"È possibile avere Gesù per amico perché, essendo risorto, egli è vivo, mi è accanto"

Nella quarta predica di Quaresima, padre Cantalamessa parla del dogma cristologico e del desiderio di Gesù di esserci amico

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Laura Guadalupi | 330 hits

Esistono diverse vie d’accesso al mistero di Cristo. Padre Raniero Cantalamessa, nella sua quarta predica di Quaresima, segue la strada tracciata dalla Tradizione della Chiesa: il “dogma cristologico”, inteso come “le verità fondamentali intorno a Cristo, definite nei primi concili ecumenici, soprattutto in quello di Calcedonia”. Nella sostanza tali verità, prosegue il cappuccino, “si riducono ai seguenti tre capisaldi: Gesù Cristo è vero uomo, è vero Dio, è una sola persona”.

Il predicatore della Casa Pontificia sceglie San Leone Magno per entrare nelle profondità del mistero cristologico. Egli è stato infatti il pontefice che si è trovato a gestire il momento in cui la teologia latina e quella greca sono confluite. San Leone Magno non si è limitato a trasmettere la formula di Tertulliano, il quale aveva scritto: “Vediamo due nature, non confuse, ma unite in una persona, Gesù Cristo, Dio e uomo”. Si è spinto oltre, adattando la formula “ai problemi emersi nel frattempo, tra il concilio di Efeso del 431 a quello di Calcedonia del 451”.

Padre Cantalamessa evidenzia che il pensiero cristologico di papa Leone, esposto nel Tomus ad Flavianum, è riscontrabile nel fulcro della definizione di Calcedonia. Cita quindi il punto in cui si dichiara: “Insegniamo all’unanimità che si deve riconoscere l’unico e medesimo Figlio Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella divinità e sempre lo stesso perfetto nell’umanità, vero Dio e vero uomo […], generato prima dei secoli dal Padre secondo la divinità e negli ultimi tempi, per noi uomini e per la nostra salvezza,  generato da Maria Vergine secondo l’umanità;  sussistente nelle due nature in modo inconfuso, immutabile, indiviso, inseparabile, non essendo in alcun modo soppressa la differenza delle nature a causa dell'unione, anzi rimanendo salvaguardata la proprietà  dell'una e dell'altra natura, esse concorrono a formare una sola persona e ipostasi”.

Sulla formula di Calcedonia, afferma il cappuccino, “si fonda tutta la dottrina cristiana della salvezza”. Infatti, “solo se Cristo è uomo come noi, quello che egli fa, ci rappresenta e ci appartiene, e solo se lo stesso è anche Dio, quello che fa ha un valore infinito e universale”, tanto che, come si canta nell’Adoro te devote, “una sola goccia del sangue che ha versato salva il mondo intero dal peccato”. È, questo, un argomento su cui oriente e occidente sono unanimi.

Sant’Anselmo, tra i latini, e Cabasilas, tra gli ortodossi, presentano poche differenze tra loro quando scrivono che, prima di Cristo, l’uomo aveva contratto un debito infinito con il peccato. Doveva lottare contro satana per liberarsi, ma non poteva poiché era schiavo proprio di colui che avrebbe dovuto vincere. D’altro canto Dio poteva espiare il peccato e vincere, ma non doveva farlo in quanto non era lui il debitore. Pertanto, continua padre Cantalamessa, “bisognava che si trovassero uniti nella stessa persona colui che doveva lottare e colui che poteva vincere”, ed è ciò che è accaduto con Gesù, “vero Dio e vero uomo, in una persona”.

Queste certezze su Cristo, tuttavia, negli ultimi due secoli sono state messe in discussione da studiosi che, a partire da Strauss, hanno cercato di classificarle come “pure invenzioni dei teologi”, al fine di portare avanti una tesi che separava il Cristo del dogma dal Gesù di Nazareth della storia. Essi sostenevano che “per conoscere il vero Gesù della storia” era necessario “prescindere dalla fede in lui posteriore alla Pasqua”.

Il predicatore della Casa Pontificia parla delle “ricostruzioni fantasiose” sulla figura di Gesù proliferate in un simile contesto e avverte: “non si può più in buona fede scrivere ‘inchieste su Gesù’ che si pretendono ‘storiche’, ma prescindono, anzi escludono in partenza, la fede in lui”. In tal senso, continua il cappuccino, c’è un cambiamento in atto che porta il nome di James D.G. Dunn, uno dei massimi studiosi viventi del Nuovo Testamento. Nel volume intitolato “Cambiare prospettiva su Gesù”, Dunn sradica i presupposti di quella tesi che vede contrapposti il Cristo della fede e il Gesù storico, adducendo tra le varie argomentazioni il fatto che “la fede è iniziata prima della Pasqua”, quando i discepoli hanno iniziato a seguire Gesù perché credevano in lui. Sebbene imperfetta, si trattava pur sempre di fede.

Cristo è il fondamento di tutto nel cristianesimo, quindi padre Cantalamessa si chiede: “Se se non si hanno idee chiare su chi è Gesù Cristo, che forza avrà la nostra evangelizzazione?”. Né la storia né tantomeno il dogma riescono a darci il Cristo della realtà, poiché la storia, tramandata dai vangeli, rimanda a un Gesù “ricordato”, ovvero mediato dalla memoria dei discepoli, mentre il dogma può portare a un Gesù “definito”, “formulato”, che differisce dalla formula di Calcedonia come l’acqua che beviamo differisce dalla formula chimica H2O.

Come arrivare, allora, al “Gesù reale” che sta “oltre la storia e dietro la definizione”? Attraverso lo Spirito Santo che, ricorda il predicatore pontificio, permette una conoscenza “immediata” di Cristo ed è “l’unica ‘mediazione non-mediata’ tra noi e Gesù, nel senso che non fa da velo, non costituisce un diaframma o un tramite, essendo egli lo Spirito di Gesù, il suo “alter ego”, della sua stessa natura”. E, prosegue, “è la Scrittura stessa che ci parla di questo ruolo dello Spirito Santo ai fini della conoscenza del vero Gesú. La venuta dello Spirito Santo a Pentecoste si traduce in una improvvisa illuminazione di tutto l’operato e la persona di Cristo”.

Padre Cantalamessa fa quindi appello all’aiuto dello Spirito Santo per “risvegliare” il dogma. Del triangolo di San Leone Magno e Calcedonia, per cui Gesù Cristo è “una persona in due nature”, il cappuccino prende in considerazione il terzo elemento. L’uso moderno del concetto di “persona” ha attribuito alla parola di origine latina un significato soggettivo e relazionale, per cui indica “l’essere umano in quanto capace di relazione, di stare come un io davanti a un tu”. La formula latina “una persona” è apparsa pertanto più feconda rispetto alla corrispondente greca “una ipostasi”, perché quest’ultima può dirsi di ogni oggetto esistente, mentre “persona” può riferirsi solo a un essere umano e, per analogia, divino.

Applicando il discorso al rapporto con Cristo, padre Cantalamessa spiega che “dire che Gesù è ‘una persona’ significa anche dire che è risorto, che vive, che mi sta davanti, che posso dargli del tu come lui mi dà del tu. È necessario passare continuamente, nel nostro cuore e nella nostra mente, dal Gesù personaggio al Gesù persona. Il personaggio è uno di cui si può parlare e scrivere quanto si vuole, ma al quale e con il quale in genere non si può parlare”. Il predicatore della Casa Pontificia introduce quindi un elemento essenziale nel suo discorso, ovvero afferma che “è possibile avere Gesù per amico, perché, essendo risorto, egli è vivo, mi è accanto, posso rapportarmi a lui come un vivente a un vivente, un presente a un presente. Non con il corpo e neppure con la sola fantasia, ma ‘nello Spirito’ che è infinitamente più intimo e reale dell’uno e del’altra”.

Purtroppo, considera il cappuccino, è raro pensare a Gesù in questi termini, cioè come a un amico, un confidente. Ci si dimentica che, essendo “vero uomo”, Egli “possiede in grado sommo il sentimento dell’amicizia che è una delle qualità più nobili dell’essere umano. E’ Gesù che desidera un tale rapporto con noi”, non chiamandoci più servi, ma amici (cfr. Gv 15, 15).

Nella sua vita terrena Cristo ha stretto rapporti di vera amicizia solo con alcuni, benché amasse tutti indistintamente. Ora, da risorto, “non è più soggetto ai limiti della carne” ma, prosegue padre Cantalamessa, “offre a ogni uomo e a ogni donna la possibilità di averlo per amico, nel senso più pieno della parola”. La quarta predica di Quaresima si chiude quindi con l’augurio che lo Spirito Santo “ci aiuti ad accogliere con stupore e gioia questa possibilità che riempie la vita”.