Documento finale dell’Incontro di Studio sulla pastorale per gli zingari

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CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 18 gennaio 2006 (ZENIT.org).- Nei giorni 11 e 12 dicembre si è tenuto in Vaticano un Incontro per i Direttori Nazionali della Pastorale per gli Zingari, dedicato al tema dei rapporti con la popolazione zingara, che conta 36 milioni di persone sparse in tutto il mondo, per lo più in India (18 milioni).



In particolare, è stato approfondito lo studio e incoraggiata un’appropriata applicazione degli Orientamenti per una Pastorale degli Zingari, il primo Documento della Chiesa, nella sua dimensione universale, dedicato agli Zingari e pubblicato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti l’8 dicembre 2005.

Di seguito riportiamo il documento finale dell’Incontro diffuso questo giovedì.

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I. L’ EVENTO

Dall’undici al 12 dicembre 2006, nel Palazzo San Calisto (Roma), si è svolto l’Incontro di Studio dei Direttori Nazionali della Pastorale per i Nomadi, sugli “Orientamenti per una Pastorale degli Zingari”. Disamina del Documento”. L’evento ha visto la partecipazione di 27 delegati provenienti da 21 Paesi, in rappresentanza di tre continenti: Europa (Austria, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Portogallo, Romania, Serbia, Slovacchia, Spagna, Svizzera, Ucraina e Ungheria), Americhe (USA e, per la prima volta, il Cile) e Asia (Bangladesh, Filippine, India e Indonesia, presenti anche per la prima volta).

L’obiettivo della riunione – come risulta dal suo tema – era quello di approfondire lo studio degli Orientamenti, al fine di incoraggiarne un’appropriata applicazione. Si tratta del primo Documento della Chiesa, nella sua dimensione universale, dedicato agli Zingari e pubblicato dal Pontificio Consiglio l’otto dicembre 2005.

L’Incontro ha avuto inizio con la Concelebrazione eucaristica, guidata dall’Em.mo Cardinale Raffaele Renato Martino, Presidente del Dicastero, il quale ha anche pronunciato l’omelia. Commentando i testi liturgici del giorno, dopo le parole di benvenuto, il Porporato ha affermato che portare il lieto messaggio di salvezza agli Zingari, e aiutarli a riconoscere in Gesù Cristo il Salvatore che redime lo spirito e guarisce il corpo, costituisce il cuore della preoccupazione pastorale loro rivolta e deve essere compiuto in spirito di pace, con giustizia, verità, carità e libertà. Inoltre Sua Eminenza ha rammentato che, con le sue parole e il suo operato, Gesù invita tutti ad accoglierlo pienamente nella vita, a lasciarsi plasmare dall’ascolto della Parola, dall’Eucaristia e dalla preghiera personale, per vivere più intensamente la comunione con Dio e con i fratelli. La comunione è dono con conseguenze molto reali, poiché fa uscire dalle proprie solitudini, dalle chiusure in se stessi, per partecipare all’amore di Dio e comunicarlo agli Zingari.

È seguito il momento d’apertura della sessione dei lavori, ad opera del Presidente del Dicastero, con la lettura del Messaggio telegrafico inviato per l’occasione dal Santo Padre Benedetto XVI, in cui il Sommo Pontefice esprime il suo incoraggiamento a “proseguire importante impegno apostolico in favore della popolazione zingara” e invoca la protezione celeste della Madre di Cristo e l’intercessione del Beato Ceferino Jiménez Malla. Il Cardinale ha proseguito con il suo Indirizzo di saluto, nel quale si è soffermato su alcuni aspetti salienti degli Orientamenti, fondamentali per una pastorale specifica e adeguata del mondo zingaro. In primo luogo Sua Eminenza ha sottolineato la necessità di una sua accurata analisi, fatta con sguardo oggettivo che permette, e allo stesso tempo obbliga, a riconoscere i valori della cultura zingara, a custodire la dignità e rispettare l’identità degli Zingari. Egli ha espresso, quindi, l’augurio che siano incoraggiate le iniziative per la promozione e per la difesa dei loro diritti. Per la Chiesa è essenziale – ha affermato – rispondere alle aspettative degli Zingari nella loro ricerca di Dio, orientando i loro passi secondo l’insegnamento di Cristo. Il Cardinale ha ritenuto inoltre indispensabile riconoscere l’itinerario doloroso di questo popolo nel corso della storia, itinerario segnato da atti condannabili e deplorevoli, spesso perpetrati ancora nel tempo presente contro la sua dignità umana. Al riguardo, riferendosi al Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, il Cardinale Martino ha ricordato che la Chiesa non resta silenziosa, ma risponde alle sfide attuali, basandosi su un'antropologia cristiana che tiene in conto, tra l’altro, la dignità, la socialità e l'agire umano nel mondo. Ne sono segno concreto, appunto, gli Orientamenti, dove non si esitò a denunciare le situazioni avverse agli Zingari, né si rinunciò a chiedere maggiore giustizia per loro.

L’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Dicastero, ha introdotto i Partecipanti allo studio degli Orientamenti nei suoi vari aspetti, illustrando il programma dell’Incontro. Nel breve excursus sull’iter del documento, che ricevette il beneplacito di Giovanni Paolo II, Mons. Marchetto ha ricordato l’amore e la sollecitudine di Paolo VI e di Giovanni Paolo II nei confronti degli Zingari, che furono provvidenziali nella svolta impressa alla loro appartenenza ecclesiale. Riferendosi alle parole di Paolo VI, che aprirono agli Zingari le porte della Comunità cattolica e cioè: "Voi non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, siete al centro, voi siete nel cuore della Chiesa", il Presule ha osservato che questo richiamo alla solidarietà e alla fratellanza verso gli Zingari conserva ancora oggi validità, urgenza e attualità. Successivamente egli ha rammentato le parole del Servo di Dio Giovanni Paolo II sulla necessità di porre la dovuta attenzione ai valori spirituali e culturali degli Zingari, offrendo loro un sostegno concreto per affrontare le complesse problematiche che ne accompagnano il cammino, quali la difficoltà di reciproca comprensione con l'ambiente circostante, la carenza di strutture di accoglienza adeguate, gli impedimenti nell’ambito dell’istruzione e formazione professionale, e, infine, i problemi legati al processo d'integrazione nel territorio.

Passando alla riflessione sui vari aspetti del Documento, che prende in esame il complesso mondo degli Zingari, con le sue condizioni di emarginazione e di povertà che interpellano la Chiesa, l’Arcivescovo ha osservato che esso, in realtà, riconosce il loro diritto a “vivere insieme” e sostiene le iniziative di sensibilizzazione, in vista di una maggiore giustizia nei loro confronti, nel rispetto reciproco delle culture e delle leggi. La Chiesa, inoltre, si impegna a rinnovare la sua azione pastorale specifica, anche per evitare ripiegamenti sulle “sette”, la dispersione del loro ricco patrimonio religioso o la chiusura in se stessi. Ne è base una riflessione biblica, alla luce della quale il “milieu” nomade trova una sua cristiana intelligenza. Riferendosi, poi, agli aspetti pastorali, Mons. Marchetto si è soffermato, tra l’altro, sulla spiritualità dell’operatore pastorale, augurandosi che egli fosse animato dalla “reciprocità dell’amore”, come ben attesta Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus caritas est. Ha auspicato, altresì, un cambiamento di mentalità nella società circostante, purtroppo fortemente stereotipata e condizionata sia dall’educazione impartita nelle scuole sia dall’informazione dei mass-media. Mons. Marchetto ha quindi insistito sulla necessità di instaurare atteggiamenti di accoglienza e di reciproca fiducia, necessari affinché possa essere messo in atto e realizzato il processo di una effettiva integrazione, da non confondersi con assimilazione.

La prima relazione sulla visione generale del Documento, è stata svolta lunedì 11 dicembre, dal Rev.do P. René Bernard, S.J., già Direttore Nazionale in Francia. In primo luogo, il Relatore ha esaminato il processo dell’emergere di un popolo zingaro a livello europeo, con tutte le sue conseguenze. Egli si è riferito, quindi, all’atteggiamento di rifiuto nei confronti degli Zingari, che si presenta come una loro esclusione incontestabile, perpetratasi attraverso i secoli, generando discriminazioni e numerose ingiustizie nei loro confronti. In questo contesto, la Chiesa cattolica, rimasta per troppo tempo silenziosa, appare come quella dei gağé, e quindi si richiede tempo, agli operatori pastorali, per essere pienamente accettati dalla comunità zingara. In seguito il Relatore ha sottolineato la necessità di prendere atto del linguaggio “evocativo” degli Zingari, la cui accettazione e successiva comprensione del suo significato profondo permette di esercitare un discernimento mentale ed, eventualmente, di provocare una purificazione della cultura, attraverso l’annuncio del Vangelo. Tale annuncio, poi, è reciproco, in quanto gli Zingari non sono privi di gesti di condivisione e di iniziative personali e collettive che interrogano la società maggioritaria. Successivamente P. Bernard si è pronunciato sull’opportunità di creare “comunità-ponte”, formate da Zingari e gağé, la cui mediazione appare indispensabile di fronte alla violenza e al rifiuto che i primi subiscono. Infine il Relatore ha parlato del sacramento del Battesimo come incontro e chiamata di Cristo, che rinvia, poi, alla presenza attiva di una comunità fraterna che non accetta l’atteggiamento di rifiuto e lo dimostra con atti concreti. P. Bernard ha concluso sottolineando, tra l’altro, la necessità di un’inculturazione, che deve essere attuata nella verità e che rivela la diversità di culture e tradizioni, di itinerari e condizioni attuali degli Zingari.

Sua Eminenza il Cardinale Albert Vanhoye, S.J., Professore emerito del Pontificio Istituto Biblico, ha tenuto la seconda relazione, che verteva sui fondamenti biblici degli Orientamenti. Nelle sue riflessioni fondamentali, il Relatore si è concentrato su due constatazioni del Documento: in primo luogo, l'evangelizzazione degli Zingari entra nella missione universale della Chiesa e, nel secondo, tale evangelizzazione va fatta in modo specifico. Dopo aver messo in rilievo la novità e l’intenso dinamismo del Nuovo Testamento di fronte all’Antico, che si manifestano già nella vita pubblica di Gesù e abbracciano poi tutta la sua estensione per mezzo del mistero pasquale, il Sig. Cardinale ha sottolineato come questi due elementi hanno conseguenze anche per la pastorale degli Zingari. In modo particolare – ha sottolineato il Porporato – essi si riferiscono alla specificità di tale pastorale, in quanto richiamata e richiesta come esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della sua missione, nonché inserita appunto nello slancio missionario della stessa. Riguardo agli aspetti specifici della pastorale zingara, il Relatore ha presentato il loro lato negativo, vale a dire ciò che la rende più difficoltosa, ma anche quello positivo che può farla più feconda. Il primo aspetto è legato alla loro grande mobilità, il secondo, invece, riguarda il loro genere di vita che offre la possibilità di una vita spirituale profonda sull'esempio di Abramo, modello di docilità verso Dio e di grande fede. Infine, presentando la vita itinerante dei patriarchi come splendida manifestazione di fede e di speranza, il Cardinale ha definito l’itineranza “una grande opportunità” per gli Zingari.

Il Rev.do Philip Goyret, Professore di ecclesiologia all’Università della Santa Croce, ha dedicato la sua riflessione alla dimensione ecclesiologica degli Orientamenti, che ha svolta partendo dalla cattolicità della Chiesa. Infatti, nella prima parte della sua relazione, egli ha illustrato ampiamente il concetto e l’idea di “cattolicità” della Chiesa cattolica. Nella seconda ha presentato quella nell’evangelizzazione, per avviare successivamente il discorso verso la cattolicità nella Pastorale per gli Zingari. In questo contesto il Professore ha osservato che molto opportunamente gli Orientamenti avvertono la necessità di essere attenti alla cattolicità «qualitativa» (condizione necessaria per quella quantitativa o estensiva), che permette di assumere meglio la prospettiva dell’apporto degli Zingari alla Chiesa. Nella sua conclusione, il Relatore ha insistito sul fatto che lo studio della missione della Chiesa rivolta agli Zingari mette in evidenza diverse esigenze concrete sul modo d’impostare la loro evangelizzazione, in vista di una reale incidenza nella loro vita e nel loro modo di essere Chiesa. Sintetizzando il suo intervento, il Professore Goyret ha sottolineato che l’evangelizzazione degli Zingari va fatta coniugando, in modo simultaneo, la cattolicità estensiva, intensiva e qualitativa della Chiesa, e ciò renderà sicuri gli operatori pastorali che Gesù Cristo è in essa davvero presente.

L’esposizione del Sig. Léon Tambour circa il Forum Europeo dei Rom e Viaggianti, presso il quale egli è Osservatore per conto della Chiesa Cattolica, ha completato gli interventi del primo giorno. L’Oratore ha sottolineato l’importanza di tale struttura per la vita di tutti i gruppi ivi rappresentati: Rom, Sinti, Kalé, Viaggianti e altri nomadi. Considerati gli obiettivi del Forum – e cioè di promuovere per le suddette popolazioni il rispetto effettivo dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali garantiti dal Consiglio d’Europa, incoraggiare la lotta contro il razzismo e la discriminazione; facilitare l’integrazione nelle società europee e la partecipazione alla vita pubblica e all’assunzione delle decisioni –, si intravede in tale organismo l’espressione di una concreta attenzione degli Stati per questa minoranza. Quindi, dopo avere constatato che l’Europa e il Forum, pur con i loro limiti, affrontano la sfida di riunire diversità per dare loro voce, il Sig. Tambour ha insistito sul fatto che la Chiesa deve riflettere ed estendere ancora di più la sua cura pastorale a tutti i gruppi nomadi, prescindendo dalle loro origini e dalle espressioni di fede, seguendo le aperture proposte proprio dagli Orientamenti.

Nella giornata di martedì 12 dicembre, si ebbero due relazioni, seguite da alcune testimonianze dei Cappellani che lavorano tra gli Zingari del mare (Bangladesh, Indonesia e Filippine). Nel primo intervento, tenuto dal Rev. Prof. Eduardo Baura, della Pontificia Università della Santa Croce, sono stati illustrati gli aspetti giuridici (di jus, da cui justitia) insiti nell'attività pastorale in favore degli Zingari. All’inizio della sua esposizione, il Prof. Baura ha ribadito che anche se molti elementi giuridici si concretano nelle norme organizzative di questa specifica pastorale, una considerazione sugli aspetti di giustizia presenti nell'azione della Chiesa in favore degli Zingari non può essere ridotta alle sole questioni organizzative. Per avere, quindi, una visione completa e profonda del tema, occorre guardare ad alcuni principi giuridici presenti nella stessa costituzione della Chiesa, che si trovano alla base dei risvolti giuridici della pastorale per gli Zingari, e che illuminano la comprensione delle specifiche norme organizzative di questo settore pastorale.
Per ciò che riguarda l’amministrazione dei beni spirituali, il Professore ha indicato come principio giuridico fondamentale quello dell’uguaglianza: tutti i fedeli (non solo alcuni, né la maggioranza di essi, ma tutti) – dunque anche gli Zingari – hanno ugualmente diritto a ricevere dai sacri Pastori gli ausili spirituali. Da tale esigenza sorge la necessità di organizzare un’appropriata azione pastorale, e fra i principi giuridici che la regolano il Relatore ha rammentato, in particolare, quello della territorialità relativa e il principio di cooperazione fra i Pastori. In seguito egli ha esposto le norme che regolano la pastorale in favore degli Zingari contenute nel Documento, in particolare nel Capitolo VI, dal titolo "Strutture e Operatori pastorali". A mo’ di conclusione, il Professore ha ricordato che gli aspetti organizzativi da lui considerati devono essere sempre sottoposti al principio della salus animarum come suprema legge della Chiesa, vale a dire che tutto nella Chiesa ha come fine il bene delle anime.

L’ultima relazione, dedicata all’identità del Cappellano nella Pastorale per gli Zingari con attenzione anche al punto di vista delle Chiese Orientali, è stata svolta dal Rev.do P. Cyril Vasil’, S.J., Professore presso il Pontificio Istituto Orientale. All’inizio della sua riflessione, il Relatore ha rammentato la secolare mancanza di un approccio specifico e specializzato della Chiesa, dei suoi pastori e degli operatori pastorali, verso il popolo zingaro. Successivamente egli ha passato in rassegna, sinteticamente, le strutture per la pastorale degli Zingari a diversi livelli ecclesiali, come sono presentate negli Orientamenti. Prima di offrire alcune caratteristiche specifiche dell’approccio di un cappellano orientale, P. Vasil’ si è soffermato soprattutto sulla illustrazione della figura del cappellano/missionario nel contesto delle principali norme canoniche. Riassumendone le caratteristiche principali, alla luce degli Orientamenti, P. Vasil’ ha abbozzato il seguente quadro: il cappellano è persona capace di conoscere gli Zingari e di farli conoscere, e disposto a condividere le loro gioie e sofferenze. Partendo da questi presupposti, è possibile, poi, arrivare alla testimonianza personale e all’annuncio diretto della fede, alla condivisione del pane del Vangelo e dell’Eucaristia. La eventuale applicazione, e l’utilizzo delle relative norme canoniche – sia comuni che specifiche –, a tale impegno devono essere sempre di aiuto e mai di intralcio per il cappellano, in quanto salus animarum suprema lex. Il P. Vasil’ ha così ribadito il concetto del Prof. Baura.

In seguito vi sono state le testimonianze dei cappellani che operano tra i nomadi del Bangladesh, dell’Indonesia e delle Filippine, presenti per la prima volta. Si tratti colà di “zingari del mare”.
Per primo ha parlato il Sig. Prodyut Prodip Mondol, rappresentante del gruppo dei catechisti che fanno parte della Pastoral Care of Nomads in Bangladesh (PNB). Informando sul suo lavoro pastorale, egli ha fatto riferimento agli Orientamenti che stanno alla base del servizio offerto regolarmente ai gruppi Zingari Jajabor (Bede), Mahali e Kowra. Il Sig. Mondol ha descritto quindi brevemente le caratteristiche di questi nomadi e si è soffermato, poi, più a lungo sul dialogo, formale e teologico, tra cristiani e musulmani, portato avanti nonostante le tensioni e, qualche volta, le “guerre” reali.

La situazione dei nomadi nelle Filippine è stata illustrata dal Rev. P. Tennis G. Tamayo, C.M.F., che svolge il suo apostolato tra i Bajaus, “i più poveri tra i poveri”. Chiamati anche “zingari del mare”, essi vivono maggiormente nel sudovest delle Filippine, nel nordovest della Malaysia e nel nord dell’Indonesia. La maggioranza dei Bajaus – ha attestato il Padre – sono pescatori e vivono della generosità del mare. Le loro credenze basiche negli spiriti ha contributo alla formazione di una comunità tranquilla e serena, distinta per il suo retto comportamento sociale. Al contrario di quanto dicono di loro gli antropologi (li chiamano “islamisti popolari”), essi non sono musulmani e non se ne lasciano influenzare. Padre Tamayo ha illustrato in breve i due incontri degli operatori pastorali e sociali che vivono con i nomadi, promossi dalla Chiesa locale, che si sono svolti rispettivamente l’otto aprile 2005 e dal 27 al 29 aprile 2006, a Zamboanga City. In tutti e due furono trattati i principali problemi della vita dei Bajaus: la povertà, l’assenza di educazione, l’emarginazione e la discriminazione che si esprimono, tra l’altro, nello sfruttamento da parte dei sindacati.

Della cura pastorale per i migranti, itineranti e per la gente del mare (nomadi) nella diocesi di Pangkalpinang, Indonesia, ha riferito il Rev. Don Bernardus Somi Balun. Nella sua testimonianza egli ha fatto conoscere l’opera di cui beneficiano i bambini, ma soprattutto le prostitute, vittime del trafficking che rappresenta una delle sfide più pressanti per la cura pastorale nella diocesi. In seguito Don Balun ha descritto l’impegno della Chiesa in favore della gente del mare di origini nomade, chiamata Suku Laut. Esso è svolto sia nell’ambito pastorale (spirituale) e nella vita di comunione e fratellanza, sia in campo socio-economico con attenzione particolare all’educazione e all’area sanitaria.

I lavori della seconda giornata sono terminati con la lettura e l’approvazione generale delle conclusioni e delle proposte, che qui di seguito si presentano.

II. CONCLUSIONI

Dall’analisi approfondita degli Orientamenti, nella loro dimensione antropologica, sociologica, teologica ed ecclesiale, senza tralasciare gli aspetti storici e giuridico-legislativi, nonché dalle discussioni nei gruppi di studio, è emerso quanto segue:

1. I Direttori Nazionali hanno riconosciuto l’importanza di avere finalmente un Documento (Orientamenti) che testimoni gli sforzi compiuti dalla Chiesa cattolica nella cura pastorale degli Zingari, riconosca la loro spiritualità e voglia offrire ai nomadi l’insegnamento del Vangelo nella sua totalità. Si tratta di un Documento che descrive la pastorale degli Zingari non come mera beneficenza, ma quale esigenza della cattolicità della Chiesa.

2. Gli Orientamenti sono frutto dell’impegno pastorale finora svolto e dello scambio di esperienze realizzate. Segnano, dunque, un momento importante nella storia di evangelizzazione e promozione umana a favore degli Zingari. La dichiarazione di Papa Paolo VI al riguardo: “Voi siete nel cuore della Chiesa” (Pomezia, 1965) e l’affermazione del Concilio Vaticano II che la Chiesa non fa differenze tra gli uomini (cfr. Gaudium et spes), posero fine al silenzio storico nei confronti di questo popolo.

3. Il XX secolo, comunque, ha apportato un cambiamento fondamentale nella visione del mondo degli Zingari con due eventi di valenza storica: il primo fu la beatificazione di Ceferino Jiménez Malla, umile Zingaro spagnolo, martire della guerra civile del 1936, mentre il secondo si riferisce alla richiesta di perdono a Dio per i peccati commessi, anche nei confronti degli Zingari, dai figli della Chiesa, richiesta da Papa Giovanni Paolo II il 12 marzo 2000, nell’ambito delle celebrazioni liturgiche del Grande Giubileo.

4. Fra i suddetti peccati – se non di azione certamente di omissione – può essere inclusa anche una secolare tiepidezza, anzi, la mancanza di un approccio specifico e specializzato della Chiesa e anche dei suoi pastori, sacerdoti e altri operatori pastorali, alla missione fra gli Zingari. A questo riguardo, gli Orientamenti esortano tutto il popolo cristiano ad una conversione della mente e degli atteggiamenti, al fine di instaurare un rapporto positivo con la popolazione zingara.

5. Nei suoi atteggiamenti verso gli Zingari, la Chiesa non deve soltanto “accogliere” (l’accoglienza si compiva già nell’Antico Testamento), ma deve assumere il rischio di andare verso l’altro, soprattutto verso chi è diverso, chi viene respinto, chi non è gradito, come appare dal Nuovo Testamento. E’ il Cristo dei Vangeli che infrange i tabù culturali.

6. Il Vangelo – mistero di salvezza affidato da Cristo alla Chiesa – deve essere predicato agli uomini di ogni cultura. Nell'opera di evangelizzazione degli Zingari, il processo d’inculturazione, intesa come l'incarnazione del Vangelo nelle culture e insieme la loro introduzione nella vita della Chiesa, deve ritrovare la sua validità e priorità. In questo contesto, gli Orientamenti elencano una serie di opinioni, ma mostrano altresì la possibilità di raggiungere l’equilibrio auspicato. Essenziale, al riguardo, risulta l’affermazione che, sulla scia della vera cattolicità, la Chiesa deve diventare, in un certo senso, essa stessa zingara fra gli Zingari, affinché questi possano partecipare pienamente alla vita ecclesiale.

7. La “promozione umana” e l’“evangelizzazione” sono due aspetti complementari inscindibili per la diffusione del Regno del Padre, che è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Nell’attività pastorale a favore degli Zingari, dunque, aiuto umanitario e verità del Vangelo devono camminare insieme, ed è necessario che gli elementi di giustizia, fratellanza e uguaglianza gli siano propri.

8. Per ciò che si riferisce alla “purificazione” della cultura zingara, tale processo deve avvenire mediante il Vangelo e trovare il suo pieno compimento in Cristo. Si sottolinea, negli Orientamenti, che a fianco dell’“accettazione” della cultura zingara, la Chiesa deve orientare la pastorale anche verso il superamento di quegli aspetti non condivisibili dalla visione cristiana della vita o che, in un modo o nell’altro, costituiscono ostacolo sulla strada della riconciliazione e comunione fra Zingari e gağé.

9. Lo Zingaro ha un sentimento di esclusione, il desiderio di conservare la propria mobilità e la propria famiglia. La solidarietà è al centro della sua mentalità. La sua concezione religiosa e la sua fede sono fondate sull’esistenza di un Protettore potente. La Redenzione – come pienezza della solidarietà – non riguarda unicamente l’anima, ma l’uomo nella sua integralità, compresa la sua cultura, il suo tipo di relazioni, ecc. Quindi, nella trasmissione del Vangelo, è estremamente importante considerare i valori e la ricchezza della cultura zingara, conoscerne la lingua, apprezzarne tradizioni e usanze. In realtà, la condivisione della vita zingara apporta un arricchimento reciproco.

10. Comunque, un rispetto esagerato della tradizione zingara può dare adito all’isolamento o al rifiuto. Grava anche sui gağé, peraltro, la responsabilità nei seguenti ambiti: educazione, formazione professionale, uguaglianza di fronte alla legge, dignità umana, perdono reciproco, interruzione di una catena di offese che si trasmette di generazione in generazione. Il già menzionato atto della confessione delle colpe dei figli della Chiesa, in vista di una "purificazione della memoria" anche nei confronti degli Zingari, permette di migliorare le relazioni oggi. Il primo passo del dialogo sta nell'accettare di essere diversi.

11. L’assenza o l’insufficienza del riconoscimento dell’identità zingara da parte della società e/o della Chiesa comporta un processo di assimilazione e non di integrazione. Degno di lode quindi è il fatto che gli Orientamenti affermino che solo l’integrazione, intesa come inserimento armonioso nella piena accettazione della diversità, conduce verso l’auspicata unità. Accogliere gli Zingari senza assimilarli, aiutandoli preferibilmente a conservare la propria specificità, si presenta, però, come equilibrio difficile da realizzare.

12. Gli zingari sono sopravvissuti, e continuano a sopravvivere, ad una realtà secolare di rifiuto, con reazione che è diventata parte costitutiva della loro cultura. Tale elemento culturale li fa partecipi della preoccupazione di Cristo di infrangere i tabù e del Suo amore privilegiato per i più deboli. La Chiesa, alla sequela di Cristo, ha la missione di riconoscere e stimolare questo amore.

13. La specificità propria alla pastorale zingara non può tuttavia eliminare il senso di responsabilità universale territoriale della Chiesa. Gli Zingari, interpellano in effetti tutta la Chiesa; da ciò deriva la necessità di un’articolazione tra pastorale specifica e territoriale, parrocchiale. Incombe sullo stesso Vescovo la responsabilità di incoraggiare gli Zingari a conservare la propria identità e unità. Essi devono sentirsi bene accolti nella Chiesa locale e nella comunità alla quale appartengono, nei loro spostamenti. E ciò è chiaramente indicato dagli Orientamenti.

14. Nell’attuale contesto socio-politico appaiono fenomeni nuovi che interpellano la Chiesa, e cioè:
– nuove migrazioni zingare inquietano gli Stati e fanno paura alle popolazioni, dando vita ad un rinnovato razzismo o a una xenofobia inquietante, in quanto sono la negazione dell’apertura del cuore voluta da Cristo;
– queste nuove migrazioni creano incontri di popolazioni e di gruppi che prima si ignoravano;
– parallelamente, gli zingari si sforzano di uscire dall’assistenzialismo e di affermarsi in quanto tali;
– le istanze civili tentano di dare agli zingari una voce che permetta loro di affermarsi.

III. RACCOMANDAZIONI

Considerato quanto sopra, i Partecipanti hanno attestato la necessità:
- che la Chiesa faccia sue le angosce e le speranze degli Zingari, affinché il Vangelo sia vissuto e annunciato in maniera appropriata alla loro mentalità e alle loro tradizioni. Questa preoccupazione deve avere delle conseguenze in campo liturgico e catechetico;

- che essa accetti di arricchirsi dei valori zingari, nati dalla resistenza all’assimilazione e alle persecuzioni, dato che l’universalità stessa della Chiesa lo richiede;

- di dare la priorità al compito del Promotore episcopale. La sua presenza e il suo atteggiamento sono essenziali per gli operatori pastorali che abbisognano di sostegno e sollecitudine, di premura e attenzione ai bisogni particolari;

- di richiedere maggior impegno da parte dei Vescovi, soprattutto nell’accoglienza e nel creare spazi di ascolto degli Zingari, nonché di prevenire la discriminazione. E’ da considerare l’opportunità di usare la “advocacy” ecclesiale a difesa della loro causa, dei loro diritti;

- di favorire le associazioni politiche e culturali degli Zingari, anche se ciò comporta dei rischi. È questione di dignità, condizione dell’adesione personale a Gesù Cristo;

- di rafforzare il protagonismo e la responsabilizzazione degli Zingari nella Chiesa;

- di intensificare l’impegno e la sollecitudine per le vocazioni, considerata l’importanza della presenza di sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose zingari, in questa pastorale specifica;

- di moltiplicare i luoghi in cui gli zingari possono esprimere se stessi e la loro fede, come, ad esempio, nella formazione delle Scuole della Fede, fermento di un dialogo rispettoso in cui gli Zingari esprimono la propria fede;

- di uscire dallo schema “abituale” di preparazione ai sacramenti. Occorre tener conto dell’elemento culturale ed esistenziale, dell’emotività (sentimenti) e dell’immediato, che è proprio degli Zingari. Una “continuazione” pastorale sarà da preferire rispetto a un monitoraggio episodico;

- di promuovere i pellegrinaggi, occasioni di incontro, per infrangere l’immagine ancora troppo forte che la Chiesa è dei gağé e che bisogna rinunziare alla propria identità zingara per essere un “buon cristiano”. Un’Eucaristia “sul terreno” può significare una presenza di Cristo al cuore della vita zingara;

- di manifestare la solidarietà della Chiesa con gli obiettivi di giustizia della società civile verso gli Zingari e favorire l’emergere della cultura zingara per farla conoscere anche nella sua dimensione di fede;

- di rimarcare la convenienza del riconoscimento, da parte delle diocesi, della specificità della pastorale degli Zingari, dunque,

- di informare le Autorità religiose dell’esistenza degli Orientamenti, rilevandone le espressioni particolarmente significative, tali che suscitino preoccupazione e responsabilità pastorale;

- di adoperarsi per favorire l'accoglienza e un’appropriata applicazione degli Orientamenti. Data la diversità e complessità delle situazioni in cui vivono gli Zingari nei vari Paesi, varrà pensare ad elaborare una sorta di Direttorio nazionale;

- di coordinare meglio il ministero dei cappellani degli Zingari con quello dei parroci locali, sul territorio. Le comunità parrocchiali si aprano all’accoglienza e riconoscano ciò che di positivo fanno gli operatori pastorali;

- di progettare percorsi catechetici in funzione delle specificità locali;

- di favorire incontri organizzati tra operatori pastorali e zingari responsabili per stabilire relazioni autentiche e suscitare il “vivere insieme”. Agire secondo la massima “niente per loro ma tutto con loro”, vale a dire, sostenere ed accompagnare gli Zingari, ma non agire al loro posto per paura della sconfitta; collaborare, astenersi da giudizi morali e iniziare con amore;

- di desistere dal fare una lettura troppo “letterale” del nomadismo degli Zingari. Molte delle caratteristiche del nomadismo sono ancora valide per gli zingari. La terra è di tutti, dunque anche essi hanno diritto all’alloggio, al voto, a essere considerati come cittadini a pieno titolo;

- di affrontare lealmente la sfida che le nuove migrazioni zingare comportano per la pastorale con l’incontro con altre religioni e confessioni, vale a dire con spirito arricchente di adesione al Vangelo e alla Chiesa, e di apertura;

- di offrire più occasioni per migliorare la conoscenza reciproca dei responsabili pastorali. Si verifichino in comune le loro relazioni con gli Zingari, e quelle di questi ultimi tra di loro, per dare vita, progressivamente, ad una spiritualità pastorale comune, adattata alle nuove situazioni. Essa deve essere viva, non può essere stereotipata;

- di intensificare la collaborazione con le istituzioni civili perché diano voce agli Zingari e di considerare la possibilità di creare, nella Chiesa, dei Forum dove gli Zingari possano presentare i loro problemi, le loro istanze e qualche loro caso particolare.

- Per quanto riguarda il fenomeno delle sette vi è necessità di considerare il N. 77 degli Orientamenti come base dei nostri atteggiamenti.