Depenalizzazione della marijuana: una minaccia contro la libertà

Intervista all’avvocato Iván Garzón Vallejo su un documento presentato all’ONU

| 1505 hits

di Carmen Elena Villa


BOGOTÁ, venerdì, 27 marzo 2009 (ZENIT.org).- La Commissione Latinoamericana su Droghe e Democrazia fondata dagli ex presidenti del Messico (Ernesto Zedillo), della Colombia (César Gaviria) e del Brasile (Fernando Henrique Cardoso), ha presentato alle Nazioni Unite il documento “Drogas y democracia en América Latina: hacia un cambio de paradigma”.

Il documento propone la depenalizzazione del consumo personale di marijuana, seguendo l’esempio di alcuni Paesi europei. Le argomentazioni sono, secondo gli autori, l’inefficacia delle politiche dirette a sradicare le coltivazioni illecite.

Il documento suggerisce di ridurre il consumo attraverso azioni di informazione e prevenzione, e di incentrare la repressione sulla criminalità organizzata.

“La nostra posizione non è di tolleranza verso le droghe - afferma il documento -. Riconosciamo che queste provocano danni alla persona e alla società. Trattare il consumo di droga come un tema di salute pubblica e promuovere la riduzione del suo uso sono precondizioni per incentrare l’azione repressiva sui punti critici: la diminuzione della produzione e lo smantellamento delle reti dei trafficanti”.

Su questo tema ZENIT ha parlato con l’avvocato colombiano Iván Garzón Vallejo, professore di diritto della Universidad de la Sabana di Bogotá e autore del libro "Del Comunismo al Terrorismo. La contención en el mundo de la posguerra fría" (2008), che in un recente articolo ha illustrato le sue critiche a questo documento e al modo in cui è stato presentato dai principali mezzi di informazione in America latina.

Molti sostengono che per combattere il narcotraffico bisogna aggredire gli anelli intermedi della catena. Cosa fa supporre che una politica di tolleranza verso il consumo di dosi personali possa non provocare un rafforzamento degli altri anelli della catena?

Iván Garzón: Mi sembra semplicistico sostenere che una liberalizzazione del consumo di droghe “leggere” come la marijuana non produca un impatto negativo sugli altri anelli della catena come la produzione e il traffico. In questo senso, è imprescindibile tenere conto della logica economica secondo cui ad una maggiore domanda (consumo) consegue una maggiore offerta (produzione e traffico).

Il dibattito riconferma che il consumatore di droghe è un malato. Senza dubbio si tratta di un dibattito pubblico fondamentale, in cui emerge che la responsabilità non è esclusivamente di chi dirige le politiche pubbliche, ma è anche dei cittadini. Tuttavia, ciò che mi sembra erroneo è la soluzione che viene proposta di depenalizzare il consumo di certe droghe, dal momento che sono in gioco non solo questioni pragmatiche, ma anche problematiche etiche e morali, di fronte alle quali le politiche pubbliche non sono indifferenti e su cui i governanti devono rendersi responsabili.

Legalizzare le droghe significa, come sostengono i fautori di questa politica, promuovere la libertà individuale?

Iván Garzón: Secondo una versione della libertà che sembra confondersi con il libertinaggio e il capriccio, la libertà non ha limiti intrinseci – come lo sono per esempio l’attenzione per la propria salute e per la dignità umana – né estrinseci – come lo è l’effetto prodotto da azioni antietiche sugli altri, tanto più se queste sono legate al crimine. In questo senso, si può affermare che l’individuo non è un essere isolato, con una libertà sacrosanta, che interpreta qualunque limitazione in senso negativo. Tuttavia, questa versione del liberalismo politico è molto in voga oggi giorno.

In base alla dottrina costituzionale della “tutela coatta”, in alcuni casi l’individuo ha bisogno che lo Stato lo obblighi a lasciarsi proteggere, salvaguardando così il suo diritto alla salute.

È un peccato che in questi dibattiti l’impostazione pragmatica metta da parte gli argomenti antropologici ed etici della questione. Entrambi dovrebbero infatti coesistere.

Che implicazioni può avere, per un individuo con scarsa formazione, vivere in una cultura in cui la droga è considerata equivalente al tabacco e all’alcol?

Iván Garzón: Non deve essere minimizzato il potente effetto simbolico e pedagogico esercitato dalle norme giuridiche. Sebbene i giuristi e alcuni politici hanno molto chiara la differenza fra legalizzazione e depenalizzazione, per la maggioranza dei cittadini il diritto penale è il grande strumento di sanzione sociale di cui dispone lo Stato, e quando un qualcosa non è considerato reato, il cittadino pensa che è permesso ed eticamente accettabile.

Per questo motivo, al di là del dibattito sull’efficacia delle politiche attuali, si deve tenere conto che ci troviamo di fronte ad uno dei flagelli che più incidono sull’infanzia e la gioventù in tutto il mondo e i cui effetti sulla famiglia, la società e la cultura non sono eludibili.

Lei crede che nei Paesi in cui è stata depenalizzata la dose personale, la lotta contro le droghe abbia prodotto effetti positivi, come suggerisce il documento?

Iván Garzón: Ritengo che il documento ometta deliberatamente di parlare dei problemi sociali e politici che si sono verificati in quei Paesi in cui si è liberalizzato il consumo di droga. È un’omissione importante, perché costituisce  l’altra faccia della medaglia, la parte della storia che dovrebbe portare a mitigare il romanticismo di proposte come quella della depenalizzazione del consumo di marijuana.

Inoltre, non si può dare per buono un sofisma secondo cui l’obiettivo della lotta contro le droghe è “un mondo senza droghe”. È un’ingenuità concettuale ed è politicamente impossibile. Credo che il proposito della cosiddetta “guerra contro le droghe” sia un efficace disincentivo e un concreto contenimento di un male sociale che produce un giro di affari macabro, che corrompe funzionari statali, arricchisce illegittimamente poche persone e promuove una cultura mafiosa e omicida. Ma che soprattutto corrompe i nostri bambini e i nostri giovani. Anche a loro si dovrebbe pensare quando si affrontano certi temi.

È coerente prevedere, in un Paese, la depenalizzazione della dose personale e allo stesso tempo condannare la coltivazione e la vendita di droga?

Iván Garzón: Certamente non è coerente e il messaggio che si trasmette è più o meno questo: è censurabile produrre droga e spacciarla, ma non lo è consumarla. Inoltre, questa politica risulta incoerente con uno Stato sociale di diritto (ideale costituzionale di molte nazioni occidentali), che ha tra i suoi propositi la tutela e il rispetto della vita e della dignità di ogni essere umano.

Come considera l’affermazione, rimbalzata da molti mezzi di comunicazione, secondo cui i danni provocati dalla marijuana sarebbero simili a quelli dell’alcol e del tabacco?

Iván Garzón: Molto preoccupante, così come l’assenza di voci critiche di fronte alle citate proposte o alla semplicistica catalogazione – a cui spesso contribuiscono i mezzi di comunicazione – delle persone tra moderne e non moderne, o tra avanguardiste o progressiste da un lato (i fautori di queste proposte) e retrograde o conservatrici (coloro che le criticano) dall’altro. In un dibattito pubblico fatto di etichette e pregiudizi, la grande sconfitta è la verità.

Lei crede che in America latina vi sia una preparazione sufficiente per trattare i consumatori di droga alla stregua di pazienti?

Iván Garzón: Ci dovrebbe essere, perché sono pazienti. Il problema è che il sistema sanitario e di sicurezza sociale nei nostri Paesi è molto precario, burocratico e carente di risorse sufficienti per garantire pienamente il diritto alla salute di tutti i cittadini. Peraltro, poiché in alcuni segmenti della popolazione il consumo di droga non è visto come un male, esistono ancora molti malati – magari tossicodipendenti – che non sono “usciti allo scoperto”. Forse alcuni di loro stanno aspettando il momento in cui la loro situazione non sia più considerata come una malattia, ma come una fra le tante possibili abitudini di vita, sebbene un po’ dannosa. Come il tabacco o l’alcol.