Don Bosco e la "Società dell'allegria"

Il Meeting di Rimini rende omaggio al grande santo piemontese nell'imminenza del bicentenario della nascita

Rimini, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 719 hits

L’anno prossimo cadrà il bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco (1815-1888) e, tra le decine di iniziative per celebrare il fondatore dei Salesiani, non mancherà una mostra al Meeting di Rimini.

La società dell’allegria. L’oratorio di don Bosco: «Questa è la mia casa!» è il titolo dell’esposizione in programma a Riminfiera dal 24 al 30 agosto 2014.

Alcune anticipazioni sulla mostra sono state fornite a ZENIT, da Davide Cestari, uno dei curatori.

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Come sarà strutturata la mostra?

Voglio subito precisare che la mostra dedicata a don Bosco non è stata fatta da “esperti” ma è nata da un gruppo di amici che si sono imbattuti in questa figura e si sono lasciati colpire. Molti di noi conoscevano appena San Giovanni Bosco ed è stato entusiasmante approfondire e guardare la sua vita. È impressionante vedere come da una collina come quella dei Becchi, vicino a Torino, dalla povertà assoluta che si viveva a fine ’800, sia venuta fuori una storia e una presenza come quella dei salesiani oggi. È stato inevitabile chiedersi come poteva spiegarsi tutto quello che da don Bosco è nato, come faceva a essere così, che educazione aveva ricevuto, che incontri costruirono la sua personalità. La cosa evidente a tutti è stata che solo l’intervento del Mistero, di Dio, poteva dar vita a una capacità così profonda e vera di amare e di “ricostruire” i giovani soli e abbandonati incontrati in carcere e nelle periferie di una città che stava cambiando faccia così rapidamente come la Torino di allora.

Solo il Mistero poteva aprire la porta del cuore di quei ragazzi: «L’educazione è cosa di cuore, e solo Dio ne è padrone, e noi non potremmo riuscire a cosa alcuna se Dio non ce ne insegna l’arte e ce ne dà in mano le chiavi».

La mostra racconta semplicemente alcuni fatti della sua vita, chiedendo a tutti di guardarla con gli occhi dei bambini (la mostra nasce principalmente per i più piccoli ed è collocata all’interno del Villaggio Ragazzi del Meeting), lasciandosi stupire e interrogare. Inoltre la mostra ha sì una parte di pannelli, ma proprio sulla scia di don Bosco, abbiamo pensato di creare uno spazio dove è possibile vivere come all’Oratorio di Valdocco: una “Società dell’allegria”! Un luogo da vivere insieme, ragazzi e adulti, e dove incontrare quello sguardo - attraverso giochi, musica e racconti - che faccia compagnia al nostro cuore oggi.

Don Bosco credeva nell'allegria come una strada per la santità: qual è il fondamento dell'allegria salesiana?

Papa Francesco ha detto recentemente: «Non siate mai tristi: un cristiano non può mai esserlo! La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma dall’aver incontrato una Persona: Gesù, dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili».

Credo che la gioia, l’allegria che viveva e trasmetteva don Bosco - la strada alla santità - è esattamente questa: la certezza, per dirla con il tema del Meeting, che “il Destino non ha lasciato solo l’uomo”, ma gli è venuto incontro per accompagnarlo nel suo cammino. Questa è l’esperienza che facevano i ragazzi di don Bosco: si sentivano amati in modo vero. E per chi ha fatto questo incontro la vita non può essere che “allegra” anche nelle circostanze più difficili e dolorose, come accadeva per i carcerati che don Bosco andava a trovare e che riscoprivano la propria dignità facendo catechismo con lui dietro le sbarre.

Che questa sia la strada alla santità lo dimostrano i santi e beati che da quello sguardo sono stati educati: Domenico Savio, morto a soli 15 anni; don Michele Rua, beato, il primo successore di don Bosco; Santa Maria Domenica Mazzarello, cofondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ma la stessa vita di don Bosco è stata accompagnata da santi e beati: la prima, mamma Margherita, di cui è in corso la causa di beatificazione, San Giuseppe Cafasso, che è stata la sua guida spirituale o la serva di Dio Marchesa Giulia di Barolo, che lo ha aiutato agli inizi della sua missione.

L'oratorio di don Bosco sorge a Torino, prima capitale del Regno d'Italia, proprio negli anni dell'unità del Paese. Possiamo dire che anche questo santo ha contribuito a fare l'Italia? Quanto c'è di "italiano" in lui?

Don Bosco vuole fare dei «buoni cristiani e [per questo] buoni cittadini». Insegna ai ragazzi la storia d’Italia, il sistema decimale e scriverà tantissimi libretti per favorire il loro apprendimento. Scrive anche i primi contratti di apprendistato per contrastare lo sfruttamento dei suoi ragazzi. Mette su laboratori per insegnare i mestieri che lui aveva imparato da ragazzo, delle vere scuole professionali.

Nella mostra realizzata al Meeting in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia c’era una parte dedicata proprio ai santi piemontesi. In quel periodo storico Torino è anche la città in cui fioriscono esempi bellissimi di “santità sociale”.

Non si può pensare a queste persone come ai protagonisti di una storia parallela al Risorgimento nazionale, o addirittura come a nemici del processo unitario. Lo stesso don Bosco accusato più volte di essere un sobillatore verrà fatto oggetto di violenze e attentati - dirà sempre di non volere fare politica - ma manterrà sempre i rapporti con le istituzioni, giudicandole con lucidità, senza fermarsi alle contrapposizioni ideologiche. Del resto non esita a servirsene per difendere le sue opere.

La mostra sorge nel contesto del Meeting di Rimini, nato dall’incontro di alcuni giovani con un altro grande educatore: don Luigi Giussani. È possibile un parallelo tra questi due giganti della Chiesa italiana, vissuti a un secolo di distanza?

Don Giussani portava don Bosco come esempio: «Coloro che vedendo San Giovanni Bosco sentivano un richiamo a una vita cristiana più piena, più dedicata si sono messi insieme, hanno dato vita ai Salesiani, secondo tutte le loro gradazioni fino alle confraternite per gli ex-allievi. L'associarsi è indispensabile per vivere sul serio quello che ci ha colpito».

Dio suscita sempre in qualcuno un particolare “dono” per aiutare la sua Chiesa a camminare in ogni epoca. E, come stiamo imparando anche oggi, ogni circostanza è sempre un’occasione che il Signore permette per farci maturare. Chiaramente ci sono molte analogie tra le sfide di oggi e quelle di fine ’800. Ma un parallelo tra i due educatori è difficile e finirebbe per ridurre l’uno e l’altro. Sicuramente tutti e due sono stati mossi da una passione per i giovani e per comunicare loro la bellezza della vita che nasce dall’incontro con Cristo. Hanno speso la vita per loro totalmente e con letizia. Don Bosco incontrando i ragazzi nelle carceri e nella periferia di Torino, don Giussani al liceo Berchet di Milano. Una cosa è sicura: il cuore dei ragazzi - il cuore dell’uomo - è sempre lo stesso. È alla ricerca di qualcosa che compia il proprio desiderio di felicità.

Rimanendo a don Giussani e ad un tema a lui caro: qual è l'attualità di don Bosco di fronte all'emergenza educativa?

La situazione del mondo giovanile è sicuramente cambiata. Tuttavia, come ha detto Giovanni Paolo II in occasione del centenario dalla morte di don Bosco «anche oggi permangono quelle stesse domande, che il sacerdote Giovanni Bosco meditava sin dall’inizio del suo ministero, desideroso di capire e determinato ad operare. Chi sono i giovani? Che cosa vogliono? A che cosa tendono? Di che cosa hanno bisogno? Questi, allora come oggi, sono gli interrogativi difficili, ma ineludibili che ogni educatore deve affrontare».

Il “sistema preventivo” di don Bosco basato su “ragione, religione e amorevolezza” che ha consegnato ai suoi salesiani, è sicuramente il tratto distintivo della sua “genialità” educativa.

La consapevolezza di un bene che sta nel profondo dei ragazzi, nonostante la noia e a volte la disperazione che li caratterizza, è indispensabile in chi oggi voglia educare. Di fronte all’emergenza educativa, mi sembra importante che ci siano educatori che possano testimoniare ai ragazzi una reale esperienza di bene, che accade prima di tutto in loro, di una ragione aperta alla realtà, così come abbiamo imparato da don Giussani.