E' giusto allungare con i farmaci l’età feconda delle donne?

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ROMA, domenica, 24 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.



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Un farmaco recentemente studiato in Gran Bretagna allungherebbe l’età feconda delle donne, posponendo la menopausa. Lo scopo è di venire incontro al “fisiologico” spostarsi in avanti dell’epoca in cui le donne decidono di far figli in Europa: 30 anni fa quest’epoca era tra 20 e 25 anni, oggi è tra 30 e 35 anni. Questa, come tutte le ricerche, è indubbiamente un vantaggio per la mente e la conoscenza umana. Resta da domandarsi se ne vale la pena. Già: uno dei principi per valutare se accettare o meno una cosa o un comportamento è quello di valutare se l’oggetto della questione è un reale guadagno per la persona (principio di “beneficenza”); un secondo è se detto oggetto invece di giovare fa male (principio di “non malvagità”). Già… è molto facile perdersi nella gioia di una nuova scoperta, ma se scopriamo un nuovo anabolizzante non è detto che sia un bene usarlo sull’atleta se nuocerà alla sua salute pur aiutandolo a vincere le gare; e anche vincere le gare in modo “truccato”, quanta gioia e soddisfazione porterà?

L’allarme maggiore che sorge dalla notizia dell’allungamento farmacologico dell’età feconda è che in un certo senso dà una giustificazione allo spostamento dell’età del concepimento del primo figlio. Che non sarebbe nulla di male se non si trattasse di una vera e propria rapina di ciò che di più bello ha ciascuno di noi. Impera la famiglia con figli-unici e raramente più di 2 figli; impera lo screening prenatale in base al quale possiamo decidere se “tenere” il figlio quando si scopra che ha una caratteristica (per esempio un certo sesso) o una malattia che non ci soddisfa. Impera la procrastinazione forzata dell’età feconda che simbolicamente trasforma il figlio in un ostacolo, come di recente riportava “Le Nouvel Observateur” e successivamente in uno status-symbol di fecondità e di tranquillità sociale. Ma è questo che vogliamo? Un’antica femminista sovietica diceva: “Hanno mandato le donne nello spazio… ma hanno chiesto alle donne se volevano andarci?”.

E’ un’usurpazione i cui effetti non sono piacevoli: in primo luogo perché con la procrastinazione dell’età feconda aumenta il rischio di malformazioni del figlio, il rischio di aborto spontaneo, gravidanza ectopica, gravidanze gemellari e premature, morte alla nascita. Dunque il principio di “non malvagità” è intaccato. In secondo luogo perché togliamo all’età più forte e feconda il suo naturale esito: la generazione, proprio come se obbligassimo un animale carnivoro a diventare vegetariano a forza. Il principio di “beneficenza”… neanche lui ne esce bene: una vita divisa artificiosamente in due, una in cui si cerca di non aver figli e l’altra in cui si cerca disperatamente di averne almeno uno; divisa tra carriera (o semplicemente ricerca di un impiego) e maternità… forse non è questo ciò che i giovani vogliono, ma devono loro malgrado subirlo; anzi, direi che generare, aver responsabilità, uscire di casa, oggi rimandato fino all’età estrema di 40-50 anni, è proprio quello che per sviluppo fisico e psicologico proprio i ventenni richiedono… ma chi vede più dirigenti di 20-30 anni (e Alessandro Magno a 30 anni aveva già conquistato il mondo)?

Nella classica teoria detta “principialista” dei filosofi Beauchamp e Childress oltre ai due suddetti principi, cui deve rispondere l’etica, ne esistono altri due: giustizia e autonomia. Possiamo supporre che avrà dei problemi il principio di “giustizia”, che salvaguarda l’uguale possibilità di tutti ad accedere ai comuni diritti, poiché è probabile che il suddetto farmaco non sarà facilmente accessibile alle fasce sociali meno abbienti. Resta l’ultimo principio, l’“autonomia”… e questo è forse l’unico che non se ne ha a male dalla notizia in questione. Il principio di autonomia stabilisce che se io decido di fare una cosa, io sono l’unico e ultimo arbitro… a meno che questo non violi le leggi sociali. Ed è un principio che piace a molti, ma su cui alziamo forti perplessità: è il principio che invoca chi è favorevole ad alcune novità morali, e che nega che esistano delle leggi morali che vietano per esempio di far male a se stessi. Già: espropriati della possibilità di influire sul mondo (economia, politica) in modo sostanziale, privati di una visione trascendente, l’unico spazio di libertà resta il nostro povero corpo, su cui pensiamo di poter esercitare un dominio assoluto, ma che porta a conseguenze antitetiche alla libertà che cerchiamo.

Forse invece di rinchiuderci in una vita che ha programmi limitati e obbligati – spacciati come grandi realizzazioni –, la cui incompiutezza genera insoddisfazione e crisi, risponde più all’attesa umana uno sguardo che si domanda qual è il vero destino “mio”, la mia realizzazione: risiede forse in un programma di lavoro-figli-pensione come scadenze di un tagliando automobilistico o in un’apertura alla realtà, che non teme l’arrivo di un figlio fuori programma, che sa prendersi responsabilità e costruire opere, che non vede la malattia come la fine della vita? Eugenio Montale scriveva: “Un imprevisto è la sola speranza. Ma dicono che è stoltezza dirselo”. Attenti dunque a giustificare la rapina di parte della vita: con cosa la sostituiremo?

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]