Dio dona ai suoi sacerdoti una "gioia incorruttibile"

Durante la messa crismale del Giovedì Santo, papa Francesco invita i pastori a cercare la propria identità non in se stessi ma nel gregge che il Signore affida loro

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 511 hits

“Unti con olio di gioia per ungere con olio di gioia”. Con queste parole papa Francesco ha descritto la natura dell’Ordinazione sacerdotale, della cui istituzione si fa memoria oggi, Giovedì Santo, il giorno in cui “Cristo ci amò fino all’estremo” (cfr Gv 13,1).

Durante l’omelia in occasione della Messa Crismale, concelebrata stamattina nella basilica di San Pietro, assieme a tutti i cardinali, vescovi e presbiteri presenti a Roma, il Pontefice ha ricordato che “la gioia del sacerdote è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio”, che ogni sacerdote è chiamato a ungere.

“Credo che non esageriamo se diciamo che il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini”, ha proseguito il Santo Padre, spiegando che “il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge”.

La gioia sacerdotale ha una triplice caratteristica: è una gioia “che ci unge”, è una gioia “incorruttibile” ed è una gioia “missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando alla rovescia: dai più lontani”.

Questa gioia unge i sacerdoti, in quanto “è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente” attraverso i tradizionali segni liturgici, dall’imposizione delle mani, all’unzione con il santo Crisma, fino all’uso dei paramenti sacri. “Unti fino alle ossa… e la nostra gioia, che sgorga da dentro, è l’eco di questa unzione”, ha commentato il Pontefice.

È una gioia incorruttibile in quanto “il Signore ha promesso che nessuno potrà togliercela (cfr Gv 16,22)”. Anche quando rimane “addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita”, nel profondo essa “rimane intatta come la brace di un ceppo bruciato sotto le ceneri, e sempre può essere rinnovata”.

La gioia sacerdotale, infine, è missionaria, cioè “in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio: per battezzare e confermare, per curare e consacrare, per benedire, per consolare ed evangelizzare”.

A custodire la gioia del sacerdote è il suo gregge: ogni ministro di Dio potrà attraversare i suoi “momenti di tristezza”, i suoi “momenti apatici e noiosi” (e papa Francesco stesso ha confidato di averne anch’egli vissuti), tuttavia anche in questi passaggi difficili, il popolo di Dio è in grado di offrire sostegno al proprio pastore, aiutandolo “ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata”.

Oltre al gregge, a custodire la gioia sacerdotale, ci sono “tre sorelle che la circondano, la proteggono, la difendono: sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza”.

La povertà sta a significare che il sacerdote “è povero di gioia meramente umana”: egli ha “rinunciato a tanto”, donando “tante cose agli altri” e chiedendo in cambio, a Dio e al suo “popolo fedele”, esclusivamente la propria gioia.

Quando si parla di “crisi dell’identità sacerdotale”, ha osservato il Papa, spesso non si tiene conto che “l’identità presuppone appartenenza” nei confronti del popolo di Dio.

Non è “indagando introspettivamente nella propria interiorità”, che un sacerdote può trovare la sua identità: riuscirà a farlo soltanto uscendo da se stesso e andando incontro al popolo che gli è stato affidato, il quale saprà farlo gioire “con il cento per uno che il Signore ha promesso ai suoi servi”.

Se un sacerdote non esce da se stesso “l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda – ha sottolineato il Santo Padre -. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà”.

C’è poi la fedeltà, che rappresenta l’amore “all’unica Sposa, la Chiesa”, di cui il sacerdote si prende cura e dalla quale egli riceve “gioia quando le è fedele, quando fa tutto ciò che deve fare e lascia tutto ciò che deve lasciare pur di rimanere in mezzo alle pecore che il Signore gli ha affidato”.

L’obbedienza, infine, è riferita alla Chiesa “come gerarchia” ma anche “nel servizio”, nella “disponibilità” e nella “prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore”.

Nel servire la Chiesa, il sacerdote deve aprirne le porte, farne un “rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima Comunione”.

Obbedire (dal latino ob-audire), ha spiegato il Papa, significa saper “ascoltare” e percepire il “mandato amoroso di Cristo” che invia il sacerdote a “soccorrere con misericordia” le necessità del popolo di Dio o a “sostenere quei buoni desideri con carità creativa”.

In conclusione dell’omelia di questo “Giovedì sacerdotale”, il Santo Padre ha espresso quattro preghiere al “Signore Gesù”: in primo luogo che “faccia scoprire a molti giovani quell’ardore del cuore che fa ardere la gioia appena uno ha la felice audacia di rispondere con prontezza alla sua chiamata”.

Ha poi chiesto a Signore di conservare nei “giovani sacerdoti la gioia della partenza, di fare ogni cosa come nuova, la gioia di consumare la vita” per Lui.

Una terza preghiera è stata rivolta dal Pontefice per “confermare la gioia sacerdotale di quelli che hanno parecchi anni di ministero” e che, sopportando il “peso del ministero”, sanno raccogliere le loro forze e andare avanti.

Papa Francesco ha infine pregato perché “risplenda la gioia dei sacerdoti anziani, sani o malati”, ai quali ha augurato che “sentano la gioia di passare la fiaccola, la gioia di veder crescere i figli dei figli e di salutare, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude”.