"Di fronte alla crisi economica e sociale" (Prima parte)

Intervento del patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, al Festival della Dottrina Sociale, a Verona

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ROMA, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la prima parte dell’intervento tenuto ieri dal patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, al Festival della Dottrina sociale della Chiesa, che si conclude oggi a Verona. Il titolo completo del testo è: “Di fronte alla crisi economica e sociale: elementi di speranza e prospettive ricavate dal magistero sociale”.

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Dinanzi all’attuale crisi finanziaria ed economica, il desiderio di tutti è venirne a capo. Si sente, infatti, la necessità almeno d’intravvedere “segni certi” di un reale cambio di tendenza, lasciandoci alle spalle le ripetute dichiarazioni d’intenti con cui, di volta in volta, siamo avvisati che “la prossima settimana sarà decisiva per la crisi in corso”...

Tali proclami risultano particolarmente difficili da riceversi sia perché alle parole non seguono i fatti sia, soprattutto, quando provengono da chi - prima e durante la crisi - è stato in posizioni di responsabilità in ambito finanziario, economico e politico.

Questa crisi - che nasce finanziaria e poi diventa economica - ci accompagna in maniera persistente dall’agosto del 2008. Con essa sia i soggetti pubblici sia i privati dovranno fare i conti, anche se non siamo ancora in grado di determinarne i tempi di svolgimento e gli scenari finali. Una cosa, però, possiamo dirla con assoluta certezza: dopo questa crisi taluni nostri stili di vita, obbligatoriamente, dovranno mutare.

Proprio tale cambiamento rappresenta l’aspetto positivo dell’attuale momento storico; date le dimensioni della crisi, non ci si potrà limitare a piccoli ritocchi di maquillage ma bisognerà - per continuare la metafora - andare da un buon chirurgo plastico per interventi strutturali.

Siamo chiamati a guardare al futuro, nella logica del bene comune, non solo considerando la nostra generazione ma anche quelle che verranno dopo. Si tratta di capire quale sia lo sviluppo sostenibile, ponendo al centro di tutto - cosa che, finora, è stata fatta troppo poco - la persona non come pura astrazione ma nelle sue relazioni concrete, ad iniziare dalla relazione con la famiglia. E a proposito della famiglia - caposaldo della dottrina sociale cristiana -, mi soffermo su due testi della cui laicità nessuno può dubitare.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, afferma: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale  della società e dello Stato e come tale deve essere riconosciuta e protetta… ” (art.16). Non meno esplicita è la Costituzione della Repubblica Italiana che recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (art.29).

La persona, non compresa all’interno delle sue relazioni fondamentali, è infatti è pura astrazione.

Ora, capire realmente che cosa è accaduto e quali sono gli errori commessi, è il primo e necessario passo. Capire per voltare pagina!

Non ci si può illudere pensando a un cambiamento solo di facciata che, alla fine, comporti solo una serie di piccoli aggiustamenti tecnici o mutamenti a livello di sottili tattiche finanziarie ed economiche. La disillusione sarebbe oltremodo cocente.

Questa, infatti, non è una delle tante crisi che giungono al termine di cicli che si susseguono regolarmente. Non si tratta di qualcosa di scontato che appare al termine di un fase ormai compiuta, alla quale, poi, ne succederà un’altra; si tratta, piuttosto, di una crisi epocale.

Siamo di fronte a un momento storico che richiede un ripensamento strutturale: una riflessione a 360° dell’economia, ormai sempre più globalizzata, una riconsiderazione del rapporto finanza/economia, un ripensamento del lavoro, della produttività d’impresa, del profitto che non può essere a favore di alcuni e contro altri. Il profitto dovrà sempre più rispondere al bene comune di un’umanità globalizzata a livello di comunicazione, di finanza, di economia.     

Siamo chiamati tutti a una revisione critica delle nostre scelte. In modo particolare lo sono, però, quanti - con differenti compiti e ruoli - si muovono nel settore dell’economia e della finanza tanto a livello di insegnamento teoretico quanto operativo e  politico e che - nei vari ambiti - si candidano alla guida del Paese.

Particolarmente importante, poi, è la responsabilità di chi a livello politico avrebbe dovuto garantire o favorire scelte etiche in rapporto al bene comune, al reddito equamente diviso, a uno sviluppo sostenibile e che, invece, ha abbassato la guardia o ha contribuito ad abbassarla.

Tutti sono chiamati a lavorare per un futuro che non ripeta gli stessi errori del passato. Unica strada percorribile è rimuovere le cause che hanno determinato la crisi ma, per farlo, bisogna previamente conoscerle. Si deve, quindi, chiarire quali scelte, quali omissioni e quali errori ci hanno portato al punto a cui siamo giunti.

[La seconda parte verrà pubblicata lunedì 17 settembre]