Dottrina Sociale della Chiesa e Welfare

In questo momento di crisi, si sente la mancanza del progetto dei Padri costituenti dell'Europa, il cui centro erano la persona e il bene comune

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di Carmine Tabarro

ROMA, lunedì, 6 agosto 2012 (ZENIT.org) - Nello sviluppo storico della Dottrina Sociale della Chiesa sono riconoscibili due grandi periodi caratterizzati da due modelli metodologici. La riflessione sociale della Chiesa, da Leone XIII a Pio XII, è stata guidata secondo un modello "deduttivo", a partire da principi astratti. Dal Concilio Vaticano II si è fatta strada una metodologia "induttiva", a partire dalla realtà sociale.

Il nucleo centrale della Dottrina sociale della Chiesa è costituito da alcune verità di antropologia e di etica cristiana, che corrispondono all'immagine rivelata dell'uomo e alla "sua vocazione terrena e insieme trascendente".

Sono principi di valore permanente, fonte inesauribile di ispirazione per costruire una società ordinata. Alla luce di essi, il magistero della Chiesa interpreta le situazioni storiche contemporanee in continua evoluzione, denuncia mali e ingiustizie, avanza proposte operative per stimolare la ricerca e l'azione dei cristiani laici e di tutti gli uomini di buona volontà.

Come si vede, la dottrina sociale non è né un generico appello alla fratellanza, né un progetto globale risolutivo alla maniera delle ideologie, ma una riflessione che indica la giusta direzione di un cammino sempre aperto di riforma. (n. 1092).

Una grande carica profetica l'abbiamo dal rinnovamento conciliare con il metodo vedere-giudicare-agire (Giovanni XXIII).

Questo modello metodologico, iniziato dalla JOC francese negli anni '50 è stato autorevolmente ripreso da Giovanni XXIII nella Mater et Magistra:
- vedere è il momento "ricognitivo" fondato sui "segni dei tempi", in dialogo multidisciplinare con le scienze sociali;

- giudicare riguarda lo specifico contributo della DSC (principi e direttive per illuminare il 'vedere') e soprattutto della novità cristiana con la sua carica critica (scoprire i limiti) e profetica (creare, proporre, stimolare);

- agire è l'esito pratico che emerge dal confronto critico e perenne tra "vedere" e il "giudicare".

I grandi meriti di questa metodologia: la storia come punto di partenza e come luogo teologico; l'apporto singolare della fede e della profezia cristiana; la responsabilizzazione della coscienza credente; la perenne progressione circolare tra i suoi tre momenti.

Su questa linea si snodava il lucido intervento di monsignor Crociata del 18 giugno 2012 durante il convegno Un nuovo paradigma per la sanità in Italia.

Rivolgendosi alla società civile e alla politica, il Segretario generale della CEI affermava: "Tornare a pensare al senso vero e integrale dell'uomo e della sanità, quali coordinate in cui si inscrive l'agire sanitario […] Se non ci adoperiamo concordemente in questa direzione, qualsiasi cambiamento non potrà essere governato e indirizzato al bene comune, ma andrà a vantaggio solo dei più fortunati o dei più rapidi a intercettarne i benefici. La storia ci insegna che l'esito di siffatti e non governati processi è spesso disumano o comunque si rivela sempre un beneficio effimero, anche per coloro che nell'immediato traggono vantaggio".

Tenendo conto dell'intervento di mons. Crociata e della metodologia vedere-giudicare-agire vogliamo analizzare la dimensione dei tagli che il nostro Paese ha subìto a causa delle decisioni della tecnocrazia europea e come questi tagli incidano sulla carne viva di famiglie, imprese e lavoratori.

1) Il decreto legge n° 95 del 6 luglio 2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi pubblici”, è l’ultima puntata di una serie di manovre correttive del bilancio pubblico italiano.

L’Italia ha subìto cinque manovre correttive, maggiori entrate e tagli alla spesa pubblica, tra il 2011 e il 2012, per un ammontare complessivo che sfiora i 120 miliardi di euro, al netto del fiscal compact [1] e dell’euro plus che costringerà il paese a delle misure per circa 50 miliardi di euro a partire dal 2013 fino al 2032 per riportare il debito pubblico italiano dal 120 al 60 %.

Una cifra mostruosa che lascia aperte due vie: o il patto non viene rispettato o il Paese è condannato ad un medio lungo tempo di povertà.

Di conseguenza le previsioni di crescita del Paese sono da un lato, condizionate dal contesto internazionale, in particolare europeo; dall’altro dal taglio della spesa pubblica e dalla riduzione del reddito delle famiglie via incremento della pressione fiscale. Adottando un criterio prudenziale [2] è possibile stimare una diminuzione del Pil italiano per il 2012 del 2,5% e del 3% nel 2013.

Inoltre voglio segnalare che la riduzione dell’IVA è condizionata da un aumento delle entrate fiscali legate alla rivisitazione delle agevolazioni fiscali (delega fiscale di Tremonti), e che l’aumento della stessa è una imposta sulla povertà perchè pesa maggiormente sui redditi medio/bassi e sulle famiglie.  

Se aggiungiamo il taglio delle agevolazioni (detrazioni e deduzioni) alle famiglie, tutto questo assume contorni drammatici. Tecnicamente sono le famiglie che troveranno sollievo saranno solo quelle più bisognose a beneficiare delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

Il governo Monti era stato accolto dall’opinione pubblica con un forte sostegno e, in ragione di questo consenso, ha adottato provvedimenti indispensabili agli occhi delle tecnocrazie Europa. Proprio queste ultime hanno spinto il governo italiano a precariezzare il mondo del lavoro, la radicale riforma delle pensioni, alla profonda   spending review, fiscal compact  e via dicendo.

Alcuni elementi sono tuttavia condivisibili: la ferma lotta all'evasione e all'elusione fiscale, la tracciabilità del contante,  la revisione degli sprechi della spesa pubblica.
Nella spending review di Monti, invece, ci sono diversi tagli lineari che nelle sue grandi cifre non colpiscono in maniera equa tutte le fasce della popolazione.

Come accennato precedentemente, i tagli potrebbero non essere ancora finiti.
Difatti l'Italia se continua ad essere attaccata dalla speculazione si vedrò costretta a richiedere l'aiuto alla Banca Centrale Europea (BCE) firmando un protocollo.

La BCE potrebbe richiederci manovre aggiuntive, specie nel caso dell'acquisto di titoli di Stato italiano.

Ciò significherebbe arrendersi alla speculazione, in quanto sono gli speculatori, o per dirla con un eufemismo i "mercati", a non comprendere gli sforzi e i sacrifici che il Paese ha fatto e sta facendo.
 

Le "severe condizionalità" richiamate da Draghi non lasciano sperare nulla di buono.
Se dai sacrifici compiuti saremo chiamati a farne altri ancora più impegnativi e più sorvegliati, cosa farà la nostra classe politica e il popolo elettore? Saranno capaci di tenere fede ad una agenda europea fortemente caratterizzata ideologicamente, per salvare l'euro e l'Italia è il test più importante?

Ci auguriamo che le alleanze politiche siano chiare per evitare i drammi degli ultimi governi: pro o contro euro è la prima linea di demarcazione. La terza via populista non esiste, fermo restando che si può essere euro-ottimisti ma non euro-stupidi, ed euroscettici.

Questa crisi è molto peggio di quella del ’29. Gli europei (gli italiani) si meritavano dei dirigenti-tecnici-politici così scadenti? In questa Babele, si sente forte la mancanza del grande progetto dei padri Costituenti dell'Europa, molti dei quali cattolici, che avevano al centro non l'ideologia e la sua dimostrazione pratica, ma la persona e il bene comune.

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[1] Il fiscal compact o Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione europea e monetaria, noto anche come Patto di bilancio firmato il 2 marzo 2012 da 25 Stati dell'UE.

[2] La Commissione europea stima l’effetto della contrazione della spesa pubblica in una percentuale del 50%.

[3] Documento di economia e finanze del Governo.

[4] Spending review, espressione inglese che indica una serie d'interventi di politica economica miranti a migliorare la gestione e la programmazione del bilancio pubblico. Il problema riguarda come sono indirizzate le politiche economiche e la loro equità dinanzi alle lobby.

[5] Relazione Annuale Banca d’Italia 2011.