Dialogo tra ebrei e cristiani: un patrimonio da sviluppare ancora

Il ruolo di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II è stato il tema del Convegno della Comunità di Sant'Egidio svolto a Roma

Roma, (Zenit.org) Redazione | 205 hits

Il dialogo fra cristiani ed ebrei: “un grande patrimonio che aspetta di essere fatto ancora fruttare”. È questo, nelle parole del presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo,  il senso del convegno incentrato sulle figure di due papi - Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - che proprio domenica sono stati elevati agli onori degli altari. I due nuovi santi, ha rilevato Impagliazzo, “hanno svolto un ruolo decisivo nel riavvicinamento tra le due fedi”; fu grazie a loro, ai loro gesti e ai loro insegnamenti, che i cattolici “hanno riscoperto le loro radici ebraiche”.

Centrale è la figura di Giovanni Paolo II, su cui si è soffermato il fondatore di sant’Egidio Andrea Riccardi. Nell’ambiente polacco fra le due guerre, ha detto, “l’antisemitismo percorre il mondo cattolico”, ma il giovane Wojtyla diventa precocemente un “testimone della coabitazione tra polacchi ed ebrei” prima a Wadowice dove conosce coetanei ebrei con i quali ha “serene frequentazioni”, e poi a Cracovia dove “vede da vicino gli ebrei condannati a morte” e ricava il senso della Shoah “come una tragedia unica di cui è stato testimone”. “I campi di concentramento rimarranno per lui i simboli dell’inferno sulla terra. In essi si è espresso il massimo del male che l’uomo è capace di fare ad un altro uomo”, dirà poi nel 1976 predicando gli esercizi spirituali a Paolo VI e alla Curia romana. Ma sarà da papa che darà il massimo impulso alle relazioni fra cattolici ed ebrei, con la visita al Tempio Maggiore di Roma nel corso della quale “esprime il legame incancellabile tra cristianesimo ed ebraismo” e “riconosce le sofferenze del popolo ebraico a causa dell’antisemitismo pure cattolico e della Shoah”. E’ la dichiarazione degli ebrei come “fratelli maggiori”, cui si aggiungono poi il riconoscimento diplomatico dello Stato d’Israele nel 1993 e il “capolavoro” del viaggio in Terra Santa sette anni dopo, quando Giovanni Paolo II definì l’antisemitismo “un grande peccato contro l’umanità”.

Due gesti, quello del riconoscimento dello Stato e della successiva visita a Gerusalemme, importanti, come ha rilevato il rabbino David Rosen, presidente dell’American Jewish Committee, perché “oggi per gli ebrei è impossibile definirsi senza una relazione con il loro Stato. E quindi, una volta superata la preoccupazione di Israele relativa all’atteggiamento della Chiesa su questi temi, il dialogo si può sviluppare più facilmente. Dialogo è infatti comprendersi l’un l’altro nel modo in cui l’altro comprende se stesso”.

A sua volta, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha sottolineato in particolare “il desiderio di papa Giovanni Paolo II di ricostruire un rapporto con gli ebrei su basi nuove, e la sua sensibilità mediatica che lo portava a tradurre i concetti teologici in azioni che tutti potessero comprendere”, come  quando definì Auschwitz “il Golgota della nostra epoca”, espressione pur “problematica” per gli ebrei”. “Ci troviamo di fronte a processi epocali che hanno cambiato la storia dei nostri rapporti, ha concluso Di Segni; le cose vanno viste nella giusta prospettiva storica senza diminuire l’importanza di questi gesti e il percorso che ci resta da fare. C’è ancora una montagna di durezza teologica che va scalata anche da parte nostra. Queste grandi personalità sono figlie del loro tempo: occorre saper navigare nelle difficoltà della storia e della teologia per capire che questi problemi si risolvono prima con i rapporti fra le persone, con l’amicizia e la fraternità”.

Anche secondo  il cardinale Walter Kasper  “i rapporti di buona cooperazione e di stabile amicizia” che si sono stabiliti fra cristiani ed ebrei sono più importanti dei molti volumi di documenti pubblicati sul dialogo e il mutuo riconoscimento. Ma dal punto di vista teologico, il presidente emerito della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo ha sostenuto che “Giudaismo e Cristianesimo hanno bisogno l’uno dell’altro e quindi dipendono l’uno dall’altro. Un vero ecumenismo senza Israele non è possibile”; e ricorrendo alla metafora delle radici e dei rami di uno stesso albero, il cardinale ha detto che “se i rami vengono tagliati dalle radici si indeboliscono muoiono; ma le stesse radici, senza i rami rimangono prive di frutti”.