"Di fronte alla crisi economica e sociale" (Seconda parte)

Intervento del patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, al Festival della Dottrina Sociale

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ROMA, lunedì, 17 settembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la seconda parte dell’intervento tenuto dal patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, al Festival della Dottrina sociale della Chiesa, svoltosi questo fine settimana a Verona. Il titolo completo del testo è: “Di fronte alla crisi economica e sociale: elementi di speranza e prospettive ricavate dal magistero sociale”.

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Abbiamo detto: conoscere le cause della crisi. Ma la conoscenza da sola non basta e allora bisogna, oltre che conoscere le cause, anche riconoscerle. Sì, è necessario riconoscerle!

Riconoscere, infatti, è andar oltre la pura conoscenza teorica delle dinamiche che hanno prodotto l’evento perché, una volta conosciute le dinamiche, si richiede la volontà di porre in essere le soluzioni necessarie. E’ questo il solo modo che permette di voltar pagina.

Di fronte all’attuale crisi finanziaria ed economica sarà comunque decisivo, nel futuro, confrontarsi con una globalizzazione sempre più diffusa.

Bisogna andare alla radice, non fermarsi prima, mettere in questione le scelte antropologiche di fondo, in vista del bene comune. Sarà essenziale, per esempio, determinare il fine dell’economia e il rapporto tra finanza e economia.

Cosa dire, poi, di una società incapace di garantire il lavoro alle differenti fasce attive della popolazione e, ancora, di una politica che ha le soluzioni pronte ad ogni problema, quando è all’opposizione, ma, se è chiamata a governare, balbetta e va in confusione su ogni questione, anche di piccola entità?

Si pensi, soprattutto, ai frequenti proclami circa una distribuzione arbitraria e ingiusta della ricchezza e del reddito. 

Ora, prendendo spunto da quanto riportato dai media su ipotetiche domande circa la responsabilità o, più realmente, corresponsabilità,  consideriamo la situazione che ha preceduto e accompagnato la crisi finanziaria.

Il Corriere della Sera di giovedì 13 novembre 2008 dava conto della visita della Regina Elisabetta alla London School of Economics. La Sovrana - posta di fronte a un grafico eloquentemente impietoso circa la situazione finanziaria che mostrava i segni della grave crisi in atto -pose, nella sua crudezza, la domanda dell’uomo della strada: “ Come è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivando addosso questa crisi spaventosa?”. La risposta fu: “In ogni momento di questa fase qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta” (G. Santevecchi, in Corriere della Sera, 13 novembre 2008).

Tale risposta, obiettivamente, lascia alquanto pensierosi soprattutto perché non proviene da un non addetto ai lavori, bensì da un esperto dal quale era lecito attendersi qualcosa di più. Si trattava, infatti, del professor Luis Garicano, illustre docente di Economia e Strategia e Capo di Economia Gestionali e Strategy Group, una delle più accreditate voci in materia.

Il fatto desta maggiore sorpresa se si considera che, oggi, la teoria economica si accredita come sapere scientifico e - seppur su basi probabilistiche - rivendica la capacità di fornire analisi previsionali corrette. Eppure tali analisi - prima e durante l’attuale crisi, nonostante le aspettative - non si sono mostrate affidabili come si pensava fossero.

Circa otto mesi dopo la visita di Elisabetta II  alla London School of Economics, il professor Timothy John Besley (economista) e il professor Peter John Hennessy (storico) - membri della British Accademy - decisero di scrivere, in data 22 luglio 2009, alla Sovrana.

Essi risposero alla domanda che la Regina aveva posto dicendo che i vari operatori finanziari ed economici, di volta in volta, avevano assunto un comportamento remissivo nei confronti dell’opinione comune - che formava un pensiero dominante tra gli addetti ai lavori - e parlarono di feelgood factor, un eccesso di confidenza e ottimismo.

Così - spiegano nella lettera - si continuò a ragionare e a prender decisioni basandosi su stereotipi e preconcetti, ossia su modelli che, di fatto, riproponevano luoghi comuni. Ci si trovava di fronte a una generalizzata volontà di non esporsi; in tal modo - aggiungono - si poneva in essere un comportamento poco razionale. La lettera si colloca, perciò, a metà strada tra l’autocritica e l’autogiustificazione.

Il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, ha parlato di una “lezione culturale della crisi legata alla globalità dell’economia” e ha evidenziato che - in un contesto globalizzato come l’attuale - la presente congiuntura finanziaria ha messo in luce come, dinanzi al primo manifestarsi e al successivo incremento della crisi, si sia dispiegato un conformismo eccessivo attorno a quelle che erano le opinioni già accreditate sulla crisi stessa.

Siamo di fronte, quindi, ad una sorta di pensiero dominante mentre, di fronte alla globalizzazione dei mercati e dei mezzi di comunicazione, ci si sarebbe dovuti attendere una conoscenza reale e obiettiva, grazie anche al contributo e alla partecipazione attiva di una pluralità di soggetti. Insomma: una conoscenza capace di una visione d’insieme universale, più obiettiva, più reale, più rispondente al vero.

[La prima parte è stata pubblicata domenica 16 settembre. La terza puntata uscirà martedì 18 settembre]