"È giunto il momento di sciogliere le vele"

Analisi del "Trittico Stefaneschi" di Giotto di Bondone (1320), scomparto sul verso "Decollazione di San Paolo", custodito nella Pinacoteca Vaticana

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 406 hits

Il bellissimo trittico di Giotto trae il nome dal cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi, che lo fece eseguire per l’altare maggiore dell'antica Basilica di S. Pietro. Esso era collocato sull’altare sotto il quale è posta la tomba di Pietro, per questo motivo è dipinto su ambedue i lati, poiché doveva essere visto sia dal sacerdote celebrante che dall’assemblea. Sul lato anteriore sono raffigurati Cristo in trono con Angeli e il cardinale Stefaneschi inginocchiato, tra la Crocifissione di S. Pietro a sinistra e il Martirio di S. Paolo a destra; nella predella sottostante la Madonna col Bambino in trono tra due angeli e i dodici apostoli. Sul lato posteriore nella tavola centrale sono rappresentati S. Pietro in trono con il cardinale Stefaneschi, raffigurato nell’atto di offrire il modellino del trittico che tiene tra le mani, e in quelle laterali, S. Giacomo e S. Paolo a sinistra, S. Giovanni Evangelista e S. Andrea a destra; della predella rimane solo uno scomparto con tre Santi. Il dipinto fu realizzato da Giotto con la collaborazione della bottega tra il 1315 e il 1320. La tavola che noi vogliamo analizzare è quella di destra del lato anteriore, ovvero il Martirio di San Paolo.

La struttura della tavola è assai articolata e, sfruttando la caratteristica forma ogivata, narra in tre tempi consequenziali sull’asse verticale la decapitazione di san Paolo, seguendo il racconto proposto dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, nella quale sono confluiti una serie di racconti della tradizione. La fonte narrativa per l’iconografia della decapitazione di Paolo potrebbe sembrarci inconsueta, giacché gli Atti degli Apostoli si fermano nel racconto al momento in cui Paolo è condotto a Roma per essere processato e gli viene concesso di alloggiare in una camera affittata, in una sorta di libertà vigilata, diremmo oggi agli “arresti domiciliari”, in attesa di un processo che non si fece mai, probabilmente a causa del mancato arrivo degli accusatori dalla Palestina.

Per questo motivo gli ultimi anni della sua vita, solitamente si ricostruiscono a partire da alcuni accenni delle sue Lettere; probabilmente dopo la prima detenzione romana fu liberato, perché nel 64 Paolo non era a Roma durante la persecuzione di Nerone, in quanto forse si trovava in Oriente e in Spagna per il suo quarto viaggio apostolico. Sappiamo che lasciò Tito nella comunità di Creta e Timoteo in quella di Efeso, per continuare la sua opera di evangelizzazione. Ma nel 66, forse a Nicopoli, fu di nuovo arrestato e condotto a Roma, dove fu lasciato solo dai discepoli della comunità romana spaventati dalle persecuzioni. Ma questa volta il tribunale romano lo condannò a morte in quanto cristiano, ma per decapitazione essendo egli cittadino romano. La data del martirio non la sappiamo, ma tradizionalmente è indicato il 29 di giugno di un anno imprecisato, forse il 67. La sentenza ebbe luogo in una località detta “palude Salvia”, fuori le mura di Roma, che in seguito cambiò toponimo in “Tre Fontane”, nome derivato dai tre zampilli sgorgati quando la testa mozzata rimbalzò tre volte a terra. I cristiani raccolsero il suo corpo seppellendolo sulla via Ostiense, dove poi è sorta la magnifica Basilica di San Paolo fuori le Mura.

Oltrepassando i dati certi in nostro possesso -e fin qui esposti in maniera sintetica-, relativi agli ultimi anni di san Paolo, gli artisti nel corso nella storia hanno avuto a disposizione racconti “tradizionali”, che, come abbiamo accennato in precedenza, sono stati raccolti nella Legenda Aurea. Giotto, dunque, segue il racconto del martirio, partendo proprio da queste fonti. La scena è descritta come una scena di massa, con molti soldati e cavalieri romani, che vengono rappresentati con mantelli, scudi e bandiere rosse, armati di lance e con elmi di metallo scuro. Al centro il carnefice che, dopo aver decapitato l’apostolo, rinfodera la spada. Poco dietro si scorgono due donne recline sul corpo di Paolo, al fianco di un giovane che con tutta evidenza è identificabile con Luca. Infatti nella lettera a Timoteo lo stesso Paolo scrive: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele (…) Cerca di venire presto da me perché Dema mi ha abbandonato (…). Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero». Il corpo di Paolo è inginocchiato al centro, ha una tunica rossa aranciata e un mantello rosa, la testa e già rotolata via e nel cadere ha già scaturire dal terreno tre piccole sorgenti d’acqua, segno evidente del toponimo che in seguito prenderà quella valle paludosa poco fuori le mura della città. Infatti sul colle di destra si vede una costruzione che potrebbe essere interpretata come la prima edificazione della Basilica di San Paolo fuori le mura, o più semplicemente in forma metonimica, come la stessa città di Roma. Sul colle alla nostra sinistra si vede una donna che apre le braccia come per afferrare il velo che dall’alto vola verso di lei. Due angeli “dolenti” si gettano a volo radente verso il basso, per raggiungere il luogo del martirio. Il dipinto diventa facilmente comprensibile alla luce del racconto riportato nella Legenda Aurea, che descrive così i fatti: «Mentre lo stavano portando al luogo della passione, si fece incontro, nei pressi della Porta Ostiense, una giovane matrona di nome Plantilla, discepola di Paolo; secondo Dionigi essa aveva nome Lemobia. Piangendo si rimise alle sue preghiere. Paolo allora disse: -“Vai Plantilla, figlia della salvezza eterna. Imprestami il velo con cui ti copri il capo; me ne benderò gli occhi e poi te lo restituirò”- Mentre glielo stava porgendo, gli aguzzini la schernivano dicendole: -“Perché dai a questo impostore, a questo mago, un panno così prezioso che perderai per sempre?”- Quando giunse al luogo del martirio Paolo si volse verso oriente, tese le mani verso il cielo e pregò a lungo nella sua lingua materna e rese grazie. Poi disse addio ai confratelli, si bendò gli occhi col velo di Plantilla, piegò le ginocchia a terra, stese il collo, e così fu decapitato.(…) nell’aria brillò una luce intensissima e dal suo corpo emanò un odore soavissimo». La scena è descritta in maniera intensa da questo racconto della tradizione,  che ci fa comprendere  alcune scelte operate da Giotto nell’impostazione del dipinto, l’identità di tutte le figure rappresentate, ed anche la scelta dell’oro come sfondo, capace di rendere il senso di quella  luce intensissima di cui parla il testo. Comprendiamo anche il colore rosa del mantello di Paolo, che traduce in colore l’odore soavissimo che il corpo di Paolo emanò dopo la decapitazione. Per comprendere meglio la figura della donna che si protende ad afferrare il velo che, annodato per un lembo, scende dal cielo verso di lei, dobbiamo ricorrere ad un altro passo della Legenda Aurea che riporta un brano che Jacopo da Varazze afferma essere tratto da una lettera di Dionigi a Timoteo, che descrive il martirio di Paolo e che recita: «Mentre il boia stava colpendo e tagliando il capo, il beatissimo Paolo, mentre riceveva il colpo, sciolse il velo, vi raccolse il suo stesso sangue, lo legò e lo fece avere a quella donna». Plantilla, o Lemobia come riporta Dionigi, diviene testimone indiretta della decapitazione di san Paolo, perché pur rimanendo nella città, come abbiamo letto nel brano precedente, riceve il velo che poco prima aveva “prestato” a Paolo. Giotto colloca sulla sommità della tavola la figura di Paolo che, circondato da sei angeli e provvisto egli stesso di un paio di ali, salendo verso il cielo, vestito ancora del mantello rosa, si rivolge alla donna in basso sulla collina, gettandole il velo annodato contenente il suo sangue. E poco sopra, lo stesso Paolo, ormai con lo sguardo rivolto verso l’alto, ammantato di rosso, segno del suo martirio, reca in mano i suoi scritti, da offrire al suo Signore, in segno evidente del suo ministero apostolico.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website  www.rodolfopapa.it Blog:  http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.