È solo nella Chiesa che la fede cristiana si realizza pienamente

Lo ha sottolineato papa Benedetto XVI durante l'Udienza Generale di oggi

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di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 31 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Proseguono le catechesi sulla fede di papa Benedetto XVI in occasione dell’Anno della Fede. Durante l’Udienza Generale di oggi, il Santo Padre si è soffermato in modo particolare sulla fede della Chiesa intera, che trascende la semplice fede dei singoli individui.

L’atto di credere, ha spiegato il Pontefice, “non è il risultato di una mia riflessione solitaria, non è il prodotto di un mio pensiero, ma è frutto di una relazione, di un dialogo, in cui c’è un ascoltare, un ricevere e un rispondere”. C’è in gioco, dunque, una relazione comunicativa “con Gesù che mi fa uscire dal mio «io» racchiuso in me stesso per aprirmi all’amore di Dio Padre”.

Andare incontro a Cristo, equivale ad una “rinascita” in cui il fedele si scopre unito non solo a Lui “ma anche a tutti quelli che hanno camminato e camminano sulla stessa via”.

Non si tratta, quindi, di intrattenere un semplice “dialogo privato con Gesù”, poiché la fede “viene donata da Dio attraverso una comunità credente che è la Chiesa” che inserisce il credente “nella moltitudine dei credenti in una comunione che non è solo sociologica, ma radicata nell’eterno amore di Dio”, ha proseguito Benedetto XVI.

Al punto che “la nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria” e se “si muove nel «noi» della Chiesa”.

Inoltre, sebbene il Credo che viene recitato nelle messe domenicali sia espresso in prima persona singolare, il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che “«credere» è un atto ecclesiale”, mentre San Cipriano ammoniva che “nessuno può dire di avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa come Madre”.

Il cammino della Chiesa ha origine con l’invio degli apostoli a proclamare la Buona Novella, ovvero “il nucleo centrale della fede cristiana: Colui che aveva beneficato tutti, che era stato accreditato presso Dio con prodigi e segni grandi, è stato inchiodato sulla croce ed ucciso, ma Dio lo ha risuscitato dai morti, costituendolo Signore e Cristo”.

L’annuncio cristiano, poi, abbatte ogni barriera di lingua, di nazionalità e di cultura. Di qui l’aggettivo “cattolico”, ovvero universale. Come spiega San Paolo: “Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Col 3,11).

A sostegno della natura comunitaria della fede cattolica, il Papa ha citato il Concilio Vaticano II, che afferma: “Dio volle salvare e santificare gli uomini non individualmente e senza alcun legame fra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che Lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse” (Lumen gentium, 9).

Anche durante i battesimi, dopo la professione delle verità della fede, il celebrante dichiara: “Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore”.

La “catena ininterrotta” di vita della Chiesa, di annuncio della Parola di Dio e di celebrazione dei Sacramenti, che giunge fino a noi e ci dà la garanzia che ciò che crediamo è il “messaggio originario di Cristo”, è etichettabile come “Tradizione”.

È ancora il Concilio (cfr. Dei Verbum 8) a ricordarci che la Tradizione della Chiesa “conserva” e “trasmette fedelmente” la Parola di Dio “perché gli uomini di ogni epoca possano accedere alle sue immense risorse e arricchirsi dei suoi tesori di grazia”, ha proseguito Benedetto XVI.

È infine “nella comunità ecclesiale che la fede personale cresce e matura”, ha sottolineato il Papa. Non a caso, nel Nuovo Testamento, la parola “santi” sta ad indicare “i cristiani nel loro insieme, e certamente non tutti avevano le qualità per essere dichiarati santi dalla Chiesa”.

L’attributo di “santo” è riferito a colui che diventa “un punto di riferimento per tutti gli altri”, che si lascia “guidare e plasmare man mano dalla fede della Chiesa, nonostante le sue debolezze, i suoi limiti e le sue difficoltà”.

Fu invece il Beato Giovanni Paolo II a sottolineare che “la missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!” (Redemptoris missio, 2).

Chi insiste nel voler “relegare la fede nella sfera del privato contraddice quindi la sua stessa natura”. Ogni cristiano ha bisogno della Chiesa “per avere conferma della nostra fede e per fare esperienza dei doni di Dio” ed è nel «noi» della Chiesa che il nostro «io» “potrà percepirsi, ad un tempo, destinatario e protagonista di un evento che lo supera: l’esperienza della comunione con Dio, che fonda la comunione tra gli uomini”, ha poi concluso il Pontefice.