"Dio è radicato in me come una promessa"

La testimonianza di Gustave Thibon a 12 anni dalla scomparsa

Roma, (Zenit.org) Irene Bertoglio | 1361 hits

Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa del “filosofo contadino” Gustave Thibon: la sua morte ha gettato la luce suprema sulla sua grandissima opera di testimonianza cristiana, in quell’incontro tra l’umano e l’Eterno che il pensatore francese aveva tanto anelato. Le sue riflessioni sono caratterizzate da un’abissale profondità e ogni tema da lui affrontato porta l’impronta di una Presenza che ha sempre guidato i suoi pensieri.

Profondo conoscitore dell’anima, investigatore del cuore umano e impegnato nella società civile, Thibon si è posto controcorrente rispetto al pensiero dominante. Ed è uno di quegli uomini per cui si prova un senso di mancanza, nonostante non lo si sia mai incontrato personalmente, perché le sue parole parlano all’anima: il patrimonio spirituale che questo autore ci lascia è immenso e arduo è il compito di riassumerne la portata, ma è possibile individuare un filo conduttore nel desiderio dello scrittore francese di vivere all’altezza del proprio Ideale, munito dell’onestà intellettuale di chi, scrutando in primis nel proprio cuore, ne porta alla luce le contraddizioni: il lettore viene così condotto ad un’introspezione che non lascia scampo. Moltissimi sono i temi da lui toccati, dall’analisi sociale all’attualità politica, ma al centro vi è sempre l’interesse per l’umano: suo scopo è rifuggire dagli idoli che rendono «le nostre anime disorientate», per poter tornare a «Dio, che solo è capace di rimettere insieme gli elementi dispersi dalla follia umana».

Attuale, dunque, ed estremamente terapeutica è la lettura dei suoi pensieri. «Noi abbiamo perso il gusto delle verità eterne», afferma Thibon disegnando una panoramica realistica e cruda della nostra società, a partire dalla constatazione della frivolezza con cui vengono vissute le relazioni sentimentali: «due espressioni di gergo esprimono alla perfezione due poli del falso amore: “appiccicarsi” e “lasciar cadere”. Il vero amore invece è, insieme, discreto (l’amore non si “appiccica”) e sicuro (l’amore non abbandona)». Tutte le riflessioni di Thibon sull’amore esprimono un chiaro «no ad ogni forma di legame basata sul possesso.

D’altronde, il filosofo conosce bene il più grande gesto d’amore che Dio fa instancabilmente agli uomini: il dono della libertà. Una libertà agli occhi del mondo paradossale ed espressa dal Nostro con acume ed ironia: «Dio non punisce i peccatori, non toglie loro nulla, anzi, dona loro quanto essi desiderano, ma al livello stesso a cui lo desiderano. E questo è l’inferno». Perché, dunque, se il Creatore tiene così tanto al libero arbitrio delle sue creature, un uomo dovrebbe ergersi al di sopra di Dio e voler possedere un suo simile? Thibon non propone un cristianesimo fatto di precetti; è evidente in lui l’incontro con Cristo vivo, con un Padre che ama personalmente ognuno di noi: «Fino a quale profondità mortale della vita ho potuto amare la creatura, fino a quale disordine? Ma Dio è più grande dell’ordine». E ancora: «Come! Questo attimo non è dunque l’ultimo? Il candore eterno mi sopporta ancora!». Da ciò ne deriva che l’amicizia vera tra persone è quella spirituale: “Pregherò per te”. Sei più vicino a me di quanto lo sia io stesso, perché sei tra Dio e me. Sei come un baluardo innalzato, tu combatti al mio posto. Tra quali pietre hai posto la tua anima! Sembri volgermi il dorso e invece il tuo volto è esposto, per me, ai colpi diretti: non mi parli, ma parli di me al Silenzio».

Nella nostra società i cristiani praticanti sono considerati bigotti e non è sempre facile trovare uomini dichiaratamente fieri della propria fede. Quanto sarebbe opportuno se noi tutti facessimo nostre queste parole: «“I deboli pregano, per vivere hanno bisogno di pregare”. I “forti” che non pregano li accusano di vigliaccheria. Ma sono più vili coloro a cui Dio ha fatto credito e che approfittano della riserva loro affidata per isolarsi nel loro orgoglio e ingiuriare Dio. L’orgoglio, superficialmente, può anche apparire grandezza e nobiltà; in verità non v’è peggior bassezza, perché non c’è maggior ingratitudine. L’uomo più vile è colui che trascura di ringraziare Dio. L’anima nobile prega». E l’anima di Thibon è un’anima appassionata, che non esita a scagliarsi contro i mali che attentano il cuore, come nel caso dell’uomo contemporaneo che incarna la figura dell’opportunista, del calcolatore: «quell’uomo ha sempre paura di compromettersi, non ha altra preoccupazione che di conservare in ogni cosa il “giusto mezzo”. Realizza forse in questo modo l’equilibrio? Affatto: fa piuttosto dell’equilibrismo. L’uomo equilibrato abbraccia ed armonizza in sé le tendenze opposte; si mostra simile a una montagna il cui equilibrio richiede la presenza di due versanti, le cui vette si perdono, audaci nel cielo. L’equilibrista invece è avulso alla vita […] Il primo evita la caduta aderendo interamente alla vita, il secondo, estraniandosi da tutto».

Si comprende come le critiche mosse da Thibon sono doni al lettore scaturiti da un’autoanalisi e non di certo da un personale moralismo: «non ho mai desistito dal lottare contro il peccato del secolo che viveva non soltanto intorno a me, ma in me. Non ho mai cessato di testimoniare contro me stesso, di risalire la mia propria china. La mia testimonianza trae forse qualche valore proprio da questa lotta». Thibon pone la sua anima a nudo rivolta verso lo specchio: un atto che, in un mondo in cui la coscienza è quasi azzerata, può dirsi non soltanto controcorrente ma quasi eroico: «Ma dove sono coloro che hanno il coraggio della loro anima?». Il fascino di Thibon risiede nel fatto che tutto, nella sua persona, è rivolto alla sfera dell’essere, contrariamente alla moda e alla “cultura” attuale, che spinge noi tutti continuamente a dedicare il nostro tempo e le nostre energie alla dimensione dell’avere.

Ben si addice a lui un suo stesso aforisma: «Esistono rare creature che danno l’impressione non soltanto di avere un’anima, ma di non essere che un’anima; in tali creature tutto ci ama e nulla ci giudica». E quale scrigno prezioso di ricchezza interiore contiene l’anima di Thibon! La speranza cristiana è così profondamente radicata nel suo cuore: «Le stelle non sono sogni. E pure bisogna che il sole tramonti perché esse brillino. La notte non crea le stelle… Gli astri non sono un artificio e una vendetta inventati da impotenti che il sole ha delusi». L’esperienza del dolore non è quindi ragione sufficiente per negare la bontà del Destino: «non conosco categoria più ripugnante di quegli esseri morali, inaspriti dalle sofferenze e dal dovere compiuto, che si atteggiano a creditori del destino. A sentire sfogare la loro rancida soddisfazione, vediamo Dio colpevole, umiliato, quasi accusato». La posizione del cristiano di fronte alla sofferenza è invece quella di abbracciare la propria croce: «Come un frutto, pendo dal ramo della volontà divina; soffro in me stesso, ma il mio cuore gioisce del filo d’oro creatore che la allaccia alla volontà divina». Fiducia incondizionata nell’amore di Dio, che prepara all’uomo un disegno misterioso ma buono: «Sia fatta la Tua volontà», sembra echeggiare nella mente di Thibon…

Lucidissima è anche la descrizione del nostro secolo: «Tutti questi uomini agonizzano nel deserto. Pure l’oasi non è lontana, si offre sempre, ma è dietro ad essi che non la vedono perché inseguono soltanto i miraggi. Basterebbe che si voltassero. La parola conversione non ha altro significato». Quali sono questi miraggi? Thibon lo spiega dipingendo perfettamente l’immagine dell’uomo post moderno: «Più un uomo diventa un dio per se stesso, più ha bisogno di pienezza immediata ed attuale, tanto meno sa attendere: giudica irreale un bene che non gli si rivela brutalmente. Bisogna che egli goda ogni cosa nel presente, si volge verso quanto vi è di più povero e di più materiale perché rappresenta quanto si può controllare e utilizzare con maggiore facilità. E i beni più veri e profondi gli sfuggono perché sono i meno appariscenti, esigono atti di speranza e di fede».

Ci sono verità che non si sentono più dire nemmeno in Chiesa: «Qualche momento ci è concesso – il tempo della vita terrena – per riconoscere Dio sotto alle apparenze. Dopo, sarà troppo tardi». Richiamo ricorrente nelle pagine di Thibon è poi quello relativo all’ordine naturale, oggi più che mai calpestato: «Il mondo capovolto! Forza terribile di questa volgarità: un mondo con Dio in basso, un mondo che cammina sopra Dio. Ego sum vermis…». Thibon non risparmia neppure i cristiani che vivono la fede senza avere colto gli essenziali contenuti evangelici: «Come? Servite lo stesso Dio e non vi amate? Accrescete così il nostro dissenso. Nulla è più insopportabile che servire lo stesso Dio senza avere la stessa anima». E ancora: «La volgarità consiste, diceva Carlo du Bos, nel trattare le anime e le persone come cose. Questo difetto si estende al bene come al male ed è forse peggiore nel bene che nel male. Gli apostoli, i convertitori che si accaniscono a purificare le nostre anime, se non ne rispettano il mistero ed il segreto, sono ancora più volgari degli esseri perversi che cercano di insozzarle, perché, in questo caso, prostituiscono l’amore stesso. Non conviene trattare l’anima come un paio di stivali, sia che si tratti di farla risplendere o di sporcarla». Thibon ci chiede di vivere con fierezza, con profondità, con dignità. E se con le sue parole ci siamo sentiti in qualche modo provocati, possiamo esser sicuri che la sua testimonianza non è stata vana.