Dopo il "buio" del peccato, la "luce" della bellezza

Dall'Uomo senza Dio all'Uomo sapiente e felice: proseguono le meditazioni del cardinale Ravasi negli Esercizi Spirituali per la Quaresima davanti al Papa e alla Curia Romana

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1280 hits

Continua l’itinerario tracciato dal cardinale Gianfranco Ravasi, nelle predicazioni degli Esercizi spirituali per la Quaresima davanti al Papa e alla Curia Romana. Un itinerario finora “negativo”, ha detto il porporato, che dalla “notte della creatura umana”, ovvero il dolore nella sua forma fisica e morale, giunge ad una nuova tappa: il peccato.

Concentrandosi sul peccato come “aberrazione che ci allontana da Dio”, il presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, nella sua XI meditazione, ha rotto il tradizionale binomio proposto da Dostoevskij del “Delitto e Castigo”, evolvendolo, alla luce della “genuina spiritualità biblica”, nel trinomio: “Delitto Castigo Perdono”.

La riflessione inizia “sceneggiando” un pensiero di Pascal, dove un’anima in dialogo con Dio, chiede al Divino Creatore di non illuminarla così in profondità da mostrarle i suoi peccati, perché questo l’avrebbe portata alla disperazione. Ma il Padre eternamente buono risponde: “Non disperare perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui tutti saranno perdonati”.

È in questo modo che si introduce “la stretta componente di base del sacramento della riconciliazione” ha detto Ravasi. “I peccati devono apparire in tutta la loro rottura, in tutta la loro forza, negatività e oscurità”; se però – ha aggiunto – si confessano a Dio, Egli “li ripresenta nel momento stesso in cui li perdona”.

Nelle Sacre Scritture, ha poi spiegato il porporato, “il peccato è visto sempre come un atto personale che nasce dalla libertà umana”. È una realtà “che può avere anche risvolti psicologici, ma è, prima di tutto, teologica”. Per questo - ha sottolineato - il Sacramento della Riconciliazione “non potrà mai essere equiparato ad una seduta psicanalitica, perché è assolutamente fondamentale la consapevolezza di Dio che il peccatore ha”.

Il peccato non è altro che “lo smarrimento della strada giusta” ha precisato il cardinale. Convertirsi significa, dunque, “cambiare rotta”, “cambiando mentalità” e “lasciando alle spalle le cose alle quali siamo aggrappati”.

“Nella società non sempre si dà la possibilità di ricominciare – ha poi osservato - alcuni sono ormai bollati. Anche se nella legislazione ci sono tentativi di ricomporre e riproporre ancora alla società uno che ha sbagliato, rimane sempre questa sorta di timbro sulla persona che è stata giudicata peccatrice”.

Questo invece “nella Bibbia non esiste”, ha affermato il Capo Dicastero, ricordando l’immagine proposta da Isaia di un Dio che “getta alle spalle i tuoi peccati, in modo che non li guarda più, quindi non ci sono più. È la cancellazione vera”.

Proseguendo il filone nella riflessione pomeridiana, il cardinale ha approfondito il tema (riproposto anche nei Salmi 14 e 53) de “L’assenza e il nulla”, due mali che portano l’uomo a vivere lontano da Dio e lo conducono “nel mondo dell’ateismo pratico”.

Nonostante un’apparente sinonimia, l’assenza e il nulla sono due termini che indicano significati diversi. Se l’assenza – ha spiegato Ravasi - è la “nostalgia di Dio”, il nulla è invece “il vero male della cultura odierna”.

Esso rappresenta “l’indifferenza, la superficialità, la banalità”, è “una cosa molle che però non ha nessuna nostalgia” e, proprio per questo, molto più pericolosa. “Pastoralmente – ha affermato - noi incontriamo più spesso purtroppo questa seconda forma di ateismo”, ed “è per questo che io continuo a pensare come si può incidere in qualche modo in questa sorta di nebbia, di mucillagine”.

Si unisce poi un termine affine: il silenzio di Dio, un orizzonte oscurato che spesso, anche al credente, è capitato di provare. “Pensiamo anche a noi stessi – ha detto Ravasi - tutte le volte che abbiamo provato, magari attraverso la tiepidezza, attraverso lo scoraggiamento, il silenzio di Dio. Per noi non era del tutto scomparso dall’orizzonte però non Lo sentivamo più”.

A ciò si aggiunge “la società contemporanea” che “ha creato nelle nostre città una folla di solitudini”, ha detto il porporato. Il pensiero è andato, in particolare, ai tanti preti che “vivono questa esperienza”, verso cui Ravasi ha invocato una maggiore attenzione da parte dei vescovi.

Tuttavia la speranza c’è: lo dice il Salmo 22, dove il salmista, dopo aver provato il silenzio di Dio, riesce ad esclamare: “Tu mi hai risposto!”. È la preghiera infatti l’ancora di salvezza, perché “le nostre suppliche non cadono mai nel nulla”. Tanto che – ha ricordato il cardinale - anche un ateo come il drammaturgo Eugene Ionesco, prima di morire scrisse: “Pregare. Non so chi. Spero Gesù Cristo”.

Come nel ciclo della natura, alla ‘notte’ succede la ‘luce dell’alba’. Dopo aver parlato del “buio” del peccato e dell’assenza di Dio, il presidente del Dicastero per la Cultura, nella XII meditazione, si è soffermato infatti sulla “luce”, alimentata dal “sapore della felicità”.

Un sapore dato dalla sapienza e dalla bellezza. “Il verbo ‘sápere’ – ha spiegato Ravasi - in latino ha come primo significato avere sapore. Ed è successivo, il significato di sapere. È avere gusto. Per questo motivo, lo stolto si dice anche insipiente e, per certi versi, anche insipido, perché il vero sapiente è colui che dà senso alla vita”.

Questa insipienza si verifica spesso oggi, il più delle volte in una forma scadente di "mera volgarità". Anche il mondo della comunicazione di massa segue questa scia, ha denunciato il cardinale, "prediligendo spesso, come in questi giorni, la pula al grano, il ‘chiacchiericcio’ alla verità”.

Infine c’è la bellezza che, nelle sue forme più alte, è anch’essa strada per la salvezza. In particolare i Salmi, secondo il porporato, “sono poesia, canto e musica” che seguendo la “via della bellezza”, portano “a pregare e parlare di Dio”. La bellezza però “porta anche inquietudine” - ha concluso Ravasi –  perché “non lascia indifferenti”.  E soprattutto – come disse il cardinale Ratzinger - “la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo destino ultimo”.