poter lavorare, di poter contribuire, anche con piccole azioni, al volto del mondo”.

Il silenzio e le parole, la cultura e il fare, la bellezza della natura e dei volti umani: E’ proprio in questa ricerca del punto di equilibrio e della meta che Don Massimo Camisasca, parlando del Manzoni, parla di se stesso: “Manzoni è l’espressione di quell’animo lombardo che trovo in me, segnato dalla pacatezza, dal fastidio per tutto ciò che è eccessivo, dalla ricerca del giusto mezzo, del pudore dietro cui vive in realtà una passione mai interamente domata”.

E ci consegna in questo modo una carta geografica per gli spostamenti nella vita quotidiana e, per paradosso, una sorta di “navigatore satellitare” per i percorsi impalpabili dell’anima laica o della fede religiosa.

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