"È Dio l'unico vero medico delle anime e dei corpi"

La testimonianza del dottor Francesco Morrone, pediatra al Policlinico Umberto I

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di Maria Emilia Marega

ROMA, venerdì, 10 febbraio 2012 (ZENIT.org) - Francesco Morrone, 34 anni, lavora presso il Policlinico Umberto I di Roma nella Clinica Pediatrica presso l’Unità Operativa Complessa UTIN/STEN (Unità Terapia Intensiva Neonatale/Trasporto Emergenze Neonatali) ed è specialista in Pediatria e Neonatologia. A ZENIT il dott. Morrone ha raccontato del ruolo della fede nel servizio medico.

Lei lavora con i bambini, come si svolge la relazione medico-genitori?

Dott. Morrone: Comunicare ai genitori la patologia dei loro figli richiede una grande capacità di comunicazione e soprattutto grande umanità da parte del medico. Potrei persino dire che la maggior parte delle volte, nelle situazioni più critiche, il colloquio con i genitori rappresenta la parte più difficile del mio lavoro.

All’inizio pensavo si trattasse semplicemente di spiegare bene e con un po’ di tatto cosa il bambino stesse vivendo e quali fossero i rischi a cui sarebbe andato incontro, ma più passa il tempo più mi rendo conto che ogni genitore è diverso e porta con sé il proprio bagaglio di ansie e frustrazioni soprattutto quando si tratta di un essere così indifeso, quale un neonato che richieda cure intensive. Bisogna quindi accostarsi ai genitori in punta di piedi, cercando per quanto possibile di dare un quadro realistico della situazione e nello stesso tempo assicurandoli che si sta facendo tutto il possibile per la salute del bambino.

Cosa è più importante nella comunicazione?

Dott. Morrone: Un elemento importante del colloquio consiste nel fare in modo che i genitori esprimano le proprie preoccupazioni riguardo il figlio e le proprie paure, tenendo in considerazione le loro sensazioni e le loro paure.

A mio parere un medico che non sente la necessità  di entrare un po’ in questo dolore e farsene carico non può veramente svolgere questa professione per quanto sia scientificamente preparato.

Essere cattolico l’aiuta a dare un senso alla loro sofferenza?

Dott. Morrone: L’essere cattolico mi aiuta intanto a pensare che, di fronte a me, ho delle persone sofferenti e indifese che rappresentano la parte debole della nostra società, cioè Cristo stesso. Per dare senso al loro dolore bisogna rispettare la loro sofferenza e darle la dignità che merita, poi bisogna parlare loro di Cristo e questo non è cosa semplice in un ospedale pubblico come il mio, anzi non è cosa semplice neanche negli ospedali religiosi, perché la gente fa fatica oggi a credere in Lui. Sicuramente in quest’ambito posso e devo crescere. Quando mi trovo invece di fronte a casi disperati in cui è in gioco la vita stessa del neonato, ho sperimentato che la fede è una importantissima ancora di salvezza per questi genitori, l’unica cosa che può dare senso al dolore di una perdita così grande.

È possibile notare la differenza nella cura dei pazienti credenti e dei non credenti ?  

Dott. Morrone: Devo dire che i genitori credenti affrontano il loro dolore con molta più serenità, a volte anche con una forza sorprendente che può derivargli solo dall’Altissimo e sono per me una grande testimonianza di fede nell’Onnipotenza del Signore, unico vero medico delle anime e del corpi.

I non credenti, molto più spesso dei credenti, si abbandonano alla disperazione o non accettano il dolore che finisce comunque per schiacciarli. Questo rende la delicata relazione medico-genitori ancora più complicata e spesso conflittuale.

È vero che offrono le proprie sofferenze al Signore e Lui le utilizza per concedere grazie? Ha già avuto pazienti che le hanno raccontato quest’esperienza?

Dott. Morrone: Sì, ma non saprei dire se si tratta di miracoli, almeno dal punto di vista scientifico non si può arrivare a tanto anche se c’è stato qualche caso veramente difficile che sembra essersi risolto in maniera eccellente, senza che il bambino ora soffra particolari deficit provocati dalla malattia.

Ricordo un caso che mi ha riempito il cuore: Gian Michele un neonato prematuro di basso peso che ha avuto tantissimi problemi e più di una volta, è stato salvato per miracolo dai medici di turno (una volta anche dal sottoscritto). Dopo un po’ di tempo che era ricoverato nel nostro reparto, quando la situazione ormai era critica e pensavamo al peggio, i genitori hanno chiesto di battezzarlo per prepararsi ad un possibile commiato. Hanno scelto me come padrino del battesimo. Questo mi ha commosso profondamente e la cerimonia è stata molto bella. Progressivamente, e con somma sorpresa da parte di tutti, Gian Michele ha acquistato peso e forze, ha iniziato a respirare da solo e non ha avuto più il supporto delle macchine. Ora ha quasi un anno, è cresciuto tantissimo, inizia ad afferrare gli oggetti ed è molto vispo. Questo per me è un piccolo miracolo!

Domani, 11 febbraio, celebreremo la memoria della Beata Vergine di Lourdes e la XX Giornata Mondiale del Malato. Il tema scelto dal Papa è Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! Cosa significa per lei?

Dott. Morrone: Beh, la domanda introduce il grande tema della salvezza che è una guarigione molto più ampia della persona. Anzi, credo sia la guarigione per eccellenza. Il Signore, in quanto medico dell’anima è il nostro Salvatore, colui che tollera spesso la sofferenza e la malattia del corpo, ma sicuramente guarisce le malattie dell’anima,  le malattie più gravi, le uniche che possono portare alla Morte, con la M maiuscola, la morte eterna.

Il Papa ha indetto l’Anno della fede, che inizierà l’11 ottobre 2012. Potrebbe rappresentare un’occasione propizia per riscoprire la forza e la bellezza della fede?

Dott.Morone: L’anno della fede dovrebbe essere ogni anno, perché senza fede non esiste rapporto con Dio. Richiamare alla nostra attenzione la fede, dedicandole un anno specifico comunque può costituire una grande opportunità: far riscoprire, ad esempio, a chi non prega il valore della preghiera. Solo chi prega ha veramente fede e quando arriva la tempesta, la sofferenza, se non si hanno radici profonde, la nostra fede vacilla e la nostra casa crolla! Non esistono culture cattoliche che tengano: il credere genericamente al Dio cattolico non basta. Se non lo frequentiamo quotidianamente, se non ci affidiamo completamente a Lui, se non litighiamo persino alle volte con Lui, non possiamo maturare nella fede.

Potrebbe lasciare un messaggio ai lettori di ZENIT?

Dott. Morrone: Ciononostante la fede rimane tuttavia un dono meraviglioso della bontà di Dio e non una gloriosa conquista personale. È un dono che Dio elargisce a tutti, basta essere disponibili e abbandonarsi a Lui.