"È una contraddizione che un cristiano sia antisemita"

In occasione del 70° anniversario della deportazione, papa Francesco riceve la Comunità ebraica di Roma

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 291 hits

Dopo settant’anni la Chiesa Cattolica e il Papa rinnovano la loro vicinanza alla Comunità ebraica, nell’anniversario (16 ottobre 1943 – 16 ottobre 2013) della deportazione degli ebrei di Roma. Per l’occasione papa Francesco ha ricevuto in udienza nella Sala dei Papi del Palazzo Apostolico Vaticano, una delegazione della Comunità ebraica, guidata dal rabbino capo Riccardo Di Segni.

Da duemila anni cristiani ed ebrei convivono nella capitale della cattolicità, in un rapporto spesso segnato da “incomprensioni e anche da autentiche ingiustizie” ma anche, “con l’aiuto di Dio”, specie negli ultimi decenni, dallo “sviluppo di rapporti amichevoli e fraterni”, ha osservato il Santo Padre.

Questa distensione nelle relazioni ebreo-cattoliche è stata dovuta a molti fattori: decisivi sono stati “la riflessione del Concilio Vaticano II”, parallelamente alla presenza “da ambo le parti, di uomini saggi e generosi”, aperti a Dio e inclini al dialogo, senza dimenticare la “comune tragedia della guerra” che ha insegnato alle due comunità a “camminare insieme”.

L’imminente 70° anniversario della deportazione sarà quindi l’occasione per una preghiera comune in memoria delle vittime e per “mantenere sempre vigile la nostra attenzione affinché non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo, a Roma e nel resto del mondo”, ha detto papa Francesco.

Come già sottolineato in altre occasioni, durante il suo ministero sacerdotale ed episcopale, Bergoglio ha ribadito che “è una contraddizione che un cristiano sia antisemita”, auspicando che “l’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna”.

Entrando nel merito del 70° anniversario della deportazione, il Pontefice ha ricordato come, nel 1943-44, la comunità cristiana, incoraggiata da papa Pio XII, seppe aprire “molti istituti religiosi, monasteri e le stesse Basiliche Papali” agli ebrei perseguitati e ricercati dai nazisti. Con “fraterna accoglienza” anche tanti “cristiani comuni” offrirono il proprio aiuto “piccolo o grande che fosse”.

Se è vero che il dialogo interreligioso si articola senza’altro attraverso la “riflessione teologica”, è altrettanto chiaro che “esiste un dialogo vitale, quello dell’esperienza quotidiana, che non è meno fondamentale”, senza il quale “a poco servirebbe l’impegno in campo intellettuale”.

Papa Francesco ha quindi accostato l’incontro odierno al suo solido legame d’amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires, durante il suo episcopato, ed ha confermato come patrimonio comune il Decalogo “come solido fondamento e sorgente di vita anche per la nostra società”, segnata negativamente da “un pluralismo estremo delle scelte e degli orientamenti” e da “un relativismo che porta a non avere più punti di riferimento solidi e sicuri”.

Unitamente all’udienza, il Santo Padre ha consegnato al rabbino capo Di Segni e all’intera comunità ebraica romana, un messaggio commemorativo del 70° anniversario della deportazione, in occasione del quale “è nostro dovere tenere presente davanti ai nostri occhi il destino di quei deportati, percepire la loro paura, il loro dolore, la loro disperazione, per non dimenticarli, per mantenerli vivi, nel nostro ricordo e nella nostra preghiera”.

Fare memoria di quell’evento non significa però “semplicemente averne un ricordo”, bensì implica uno sforzo nel “comprendere qual è il messaggio che esso rappresenta per il nostro oggi, così che la memoria del passato possa insegnare al presente e divenire luce che illumina la strada del futuro”.

La commemorazione della deportazione degli ebrei di Roma e di tutto l’olocausto nazista può quindi essere definita una “memoria futuri” che chiama le nuove generazioni “a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l'antisemitismo e contro il razzismo, qualunque sia la loro provenienza”.

Ricordare le tragedie del passato deve dunque diventare per tutti “impegno ad aderire con tutte le nostre forze al futuro che Dio vuole preparare e costruire per noi e con noi”, ha poi concluso il Papa.