"Dio non abbandona il mondo"

Omelia di mons. Luciano Monari per l'ordinazione di mons. Bresciani

Roma, (Zenit.org) | 603 hits

Pubblichiamo le parole pronunciate dal vescovo di Brescia, Mons. Luciano Monari, per l’Ordinazione Episcopale di Mons. Carlo Bresciani.

“Osserviamo con stupore Gesù che dalla Galilea, da Nazaret, si reca nella regione del Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista. Siamo sorpresi perché sappiamo che lui, Gesù, è il ‘più forte’ annunciato come tale da Giovanni; lui è stato concepito dallo Spirito Santo e quindi è veramente l’Emmanuele, Dio con noi; e sarà lui a battezzare “in Spirito Santo e fuoco”.

Come mai, allora, si sottomette al battesimo di Giovanni, che è meno grande di lui? E che bisogno ha di essere battezzato se sarà lui l’origine di un nuovo, più efficace battesimo? La risposta è nella parole che Gesù rivolge a Giovanni:

“Bisogna che adempiamo ogni giustizia”: bisogna che la volontà di Dio su di noi sia compiuta fino in fondo, al di là delle attese e dei giudizi umani.

Avviene così che, proprio quando Gesù si è sottomesso a Giovanni, il Padre fa udire la sua parola in risposta al gesto di Gesù: “Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento.”

Diventa allora chiaro il messaggio: la vita di Gesù è davvero storia di Dio nel mondo; a sua volta, la storia di Dio nel mondo è l’incarnazione della volontà di Dio nella vita realmente e pienamente umana di Gesù.

La vita di ogni persona umana incarna un significato particolare, una visione delle cose, una scala di valori; di se stesso Gesù dice: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”, senza diminuzioni, senza dilazioni, senza riserve.

È all’interno di questo disegno, carissimo don Carlo, che vieni ordinato vescovo: per contribuire, insieme al tuo presbiterio, a fare nuovo il mondo secondo il disegno di Dio. A scanso di equivoci, perché qualcuno non pensi al disegno di Dio come a un piano rigido e immutabile di conformazione della società (sul modello delle utopie) aggiungo subito che questo disegno non è altro che ciò che gli uomini costruiranno quando saranno abbastanza attenti, intelligenti, autocritici, e soprattutto abbastanza santi da lasciarsi muovere abitualmente dallo Spirito Santo a compiere le scelte più giuste, quelle che fanno vivere l’uomo e lo fanno crescere verso la pienezza dell’amore di Dio e del prossimo, fino a che Dio sia “tutto in tutti”, secondo l’espressione straordinaria di san Paolo.

Il disegno è bello e grande, e val bene la dedizione della propria vita. Eppure tutto è cominciato, si direbbe,sub contrario, con Gesù che si sottomette umile al battesimo di Giovanni.

Era la volontà di Dio, abbiamo ascoltato; ma perché era la volontà di Dio? per un gusto di stupire? Evidentemente no; il motivo è che solo l’abbassamento reale in una scelta di umiltà permette di diventare strumenti autentici dell’azione di Dio.

Umiltà viene da humus, ‘terra’; è il riconoscimento che l’uomo è terra; certo, l’uomo è anche pensiero, è sentimento, è azione morale, è nobiltà, è arte, è scienza, è mille cose grandi e ammirevoli, ma nel vivere tutte queste cose egli è e rimane terra. Se lo ricorda, potrà fare cose grandi; se lo dimentica, potrà solo accendere fuochi d’artificio, che bruciano in un attimo.

Così è della vita di un vescovo: deve partire dal farsi terra, umile. Come vescovo porterai la mitra che ti renderà un poco più alto, metterai l’anello che ti farà più distinto, impugnerai il pastorale che darà autorevolezza al tuo magistero. Ma prima di ricevere tutto questo dovrai sdraiarti per terra e rimanere sdraiato mentre noi pregheremo per te Dio, la Madonna e tutti i santi del cielo perchè ti proteggano e ti facciano essere un vescovo vero; perché tu non abbia a scambiare l’episcopato per una grandezza mondana che ti autorizza a dominare. Sei signore nel mondo, quando sei in comunione con Dio; non hai bisogno di altre grandezze e riconoscimenti. Come dice san Giovanni della Croce: “Glòriati della tua gloria, nasconditi in essa e gioisci.”

Non sarà facile; ti accorgerai con dolore che, diventando vescovo, i tuoi peccati aumenteranno, i tuoi difetti avranno una cassa di risonanza per cui quello che poteva sembrare un piccolo neo e passare inosservato apparirà grande e produrrà danni indesiderati; e soprattutto ti troverai a piangere le tue omissioni che spunteranno come funghi da tutti gli angoli del tuo ministero. L’unica cosa che potrà proteggerti dall’avvilimento sarà l’umiltà; se ricorderai che sei terra e che sei stato sdraiato per terra davanti a tutta la Chiesa, allora riuscirai a sopportare la vergogna di non essere ineccepibile e a trasformare anche la tua debolezza in esperienza di conversione, in uno stile di misericordia e di fraternità. Non ti mancheranno le opportunità perché le umiliazioni sono inevitabili; a queste si può rispondere con la presunzione che dice “il vescovo sono io”: così si chiude il discorso ma non si risolve nessun vero problema; o si può rispondere con la semplicità del salmista: “E’ bene per me, Signore che tu mi abbia umiliato, perché impari a obbedirti… prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua Legge.” Se Gesù si è fatto “mite e umile di cuore” è perché solo la mitezza e l’umiltà del cuore traducono correttamente in sentimenti umani il modo di sentire di Dio. Del servo di Yahweh Isaia dice che “non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce… non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra.” Umile, rispettoso, ma tenace.

Al centro della tua attenzione metti il presbiterio, la sua formazione alla fede, alla preghiera e al servizio, ma soprattutto la sua comunione: è l’insieme dei preti che dà forma al ministero di un vescovo; è la comunione dei preti che genera la comunione della Chiesa locale; è la vita dei preti che incarna e testimonia la verità del vangelo di Gesù, prima ancora che prendano forma le parole. Per i preti non farai mai abbastanza: per la loro sufficienza materiale, per la loro serenità d’animo, per il loro cammino spirituale, per la fraternità che li unisce, per la fede che li sostiene, per la speranza che li motiva. Non è un momento facile per noi e abbiamo bisogno di rigenerare dall’interno il valore del nostro ministero per renderlo gioioso e portatore di testimonianza; abbiamo bisogno di riscoprire quanto Dio sia tutto per noi in modo da poterlo annunciare agli altri con convinzione. La vita di un prete è troppo mortificata se il prete non è innamorato di Dio, se non c’è in lui quella sorgente di gioia che solo gli innamorati conoscono e che li porta a non misurare le rinunce, anzi a desiderarle perché sono incentivi d’amore. Tra le avvertenze spirituali di san Giovanni si legge anche questa: “Chi con amore purissimo agisce per Dio, non solo non si preoccupa che gli uomini lo vedano, ma neppure lo compie perché lo sappia Dio. Che se anche Dio non venisse mai a saperlo, non cesserebbe dal renderGli gli stessi servizi, con lo stesso entusiasmo e purezza di cuore.” Questo significa fare davvero le cose per amore, non con altri fini. Si può, si deve essere innamorati di Dio, non è monopolio di qualche privilegiato. L’amore di Dio per noi non rimane mai inerte, ma opera incessantemente chiamando, correggendo, purificando, illuminando, infiammando il cuore umano e facendolo innamorare; questo amore di Dio trova riposo solo quando in noi nasce una risposta d’amore totale, gioiosa e disinteressata.

Su questa base solidissima potrai e dovrai accompagnare i preti all’accettazione serena del mondo che sta nascendo, che ci disorienta così tanto perché sta chiedendo risposte nuove, diverse da quelle cui siamo abituati. La delusione per un mondo che non ci capisce e non ci segue deve essere anzitutto liberata da ogni deformazione narcisistica: non ci è mai interessato che la gente segua noi; ci interessa supremamente che la gente segua Gesù Cristo, perché siamo convinti che sia in Cristo la salvezza dell’umanità dell’uomo. Ma soprattutto dobbiamo adattare gli occhi perché sappiano riconoscere i luoghi della presenza di Dio oggi: Dio non abbandona il mondo e sa trovare nel mondo luoghi sempre nuovi nei quali preparare e far crescere il futuro. Rendercene conto è fonte di sicurezza e di speranza. Non siamo conservatori nostalgici di un mondo passato; siamo costruttori, insieme con Dio, di un mondo nuovo e inedito, nel quale la gloria di Dio risplenda più chiara di quanto non lo sia oggi: “Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete… Poi vidi cieli nuovi e terra nuova… Ecco, io faccio nuove tutte le cose.”

Dio ti benedica, Carlo, e ti dia un cuore buono, che sappia parlare al cuore delle persone con la delicatezza e il fuoco con cui Dio parla al tuo cuore.

(Articolo tratto da Àncora Online, il settimanale della Diocesi di San Benedetto del Tronto)