Discorso del Papa ai Vescovi della Conferenza Episcopale dell'India

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CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 30 maggio 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo il discorso pronunciato dal Papa questo lunedì mattina nell'udienza che ha concesso ai Vescovi della Conferenza Episcopale dell’India (III gruppo).

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Cari Fratelli Vescovi,

vi porgo un affettuoso benvenuto in occasione della vostra visita ad limina Apostolorum, un particolare momento di grazia e un segno della comunione che esiste fra la Chiesa in India e la Sede di Pietro. Desidero ringraziare l’Arcivescovo Maria Callist Soosa Pakiam per i sentimenti devoti e la promessa di preghiere che ha espresso a nome vostro e di quanti servite. Vi prego di trasmettere il mio saluto affettuoso ai sacerdoti, ai religiosi, uomini e donne, e ai laici affidati alla vostra sollecitudine pastorale.

Il Concilio Vaticano Secondo ci ricorda che, fra i doveri più importanti dei Vescovi, eccelle la predicazione del Vangelo (cfr. Lumen gentium, n. 25). Infatti, la Chiesa, il Corpo di Cristo, proclama la parola di Dio che è all’opera nei cuori di quanti credono (cfr. 1 Ts 2, 13) e cresce sempre ascoltando, celebrando e studiando quella Parola (cfr. Verbum Domini, n. 3). È motivo di soddisfazione il fatto che l’annuncio della Parola di Dio stia recando frutti spirituali abbondanti nelle vostre Chiese locali, in particolare tramite la diffusione di piccole comunità cristiane, nelle quali i fedeli si riuniscono per pregare, riflettere sulle Scritture e sostenersi fraternamente. Vi incoraggio, attraverso i vostri sacerdoti e con l’aiuto di responsabili laici qualificati, a garantire che la pienezza della Parola di Dio, che giunge a noi nelle Sacre Scritture e nella tradizione apostolica della Chiesa, sia resa prontamente disponibile a quanti cercano di approfondire la conoscenza e l’amore del Signore e la propria obbedienza alla sua volontà. Si dovrebbe fare di tutto per sottolineare che la preghiera individuale e collettiva, per sua stessa natura, deriva dalla sorgente di grazia che si trova nei sacramenti della Chiesa e in tutta la sua vita liturgica e ad essa riconduce. Né si può dimenticare che la Parola di Dio non solo conforta, ma anche sfida i credenti, come singoli individui e membri di comunità, a promuovere la giustizia, la riconciliazione e la pace fra loro e nella società nella sua interezza. Attraverso il vostro incoraggiamento e la vostra supervisione personali, che i semi della Parola di Dio piantati ora nelle vostre Chiese locali rechino frutti abbondanti per la salvezza delle anime e per la crescita del Regno di Dio.

In fedeltà al nuovo comandamento di amarci gli uni gli altri come Dio ci ha amato (cfr. Gv 13, 34), i cristiani di tutti i tempi e di tutti i luoghi hanno lottato per servire gli altri esseri umani, loro compagni, e per amarli con tutto il cuore. Dopo tutto, l’amore è il dono di Dio all’umanità, è la sua promessa e la nostra speranza (cfr. Caritas in veritate, n. 2). Questo amore generoso trova espressione concreta nel servizio agli altri e alla più ampia comunità. In questa luce, sono lieto di osservare i segni incisivi della carità della Chiesa in molti campi di attività sociale, un servizio scaturito, in particolare, dai suoi sacerdoti e religiosi. Attraverso la loro testimonianza della carità cristiana, le scuole della Chiesa preparano i giovani di tutte le fedi, o anche di nessuna, a edificare una società più giusta e pacifica. Gli organismi della Chiesa sono stati strumentali nella promozione del microcredito, aiutando i poveri ad aiutare se stessi. Inoltre, promuovono la missione ecclesiale relativa alla carità e alla salute attraverso cliniche, orfanotrofi, ospedali e altri innumerevoli progetti volti a promuovere la dignità e il benessere umani, assistendo i più poveri e deboli, le persone sole e anziane, abbandonate e sofferenti, aiutandole tutte in virtù della dignità che è loro dovuta in quanto esseri umani, e per nessun altro motivo che quello dell’amore di Cristo che ci spinge (cfr. 2 Cor 5, 14). Vi incoraggio a perseverare in questa testimonianza positiva e concreta, in fedeltà al comandamento del Signore e per il bene degli ultimi fra i nostri fratelli e sorelle. Che i fedeli di Cristo in India continuino ad assistere tutti i bisognosi nelle comunità intorno a loro, indipendentemente dalla razza, dall’appartenenza etnica, dalla religione o dallo status sociale, convinti del fatto che tutti sono stati creati a immagine di Dio e tutti meritano uguale rispetto.

In quanto dono di «amore incondizionato» che dà significato definitivo alla nostra vita (cfr. Spe salvi, n. 26), la carità viene prima vissuta dalla maggior parte di noi nella famiglia. Il recente Sinodo sulla Parola di Dio ha ricordato che la Chiesa, con il suo annuncio del Vangelo, rivela alle famiglie cristiane la loro identità autentica secondo il disegno di Dio (cfr. Verbum Domini, n. 85). Nelle vostre diocesi, le famiglie, che sono «Chiese domestiche», devono essere esempi di quell’amore, rispetto e sostegno reciproci che dovrebbero animare i rapporti umani a ogni livello. In quanto sono attente alla preghiera, alla meditazione delle Scritture e alla partecipazione piena alla vita sacramentale della Chiesa, contribuiranno ad alimentare «quell’amore incondizionato» fra loro e nella vita delle proprie parrocchie e saranno una fonte di grande bene per la più ampia comunità. Molti di voi mi hanno parlato delle sfide gravi che minacciano di minare l’unità, l’armonia e la santità della famiglia e dell’opera che dobbiamo compiere per creare una cultura di rispetto per il matrimonio e per la vita familiare. Una catechesi sana che si rivolga soprattutto a quanti si preparano al matrimonio farà molto per alimentare la fede delle famiglie cristiane e le aiuterà a rendere una testimonianza vibrante e viva della sapienza secolare della Chiesa a proposito del matrimonio, della famiglia e dell’uso responsabile della sessualità, che è un dono di Dio.

Con queste riflessioni, cari fratelli Vescovi, affido tutti voi all’intercessione dei Santi Apostoli, Pietro e Paolo, e di Maria, Madre della Chiesa. Assicurandovi delle mie preghiere costanti per voi e per quanti sono affidati alla vostra sollecitudine pastorale, imparto la mia Benedizione Apostolica quale pegno di grazia e di pace nel Signore risorto.

[© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana, traduzione a cura de “L'Osservatore Romano”]